<<Con i nostri occhi gonfi di speranza raccogliamo piccole parole, piccoli gesti, piccole cose che sembrano muoversi, che vogliono, in qualche modo, ricostruire. Abbiamo ancora qualcosa in tasca. Mettiamolo sul tavolo. Insieme. Per la prima volta forse. Guardare il mare con molti occhi significa raccogliere molta acqua e diversi colori. L’impegno è quello di non disperdere gli sguardi di nessuno. Per il nostro Paese, per i nostri eroi laici, per chi crede ancora in questo Stato. Come me.>>
[G. Cassitta]
Mi trema la terra sotto i piedi
Mi trema la terra sotto i piedi. Proprio adesso, qui ed ora, a due esami dalla laurea e con un nuovo corso di traduzione in partenza. Mi trema la terra sotto i piedi di fronte a una vita fatta di pochissime certezze, di fronte a un presente pieno di interrogativi e ad un’idea di futuro nebuloso, incerto e per lunghi tratti solitario e buio… Forse per tutta la vita. Mi trema la terra sotto i piedi se penso che potrei non riuscire mai a realizzare i miei sogni di una nuova realtà lavorativa, più vivace e multicolore di quella attuale e soprattutto maggiormente basata sulle mie grandi passioni: le lingue straniere, la scrittura, la letteratura, l’editoria e simili. Mi rende triste pensare di non riuscire a reinventare la mia vita, potendo un giorno fare quello che realmente voglio fare per quel che concerne la mia attività lavorativa. Quel che è più triste, però, è che mi trema la terra sotto i piedi quando penso a quello che ho costruito emotivamente ed affettivamente nella mia vita, a quello che ho già perso in questi ultimi mesi e a quello che potrei ancor più perdere in futuro, lasciandomi sola con una clessidra tra le mani ad osservare il tempo che passa e non torna, quando la vita si fa ricordo, quando le emozioni e le sensazioni passate si ibernano dentro fino ad anestetizzarti l’anima, fino a farti vivere una vita trascinata avanti con fatica, senza poter lottare per il futuro, ma nel rimpianto di quel che poteva essere e non è stato, di quel che si poteva fare e non si è fatto, ma soprattutto senza più un’emozione da sentir scorrere violentemente nelle vene. Temo di perdere le persone che ci sono state, che ci sono, che ci saranno e che ci potevano essere, sapendo che perdendo loro perderò anche me.
Ho paura.
Ho paura che questa terra che mi trema sotto i piedi si trasformi in terremoto, in uno tsunami insopportabile e… Non-sono-pronta… No! Non-sono-pronta. [E intanto ogni tanto mi chiudo come in un bozzolo, ma il mondo sembra non accorgersene.]
Il potere delle parole
Dal mio punto di vista l’uomo si differenzia da qualsiasi tipo di essere vivente in primis per il dono della parola, ed è bellissimo quando un cucciolo d’uomo pronuncia la sua prima parola “Mam-ma!”, così come se volesse dirci “Ci sono anch’io! Anch’io esisto!”. Crescendo, poi, le parole assumono nuovi significati e nuove sfumature. Una parola o una frase scritta, che materialmente hanno uno o pochi altri significati, a voce possono assumere una quantità infinita di sfumature date dalla situazione, dallo stato d’animo, dal tono di voce, da quel che si vuole esprimere rispetto a quello che si pensa. Ed ecco che allora si scopre che le parole diventano messaggeri d’amore, di speranza, d’amicizia, di stima, di comprensione, di condivisione di stati d’animo. Ancor più spesso e ancor di più le parole finiscono per ferire, annientare, umiliare, denigrare, offendere o deridere, solo che spesso e volentieri le parole dette a tal fine non vengono mai recepite allo stesso modo dalla persona alla quale sono dirette. Forse questo dipende dallo stato d’animo o forse dal carattere e dalla sensibilità delle persone, ma a mio avviso ci sono parole pronunciate (o sarebbe meglio dire urlate?) sull’onda della foga del momento del cui significato non ci rendiamo mai ben conto, e soprattutto non siamo mai abbastanza consapevoli che le nostre parole possono essere recepite e, per così dire, digerite in modo diverso da chi ci ascolta, a seconda della persona alla quale sono dirette, del suo stato d’animo, della sua sensibilità, del suo vissuto personale.
Checché se ne dica, secondo me nella loro accezione negativa le parole feriscono molto più di tanti fatti – anche se non dubito assolutamente che anche i fatti feriscano infinitamente – ma posso anche affermare che, secondo la mia piccola esperienza di vita, vi sono fatti che contano più delle parole dette nella loro accezione più positiva, e nonostante questo una parola positiva detta davvero col cuore porta con sé tutta una serie di emozioni e di sensazioni davvero impagabili e irripetibili.
