Occhi cerchiati di scuro si riflettono nello specchietto retrovisore dell’auto che corre. E corro io. Corro incontro ai miei sogni e desideri facendo ogni giorno un passetto in più perché questi miei sogni e desideri diventino – prima o poi – reali. Corro incontro alla quotidianità della vita come una bambina che scorge da lontano il carrettino dello zucchero filato e corre, corre, corre per potersi tuffare in una dolce e candida nuvola, corre e sorride assaporando di già quel momento di gioia semplice che ai suoi occhi diventa infinita. Perché è nelle piccole semplici gioie di ogni giorno che si nasconde quella serenità che in realtà è la vera felicità… La felicità più autentica.
Un peso infinitamente grande mi tiene ancorata alla vita quotidiana, ed è un peso sempre più grande. E’ un dolore sordo ai miei desideri e ai miei sogni che si fa sentire in me sempre più prepotentemente, ma che cerco di contrastare con forza ogni momento, con una debole carezza sul ventre e una decisa promessa urlata allo specchietto retrovisore dal quale spunta lo sguardo perfido e sprezzante di quel dolore che vorrebbe fagocitarmi e annientarmi. Non mi avrai e non avrai mai i miei desideri solo per te! Lotterò. Anche quando sarò così stanca da non poterne più… Lotterò. Sarò capace di rialzarmi anche quando tenterai di spingermi nel precipizio con tutte le tue forze, perché la forza dei miei sogni sarà sempre e comunque più grande e più forte di te. Ti sconfiggerò perché sono convinta di poterlo fare, perché i miei sogni e i miei desideri sono più forti di questo dolore che hai voluto ancorare dentro di me. Sì, ti annienterò credimi! Lo farò con la forza che impera dentro di me e con l’aiuto di chi mi tiene per mano per infondermi la sua forza quando la mia mi manca un po’.
E forse ancora per mano ci sarà data la possibilità di correre insieme per raggiungere la felicità, ma la felicità più autentica: quella delle piccole cose, quella che ti fa dire grazie di essere qui ed ora, in questo preciso istante, accanto a te; e ancora: quella che ti fa dire grazie, grazie di essere viva, pienamente viva.

“Amare significa comunicare con l’altro e scoprire in lui una particella di Dio.” (P. Coelho)

Gli ancor deboli raggi di sole di una domenica di marzo si tuffano sul mio cappuccino ancora fumante. Sulla superficie della bevanda, il cucchiaino disegna ripetutamente un cuore di panna di latte che un attimo dopo annega nel caffè. C’è profumo di biscotti, di crostata alla frutta appena sfornata. Sorso dopo sorso, il mondo intorno prende vita. In lontananza si odono i suoni continui e ritmati degli attrezzi dei contadini. Più vicino qualche automobile sfreccia troppo velocemente per la strada, rompendo la quiete di questo mattino di fine inverno. Vago silenziosa di stanza in stanza. C’è solo la mia ombra a tenermi compagnia in questa casa vuota. Mi osserva beffarda dagli specchi degli armadi, dall’acciaio della cucina e del frigorifero. Mi osserva e perlopiù mi rimprovera. Mi osserva e si dispiace, finché ad un tratto fa una smorfia che è un muto grido di dolore: mi guarda impaurita mentre un’immensa campana di vetro mi cade addosso, avvolgendomi. Lo stupore lascia subito il passo alla lotta, un’estenuante battaglia contro quella prigione di vetro per liberarmi dalla sua costrizione, dalla mancanza d’aria… Per tornare a respirare, per tornare a vivere, o forse per incominciare a farlo. La casa si riempie nuovamente di persone che conosco, ma che non riconosco; che mi guardano, ma che in realtà non mi vedono; che mi conoscono, ma che in realtà non hanno mai capito chi e cosa sono. Urlo, mi dimeno, lotto, scatto, sbatto qua e là con l’unico fine di rompere anche solo minimamente quest’immensa lastra di vetro. Cerco qualcosa che mi permetta di farlo, ma non basta un cucchiaino, non basta una tazzina, non bastano né un pugno né una gomitata. Cado a terra, inerme, sfiduciata, stanca. Mi assopisco per non so quanto tempo. Al risveglio tutto è come prima attorno a me, ma sono proprio io a non sentirmi più come prima. C’è una nuova forza in me, una luce sfavillante, un fuoco ardente che si fanno strada nella mia mente e nel mio cuore, alimentando la mia forza di volontà nel raggiungere i miei obiettivi e nel trovare la vera felicità nella serenità di ogni mio singolo futuro giorno. L’ansimare affannoso di qualche minuto prima lascia spazio ad un respiro forte e solo a tratti irregolare. Prima o poi imparerò a respirare.

