Dicembre 2007


Mancano solo poche ore perché il 2007 lasci posto al nuovo anno.
Ora dopo ora fervono i preparativi per una serata in casa fra fratelli, e forse proprio l’attesa di una serata in compagnia di chi fa indissolubilmente parte della mia vita mi rende tutto un po’ più sereno. La tovaglia color rosso fuoco, i bicchieri della festa, lo spumante per la mezzanotte, mandarini, frutta secca, grigliata da cuocere sul fuoco, cotechino e lenticchie, panettone e pandoro: tutto è davvero pronto per questa serata di festa semplice e tranquilla tanto quanto diverse altre serate vissute con i miei fratelli durante l’anno passato e quelli precedenti.
Stasera, però, accanto a noi ci sarà qualcuno che proprio in queste ore vive il primo Capodanno della sua vita: il mio nipotino di pochi mesi. Ed è proprio la sua gioiosa presenza a rendere l’atmosfera di queste ore più leggera.
Il tintinnio allegro di piatti, bicchieri e posate oggi la fa da padrone in questa casa illuminata a festa dove tutto contrasta con la voce malinconica che sento qui, fra la mia testa e il mio cuore. Come ogni fine anno passato mi ritrovo mio malgrado a fare il punto della situazione della mia vita… E vorrei fare a meno di questo, vorrei tanto vivere tutto con più serenità e leggerezza, ma non posso fare a meno di fermarmi a pensare. Ripenso alla felicità che ho sentito dentro me il giorno in cui una nuova piccola vita è giunta a far parte di questa nostra vita, ripenso a un abbraccio fortemente voluto e cercato nella stazione di Firenze, ripenso ai sorrisi e alle risate spontanee scaturite qualche ora dopo all’ombra di Piazza dei Miracoli, ripenso al nuovo lavoro, alle battute coi colleghi in sala mensa, alla bellezza del sorgere della primavera con i suoi colori e i suoi odori, al sole cocente che mi ha bruciato la pelle in piena estate, alle foglie autunnali che ho visto cadere e allo scorso Natale che non ho sentito e non ho vissuto. Ripenso alle amicizie perdute per sempre e a quelle nate e perse in questo breve anno. Ripenso a rose bianche che mi hanno fatto sorridere esteriormente e stringere il cuore dentro, ripenso a un amore mai vissuto che mi ha rubato un po’ d’anima e un po’ di me… Quel po’ di me che vorrei tanto ritrovare per poter sentir tuonare dentro di me quel piccolo bagliore di speranza che adesso non riesco nemmeno a vedere.
E si ricomincia forse pensando più a quello che non ho e che non ho saputo guadagnare per quanti sforzi io abbia fatto. Ricomincio con la rassegnazione di chi non si aspetta più molto dalla vita se non di gioire delle cose degli altri, e non so più nemmeno se questo mi rende serena.
Mi ritrovo a ridere di me mentre, al telefono con un amico lontano, piango lacrime amare e gli chiedo di prestarmi un po’ di kleenex perché ho finito i fazzoletti di carta, o la carta da cucina perché ho finito la carta del (virtuale) quaderno dove in queste ore sto scrivendo il mio bilancio 2007. Insieme ci attacchiamo a qualcosa che ci illuda che qualcosa cambierà in questo nuovo anno in arrivo e, sempre insieme, ci ritroviamo a pensare che secondo il “caro vecchio” Fox il 2007 doveva essere il nostro anno, l’anno del Cancro. Eh sì, ci si attacca a qualsiasi cosa pur di vedere un flebile barlume di speranza nel domani che verrà… E allora sempre il “caro vecchio” Fox dice che il 2008 sarà l’anno dello Scorpione, che è il mio ascendente, perciò qualcosa di bello potrebbe accadere anche a me in nell’anno che verrà.
Accidenti! Sono già le 17.00 e fra qualche tempo arriveranno tutti! Una bella doccia calda è quello che ci vuole per rinfrescarmi le idee e per riscaldare un po’ il mio cuore infreddolito. In sottofondo tanta musica: “Vedi caro amico cosa ti scrivo e ti dico/e come sono contento/di essere qui in questo momento,/vedi, vedi, vedi, vedi,/vedi caro amico cosa si deve inventare/per poterci ridere sopra,/per continuare a sperare./ … /L’anno che sta arrivando tra un anno passerà/io mi sto preparando è questa la novità”. Devo solo indossare un paio di pantaloni neri e un maglione e fra qualche ora tutto sarà passato. Adesso tante aspettative, fra qualche ora soltanto un nuovo anno da vivere.