La coperta
Esco fuori in terrazzo, nel buio della notte, per prendere un po’ d’aria.
Il cielo blu scuro è pieno di nuvole che annunciano un’alba con la pioggia. Fa freddo; talmente tanto freddo che questa coperta di pile così fuori stagione non sembra che un velo d’organza sulle mie spalle. Ascolto in lontananza il tintinnio metallico del vento che si insinua fra i tetti, fra gli attrezzi dei contadini abbandonati sui campi, e più da vicino il debole rumore di una bicicletta portata faticosamente avanti dalle gambe stanche di un uomo vestito di nero.
Il treno passeggeri che corre velocemente davanti ai miei occhi mi fa pensare alla mia vita che scorre via velocemente, senza che io possa esprimere quel che veramente vorrei per me e per le persone che amo. Un’unica, terribile sensazione di soffocamento di pervade, come se qualcuno mi avesse preso di soppiatto alle spalle per stringere le sue nodose mani sul
mio collo, ma in realtà dietro di me non c’è nessuno. Solo un vento freddo che soffia, scompigliandomi i capelli e pungendomi le guance.
Mi stringo ancor di più nella coperta. Dovrei rientrare, ma desidero star fuori ancora un po’ per osservare le nuvole che riempiono la metà del mio cielo, e non faccio che chiedermi se anche l’altra metà è così tanto coperta di nuvole. Il tenue bagliore dei fari di un’auto che passa (stranamente) a bassa velocità illumina la strada.
Alla radio trasmettono una canzone di Jovanotti:
“A te che sei l’unica al mondo, l’unica ragione
per arrivare fino in fondo ad ogni mio respiro,
quando ti guardo dopo un giorno pieno di parole
senza che tu mi dica niente tutto si fa chiaro”
Soffoco una smorfia solo perché so che in qualche modo devo mio malgrado essere forte, ma in realtà il mio cuore si stringe, così come mi stringo io in questa coperta che ora pare così pesante. Mi stringo senza trovare pace.
Le dieci cose [gioco non a premi che fa bene al cuore]
Sul sito di Repubblica Roberto Saviano lancia quella che secondo me, in questo mio momento personale ed in questo periodo storico, è una bella sfida: nominare dieci cose per le quali vale la pena di vivere. Le sue dieci cose potete trovarle sul sito online del quotidiano, le mie qui di seguito. E le vostre dieci cose quali sono? Vi va di scriverle nei commenti? [mi farebbe davvero piacere!]
1. Quegli avvolgenti abbracci pieni di calore, silenziosi eppure pieni di parole, che do e ricevo dalle persone che più amo e che più mi amano.
2. Dire “ti voglio bene” alle persone che ho più vicino al cuore, proprio quando non se l’aspettano, e scorgere in loro la luce di un sorriso autentico e sincero.
3. Rendermi conto ogni giorno che c’è un cuore che, nonostante tutte le difficoltà, vive all’unisono col mio.
4. D’estate, stendermi su un prato col naso all’insù, guardare il cielo e le nuvole, immaginando che ognuna di esse rappresenti qualcosa di semplice e particolare allo stesso tempo: un cavallo al galoppo, un cuore, e così via.
5. Uscire di casa senza ombrello quando fuori ancora piove, sentire le ultime gocce di pioggia sulla pelle e veder sorgere un coloratissimo arcobaleno.
6. In inverno, guidare l’auto alle sei e mezzo di mattina, quando tutto il mondo ancora riposa protetto da una leggera coltre di brina.
7. Poter scegliere e farsi scegliere da un libro e trovare in una parola, in una frase, in una descrizione, qualcosa di me, qualcosa in cui riconoscere qualcosa di me, qualcosa su cui riflettere, qualcosa per cui provare un’intensa, ma silenziosa, emozione.
8. Tornare a casa dopo un’intensa giornata di vita e poter prendere carta e penna qualsiasi, o aprire il pc e scrivere, scrivere e ancora scrivere… Per buttar fuori l’emozione, positiva o negativa, che anche solo un singolo momento di quella giornata mi ha dato.
9. Ripensando al passato, rendermi conto che oggi sono ancora qui, un po’ acciaccata, ma più forte nonostante i tanti momenti di difficoltà e di smarrimento che ho vissuto ed ancora vivo.
10. Avere dei sogni, perché sognare rende liberi, capaci di lottare per il proprio futuro… E rende vivi.
“Perché?”
E’ una serata buia e fredda. La pioggia cade a catinelle dal cielo mentre io, chiusa nella mia stanza, raccolgo i frammenti di me stessa che sono caduti a terra durante tutto l’arco della giornata. Oggi come ieri cerco di far combaciare fra loro i pezzi di questo piccolo puzzle che è la mia vita, ma inevitabilmente manca sempre qualche pezzo che cade e senza che io me ne accorga va a nascondersi negli angoli più bui di questa mia piccola stanza, affinché io non lo trovi. Mi stendo sul letto col profondo desiderio di un sonno ristoratore e di un risveglio che mi faccia dire che è tutto un incubo nato e morto nella mia testa, ma in cuor mio so già che non sarà così.