Guido piano, le spalle rivolte all’immensa palla rosso fuoco che illumina la mia strada. Guido piano, le mani a stringere forte il volante di un’auto con la quale ho imparato a macinare chilometri su chilometri. Guido piano, solitudine in mezzo tante solitudini di persone che in questo venerdì sera si avviano verso casa. Guido piano nel silenzio di quest’abitacolo. Solitudine e silenzio. Solitudine che non è solitudine. Silenzio che non è silenzio.
…Perché c’è un pupazzetto seduto qui accanto a ricordarmi che che qualcuno è sempre con me, in ogni mio sguardo, in ogni mio sorriso, in ogni mio gesto, in ogni mia emozione, in ogni mia lacrima, in ogni mia risata. C’è, ed è qui accanto a me, anche se posso solo assaporare il ricordo del suo sguardo e dell’emozione di un suo abbraccio. Questa momentanea assenza diventa presenza costante in ogni attimo delle mie lunghe giornate piene di impegni da onorare, di posti in cui andare, di cose da costuire, di progetti nei quali credere e per i quali lottare. Ed è così che questo silenzio si riempie di parole dette sottovoce, di promesse silenziose, di speranze che urlano forte dentro al cuore, di paure e di timori che tolgono il fiato, di progetti per i quali continuare a lottare con costanza e determinazione.
Guido piano e in questo lungo viaggio mi accompagna la presenza di noi, il suono delle nostre voci e il sapore delle nostre mille e più  promesse che si incrociano l’una all’altra. Guido piano senza chiedermi cosa sarà domani, ma sapendo cos’è oggi: io e la mia cena a metà, io e il mio cuscino da stringere forte, io e questo letto freddo; con tante speranze da coltivare, tanti sogni per i quali lottare fino allo sfinimento e l’immagine di noi sempre presente nel mio cuore, nella mia mente, nelle mie parole e nei miei gesti di ogni giorno.

“…But don’t change your hair for me
not if you care for me
stay little Valentine stay
each day is Valentine’s Day.”

post con dedica

“Sono una piccola matita nelle mani di Dio.
Io sono come una piccola matita nelle Sue mani, nient’altro.
E’ Lui che pensa. E’ Lui che scrive.
La matita non ha nulla a che fare con tutto questo.
La matita deve solo poter essere usata.”

(Madre Teresa di Calcutta)

… Solo che a volte vorremmo essere noi a guidare quella matita.
Solo che a volte la vita può sembrare così povera di cose belle e invece così irta di difficoltà, e forse per questo così poco degna e dignitosa, da volerla cancellare con una gomma terribilmente abrasiva. Per cancellare il dolore e la sofferenza. Da noi, dall’infinita sofferenza che proviamo, dalle persone che amiamo e che vediamo soffrire.
Ho imparato che la vita va vissuta fino in fondo, affrontata, combattuta, sofferta e amata. Ho imparato che la vita va sempre e comunque rispettata. Dove sta la fragilità umana se non nel voler intervenire su ciò che è nelle mani di Dio? Il fatto è, secondo me, che fa paura soffrire senza poter far nulla per se stessi, così come fa paura veder soffrire le persone che ci sono vicine e che amiamo senza poterle aiutare e sostenere, ma soltando affidandosi alle mani di Dio.
Dove sta la mia fragilità? Nella paura di soffrire ancora… Ancora di più… E nell’interrogarmi sul fatto se riuscirei o meno a sopportarlo o a farlo pesare alle persone che amo. Non ho assolutamente le idee chiare e per forza di cose mi interrogo spesso rispetto a tutto ciò in questi giorni. Cosa so? L’unica cosa che so è che sono una matita; una matita nelle mani di Dio, ma… Una matita fragile, terribilmente fragile.

