Giugno 2007


Il crepitio e i bagliori dei fuochi artificiali che illuminano questa notte mi accompagnano fra le braccia di Morfeo.
Chiudo gli occhi. Inspiro ed espiro forte l’aria, quasi a voler cercare quel fiato che mi manca, quasi a voler tranquillizzare il mio cuore che tutto può tranne questo. Mi impongo di fare un resoconto di questa mia giornata, ma la mia mente si lancia in un inesorabile flash back. Otto anni. Otto anni che hanno visto la nascita di quella mia piccola, ma grande indipendenza. Otto anni di duro lavoro. Otto anni per imparare, sbagliare, combattere, soffrire, gioire, urlare, sorridere, piangere, ridere, lottare strenuamente per ciò che nonostante tutto ho sempre fatto con grande passione. Otto anni che mi hanno visto offrire la mia mano a chi in quel momento aveva bisogno del mio aiuto, umano o lavorativo che fosse, e che mi hanno visto chiedere disperatamente la mano di qualcuno fra coloro che mi circondavano per sollevarmi dal mio baratro di sconforto, di disperazione, di ignoranza, di non completa professionalità. E insieme siamo cresciuti. Sono cresciuta.
Ora è tempo di prendere il volo, di sperimentare me stessa in un nuovo ambito lavorativo. Da lunedì prossimo ne avrò la possibilità. Cambierò solo piano, scendendo al piano di sotto, ma cambierà la persona che avrò accanto a me a sgobbare fianco a fianco; non sarà più la mia piccola D. alla quale non potrò fare più da quasi-mamma come facevo prima vista la differenza d’età che c’è fra noi che mi ha sempre portato ad avere con lei un atteggiamento un po’ materno e protettivo, anche se a tratti scherzoso e burlone. Cambierà tutta l’atmosfera attorno a me; sarà un’atmosfera nuova nella quale sarò io ad entrare per la prima volta quindi sarò io a dovermi adattare.
Ho paura. Sì, un po’ ne ho. Perché le cose nuove, anche se bramate a lungo come quest’occasione che cercavo da circa tre anni, mi fanno sempre paura; ma da questa paura troverò la forza di lottare, di essere forte, di migliorarmi ogni attimo di più. Non potrà essere che così.
Torno a una vita un po’ più normale, fatta di fine settimane e festività a casa, a studiare come dovrei o a poltrire secondo voglia. Torno a pensare un po’ di più a me stessa, alla mia persona e alla mia vita affettiva ed emotiva. E Dio solo sa quanto in questi anni mi sia resa conto di che importanza abbia passare il Natale con i propri cari piuttosto che a lavoro o di che importanza abbia che io pensi – egoisticamente, perché no? – un po’ più alla mia persona.
Potrebbe non essere per sempre, ma questi fuochi colorati che si dipingono in cielo mi ripetono che devo esserne felice… Devo esserne felice, o almeno provarci.

La pioggia di quella notte aveva impregnato la terra del prato vicino a casa. Eppure Marta amava più di qualsiasi altra cosa passeggiare a piedi nudi su quel prato, sentendosi avvolgere dai fili d’erba bagnata, odorando le margherite che dopo quella lunga notte erano tornate a nuova vitalità. Quel giorno però non le importava di cercare quadrifogli da nascondere fra le pagine dei suoi libri. Quel giorno aveva già il suo piccolo portafortuna fra le mani: una piccola pietra di smeraldo che Matteo le aveva regalato la sera precedente, prima di partire per l’America per un intero anno… forse per sempre.
Si erano osservati per ore senza dire niente, e la sola cosa che lei era stata in grado di fare in quel momento fu abbracciarlo forte a sè e accarezzarlo fra i capelli, e quando lui stava per dire una parola lei, con un gesto leggero, gli aveva posato un dito sulle labbra, per non rompere quel silenzio pieno di parole da dire.
Lui l’aveva stretta ancora più forte, si era voltato… e se n’era andato.
Marta era convinta in cuor suo che l’Amore si dona, l’Amore non chiede nulla in cambio, l’Amore non cerca promesse e non pretende, l’Amore si vive nei momenti in cui è tempo di viverlo senza chiedere nulla per il presente e per il futuro, con la consapevolezza che una piccola parte di lei sarebbe sempre stata dentro di lui, nel suo cuore, e che lui era comunque nel suo cuore e ci sarebbe rimasto comunque sempre, nonostante le loro strade fossero destinate a dividersi. Desiderava dal profondo del suo cuore che Matteo realizzasse tutti i suoi sogni e niente per lei contava più di questo. Niente contava di più che vedere Matteo con quella sua bellissima luce negli occhi… vederlo davvero felice. E questo le bastava. No… anzi… questo la rendeva felice.