Stanotte sarà una notte piena di dolore per le spine che pungono il mio corpo in questo letto freddo. Sarà una notte senz’aria da poter respirare, col terrore nell’anima a causa degli intricatissimi rami della spettrale foresta nella quale mi ritrovo catapultata ogni notte; ogni ramo di quei neri arbusti senza foglie mi blocca le braccia, le gambe e il ventre, ed io, così inerme, non trovo nemmeno la forza di ribellarmi a tutto ciò.
Per un attimo la mia mente torna alla realtà e mi rendo conto che devo organizzare le ultime cose per il giorno successivo: la borsa è pronta, i vestiti sono in ordine sullo schienale della sedia, la sveglia è puntata.
Mi siedo davanti allo specchio per potermi togliere più facilmente quel filo di trucco che ho usato durante la giornata. Passo il batuffolo di cotone sulle palpebre, sulle labbra, sulle guance e man mano salgono lo smarrimento e la paura. Avvicino le ginocchia al petto per poterle avvolgere con le braccia e trovarmi così quasi in posizione fetale, una posizione che mi permette di abbracciarmi e consolarmi un po’, ma non appena abbasso il viso verso il pavimento il mio sguardo cade sulle cicatrici che deturpano le mie gambe ed il mio ventre. Un turbinio di pensieri assale la mia mente mentre le lacrime cominciano a scendere copiose sulle mie guance fino a quando una voce fino a poco prima sopita dentro la mia anima, ora urla un solitario, disperato e tagliente “Perché?” destinato a non trovare risposte.
Domani, fra poche ore, mi sveglierò con l’eco di quel “Perché?” nella testa, ma so già che non troverò né risposta né consolazione. Sarà, nuovamente, una lunga giornata da portare avanti in qualche modo, stringendo nella mano sinistra la luce fioca di un sorriso che ancora qualcosa, e qualcuno, sa disegnare sulle mie labbra.
Giochi di parole
“Non riesco a parlare molto bene” disse Naoko “Ho questo problema già da un po’ di tempo. Ogni volta che cerco di dire qualcosa mi vengono sempre le parole meno adatte, se non addirittura opposte a quelle che vorrei dire. E’ come se il mio corpo si dividesse in due parti che giocano a rincorrersi. Al centro c’è questa colonna immensa e le due parti continuano a rincorrersi girandoci attorno. Ad afferrare le parole giuste è sempre l’altra parte, ed io non riesco a starle dietro.” Naoko sollevò il viso e mi guardò negli occhi “Puoi capire una cosa del genere?” (Haruki Murakami, Norwegian Wood – Tokio Blues)
[Puoi capire una cosa del genere?]
Cocci d’anima sospesa
Detesto le serate come questa, vigilie di notti insonni e foriere di giorni difficili da affrontare. Detesto sentirmi così impotente di fronte alla schiera di pseudo – processi e sommari giudizi che pullulano la vita quotidiana. Detesto ancor di più sentirmi inerme di fronte a una serie di dita puntate sulle mie mancanze piuttosto che sulle mie qualità. L’essenziale è invisibile agli occhi, dicono. Io credo che l’essenziale, ciò che è veramente importante, sia visibile soltanto all’anima; dove non c’è anima l’essenziale non può essere visto, e dove non c’è anima non credo di poterci essere io… Io che con la mia anima ho un rapporto ininterrotto ormai da anni, io che litigo di brutto con quella che da bambina immaginavo essere “un pezzo di burro semi-sciolto dentro al mio cuore”, io che per mille e più volte ne ho raccolto i cocci e che per mille e più volte ho cercato di riattaccare ad uno ad uno quegli infinitamente piccoli cocci, forse senza riuscirci mai pienamente. E’ una sera di piena solitudine nella quale desidererei tanto non essere sola e desidererei tanto, invece, ricevere un abbraccio pieno, totale e avvolgente, senza doverlo implorare. Eppure mi ritrovo a rispondere impersonalmente ai saluti, a staccare la spina del telefono di casa, ad aprire pagine e pagine di siti web, in realtà senza cercare e senza trovare alcunché. Rannicchiata in un angolo della mia stanza, non ho né il coraggio né la forza di chiamare nessuno solo per chiedere se e sentirmi dire che valgo realmente più di un 18 o di un 30, più di una E o di una A, che sono più importante per ciò che sono interiormente e per ciò che offro della mia anima piuttosto che per i risultati tangibili che riesco ad ottenere, probabilmente infimi rispetto all’impegno che invece credo di metterci per riuscire a raggiungerli. Ripercorro mentalmente e a grandi linee gli avvenimenti importanti della mia esistenza nei quali quello che ho sempre cercato di affrontare le cose “rendendo il dolore un punto di forza in tempeste di vento, cambiando i miei giorni” e “credendo ai miei sogni”… Perché voglio, disperatamente voglio, un mondo all’altezza dei miei sogni; un mondo che si accorga realmente di quella parte di me di fronte alla quale oggi è cieco, quella parte che a volte nascondo ed altre volte troppo mostro a chi in realtà non la merita.