In ricordo di Eluana, Terry, Welby

“Nella storia raccontata da Perrault la bella addormentata si risvegliava con il bacio del suo principe. In Gran Bretagna la fiaba è diventata realtà. Andrew Ray, 37 anni, di Telford, sposato e padre di due figli, Ella e Alexander, era disperato dopo che sua moglie Emma era entrata in coma in seguito ad un attacco cardiaco, solo dieci giorni dopo il parto del piccolo Alexander: alla base dell’attacco probabilmente un grumo di sangue. Le aveva provate tutte per risvegliarla: prima le aveva fatto ascoltare le audiocassette con i pianti del piccolo Alexander e la voce di Ella che urlava «Svegliati, mamma!». Poi le canzoni che avevano ballato durante il loro matrimonio.A un certo punto, stremato dal dolore, si è avvicinato all’orecchio di Emma e le ha sussurrato: «Ti prego Emma, se riesci a sentirmi, dammi un bacio». «A quel punto è accaduta una cosa sconvolgente – ricorda Andrew – lei si è avvicinata, ha mosso le labbra verso di me e mi ha dato un piccolo bacio. Non riuscivo a crederci. Il mio cuore stava per esplodermi nel petto». Adesso, che la grande paura e il «miracolo» sono soltanto un ricordo, Emma sta meglio, anche se l’infarto ha provocato danni cerebrali che hanno compromesso seriamente la sua memoria a breve termine, e ha raccontato la propria storia: «Ho ancora piccoli problemi a camminare e non ricordo molte cose, ma sono felice». ” (Autore: Domenico Zurlo – pubblicato il 27/01/09)

Oggi come ieri ho imparato che l’Amore, quello con la A maiuscola, quello fortemente radicato nel cuore di due persone che si amano, crea un filo sottile, ma saldo e forte, fra i due innamorati: un linguaggio esclusivo e del tutto istintivo per chi ama ed è amato, un  linguaggio che il mondo al di fuori di quell’Amore non è capace di decifrare e comprendere  appieno; si può solo stare a guardare ammirati sguardi e gesti d’Amore che vanno al di là di qualsiasi spiegazione razionale. Probabilmente passerò per una povera romantica illusa, ma oggi mi sono convinta ancor di più che il legame d’Amore permette a due persone che si amano di superare tantissime difficoltà, tantissime prove che il Destino fa incontrare loro nel cammino della vita. Ecco, magari non tutto… Sicuramente non la morte in tanti e tanti casi… Ma dà la forza di affrontare tante difficili tappe nel cammino insieme di due innamorati.  In questo senso, per me, l’Amore è semplicemente un piccolo – grande miracolo della nostra quotidianità.

Ero smarrita.
Ho trovato la stella polare.
Ero al buio.
Ho trovato la luce.
Ero assetata.
Ho trovato acqua di sorgente.
Ero affamata.
Ho trovato pane caldo e fragrante.
Ero infreddolita.
Ho trovato un fuoco a scaldarmi l’anima.
Ero triste.
Ho trovato la serenità.
Ero impaurita.
Ho trovato il coraggio.
Ero indebolita.
Ho trovato la forza.
Ero invasa dalle lacrime.
Ho trovato il sorriso.
Ero immersa nell’angoscia.
Ho trovato la pace.
Ero incatenata.
Ho trovato la libertà.
Ero immersa nel silenzio.
Ho trovato una dolce musica.
Ero sola.
Non più.

Oggi, e non solo oggi.
Per oggi, e non solo per oggi.

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