I soliti semplici gesti riempiono la fine della mia serata. Indosso il pigiama. Accendo il fuoco, metto il pentolino d’acqua sul fuoco acceso, verso la polvere di camomilla sulla tazza, acqua bollente, zucchero. Bevo con pochi sorsi tutta mia bevanda calda come se fossi irrimediabilmente in ritardo. Prendo lo spazzolino, lo riempio di dentifricio, mi lavo i denti. Mi infilo nel letto, mi rimbocco il lenzuolo come al solito fin sul naso. ……..zzzzzzzzzz………. Driiiiiiiiiiiiinnnnnnnnn!!! La sveglia… Comincia un’altra giornata.
Non c’è niente che non vada. No. Nulla.
Apparentemente.
Perché la verità è che non parlo più con me. E anche se percepisco la mia voce parlare con me la blocco, la soffoco con tutte le mie forze. Ma quali forze? Lunghissime ore. Lunghissime. Eterne. Eppure la forza la devo trovare… e la trovo. Ma non basta. Quello che do non basta mai. E mi sento sempre più inadeguata e inutile. Se oggi rendo otto, mi si chiede dieci… se domani riesco a rendere dieci, mi si chiede dodici… E non basta mai. Mai. Perché è sempre troppo poco tutto quello che riesco a fare. L’ansia sale e diventa mancanza di respiro, d’aria… diventa panico. Come se tutto il mio mondo fosse incentrato in un solo aspetto della mia vita. Ma non è così. O almeno non dovrebbe. Perché quest’aspetto della mia vita ha modificato il mio modo di vivere la giornata, la vita, gli affetti o almeno quel poco che di essi mi è rimasto. E anche se sento prepotentemente in me l’ansia e la voglia di costruire qualcosa che sia realmente e totalmente per me, per la mia vita e per il mio benessere emotivo ed affettivo, non ce la faccio… Sento di avere perso le forze e le speranze.
A un mese dal mio trentaquattresimo compleanno mi accade tutto quello che mi accade all’approssimarsi di ogni mio compleanno: bilanci, punti della situazione. Mi guardo allo specchio e mi passa davanti tutto quello che sono riuscita a fare in tutto questo tempo: attaccarmi alla vita oltre ogni aspettativa possibile, gli anni della depressione, le cure scelte e volute da me, la guarigione, il primo viaggio-studio in Inghilterra con un’amica contro il volere dei miei genitori, la scelta di fare l’università oltre ogni desiderio dei miei, le amicizie e gli amori vissute di cuore e di testa… con tanta testa e con immenso cuore… ma amori e amicizie perlopiù perdute.
Lo specchio riflette finalmente la mia immagine: l’immagine di me che vivo di riflesso alla felicità degli altri e in modo sicuramente e gioiosamente consapevole, ma pur sempre l’immagine di una persona che evita di ascoltare se stessa per non soffrire, che evita di chiedersi cosa vuole per rendersi conto di quello che non ha e del terrore di non averlo mai, di non essere capace o di non avere la forza di ottenerlo, una persona che assume la sua piena consapevolezza solo quando parla con pochi amici lontani e che per il resto è costretta a dimenticare ciò che è, cioè che sente e ciò che desidera essere, in funzione di quello che è costretta a fare.
Sono stanca. Sono veramente tanto stanca. Non so più come riprendere in mano le redini della mia vita e forse, per adesso, ho solo bisogno di una vacanza, una vera vacanza, una di quelle nelle quali parti e per un po’ dimentichi ciò che devi fare ed essere e provi a ritrovare te stessa, a costruire qualcosa a piccoli passi ma che sia per me, solo per me, dove io sia regista, protagonista, padrone e giudice supremo delle mie azioni, le azioni che voglio… non quelle che devo.
Sono davvero in crisi e non so veramente come uscirne.

Ci sono momenti nella tua vita che quando li vivi sai che faranno per sempre parte di te e che non potrai mai dimenticartene. E io non potrò mai dimenticarmi di oggi. Non potrò mai dimenticare me stessa stesa sul divano a pancia in su per riposare un po’ e il nuovo cucciolo di casa rannicchiato in posizione fetale su di me, fra il mio cuore e il mio stomaco, a dormire per un’ora del tardo pomeriggio. Sento il suo cuore battere quasi all’unisono col mio. Mi viene spontaneo abbracciarlo con delicatezza, provare a spostarlo un po’ per accomodarlo meglio sul mio cuore, mentre lui dorme beatamente con un’espressione che dice “Sono al sicuro, sono sereno”. Lacrime di intensa emozione sgorgano sul mio viso mentre con una mano lo accarezzo cercando il suo corpicino così piccino coperto da una tutina così grande e facendomi afferrare le dita con la sua manina piccola e delicata. Sono qui, piccolino… la zia è qui a sorvegliarti… la zia ti proteggerà sempre, da tutto e da tutti… la zia vuole solo il tuo bene e la tua felicità per la tua vita. Ma forse questo è il ruolo di mamma… invece io sono solo una zia.