… E continuo a vivere sospesa tra ciò che vorrei essere e ciò che sono. Tra ciò che ho dentro e ciò che invece mostro all’infuori di me. Tra ciò che gli altri vedono e ciò che invece io vorrei riuscissero a vedere di me.
[In sottofondo “Vivo sospesa” di Nathalie... Clicca sul titolo per sentire la canzone e vedere il video ufficiale]
L’amore ai tempi della crisi
L’amore ai tempi della crisi è fatto di un continuo confronto col difficile e grigio presente.
L’amore ai tempi della crisi allontana ancor di più gli amanti già lontani, da centinaia a migliaia di chilometri, e ogni giorno non si fa che contare quelli in più di ieri e quelli in meno di domani.
L’amore ai tempi della crisi è fatto di veloci telefonate tra un impegno di lavoro e l’altro (quando il lavoro ancora si ha!), anche solo per dirsi “Ciao, ti penso.”
L’amore ai tempi della crisi è fatto di mails, messaggini su facebook e videochiamate su skype, solo per il gusto di darsi la buonanotte.
L’amore ai tempi della crisi è fatto di fugaci incontri che, in un anno, non superano in quantità le dita delle mani, ma la qualità è tutt’altra storia… Ogni giorno, ogni volta, è come porre un piccolissimo tassello a quell’immensa incognita che per un tacito patto reciproco non si nomina, ma che i comuni mortali chiamano ancora “futuro”.
L’amore ai tempi della crisi si impone ogni giorno di non sognare, di sperare almeno un poco, ma soprattutto di tenere i piedi ben piantati a terra perché non si sa ancora bene quando e se questa crisi finirà; e se, quando finirà, permetterà ancora di realizzare i sogni sognati insieme quando ancora non ci si rendeva conto di tutto quello che sarebbe successo dopo.
L’amore ai tempi della crisi è fatto di sensi di colpa per non poter essere lì, presente, quando l’altra persona ha bisogno di noi.
L’amore ai tempi della crisi è fatto di un cielo azzurro-rosa guardato all’unisono mentre si parla a bassa voce al telefono… E rendersi conto così che, a migliaia di chilometri di distanza, si può godere dello stesso paesaggio fa sentire ancora più vicini.
L’amore ai tempi della crisi è fatto di rose non inviate e non ricevute a San Valentino perché ogni gesto degli amanti – in quel momento visibile a chi quell’amore non lo vive – ha per chi non ne è il protagonista il sapore impuro di qualcosa da nascondere.
L’amore ai tempi della crisi non è fatto di giorni di San Valentino… Perché ogni volta che ci si può incontrare, abbracciare e stare un po’ insieme, che sia inverno o che sia estate, quello è il vero nostro San Valentino.
L’amore ai tempi della crisi è fatto di piccolissimi gesti quotidiani di tanti e tanti tipi, condivisi solo dagli amanti perché questo lascia la libertà di essere gli unici protagonisti e giudici di quell’amore sul futuro del quale si può decidere senza condizionamenti se non quello – ovvio – della crisi.
L’amore ai tempi della crisi, quando bussa alla porta rispettivamente di lui e di lei proprio in corrispondenza dell’inizio della crisi, può rappresentare la cosa più arricchente e allo stesso tempo devastante della vita di ognuno dei due amanti. Ed è così che ci si ritrova a discutere a distanza nel vano tentativo di allontanarsi. Ed è così che, quando ci si avvicina materialmente, non ci si lascerebbe mai… Neanche per un solo istante.
L’amore ai tempi della crisi può essere – E’! – La cosa più bella che possa capitare nella vita. Quella cosa che davvero ti fa sorridere “anima e cuore”, solo che a volte la crisi è più forte e ti fa piangere di sconforto per avere quasi 40 anni e non poter realizzare i tuoi sogni… Per non poter vivere pienamente quell’amore, anche ai tempi della crisi.
L’amore ai tempi della crisi è oggi, come ieri e come domani, un “ti amo” non profferito a voce piena per paura di ferire l’altra persona, illudendola che le cose possano cambiare quando in realtà non si possiede personalmente la formula magica per farle cambiare.
L’amore ai tempi della crisi, qualunque sia il suo futuro, è comunque un immenso, totale e grande amore.
E’ il mio amore…