Felice 2008 a tutti voi.

Un crodino e tanta musica. Basta una serata così a farmi capire tante cose.
Basta a farmi capire che c’è ancora il tempo e la possibilità di sorridere di cuore e col cuore. Basta a farmi capire che più serenamente vivo il mio oggi, meglio costruisco il mio domani.
Basta a farmi capire che il mio domani devo costruirlo pian piano, giorno dopo giorno, e posso farlo già da oggi senza ostinarmi a stare con le mani in mano aspettando qualcosa che in questo modo non arriverà mai.
Basta a farmi capire che la lotta non finisce mai per me, ma nemmeno per gli altri.
Basta a farmi capire che anche la speranza non finisce mai, non deve mai finire e non deve mai spegnersi nonostante ad ogni nuovo risveglio mi si presenti davanti una nuova difficoltà, piccola o grande che essa sia.
Basta a farmi capire che ognuno a modo suo è speciale perché unico e diverso da qualsiasi altra persona al mondo e deve essere sempre orgoglioso di essere se stesso, di essere quel che è se ha vissuto tutte le cose belle e meno belle della vita con passione, ardore, impegno e semplicità, credendo in se stesso prima che in qualsiasi altro essere umano.
Bastano un crodino e tanta musica a farmi capire che non devo ostinarmi a soffocare la fiammella della speranza che è lì nella parte più profonda del mio cuore, e che devo invece imparare a riaccenderla e ad alimentarla per ogni singolo mio futuro giorno, sapendo che nel momento in cui il vento soffierà contrario il mio soffio gentile dovrà essere più forte e più convinto perché quella stessa fiamma possa dirigersi nella direzione più giusta per me.
Grazie a chi mi ha insegnato tutto questo. Grazie di cuore.  

P.S. Sul mio spazio YouTube, il cui link è nella colonna qui a destra alla sezione Blogroll, c’è il video di quella che per me rappresenta la colonna sonora di questa serata: “Qualcosa che non c’è” di Elisa.

Attenzione prego! Il seguente post è un pezzo, un po’ divertito e un po’ polemico, da me scritto nel pieno delle mie facoltà mentali e delle mie dirette esperienze personali per festeggiare a modo mio il 3 dicembre, giornata che in Europa viene dedicata ogni anno alle persone disabili.

E un altro sabato sera se ne va portando con sé gli strascichi emotivi di un frenetico zapping davanti alla tv, mentre cerco di trovare un po’ di calore fra questo divano e il plaid a quadrettoni gialli e blu.
Canale dopo canale, le mie dita restano immobili e i miei occhi basiti di fronte all’ennesimo show televisivo che in prima serata mostra una ragazza affetta dalla sindrome di Down persa fra decine di matite colorate, di penne, di quaderni. Gli spettatori applaudono forse inteneriti da una ragazza così simpatica, ma insieme così bambina per la sua ingenuità e per la sua spontaneità, che viene messa di fronte alla scelta di rinunciare a qualcosa di suo a cui tiene particolarmente pur di incontrare l’idolo del suo cuore. Leggi dello share televisivo che fa tabula rasa dei sentimenti e della sensibilità della persona protagonista, ‘ché di persona si tratta? Non so (forse)… E comunque quegli stessi spettatori, nel pomeriggio, si sono già inteneriti di fronte alla storia di una donna malata di sclerosi multipla o di una bambina che per essere curata ha dovuto trasferirsi coi genitori in America o, ancora, di una donna che per aiutare i bambini più bisognosi si inventa un lavoro da clown taxista e accompagna all’ospedale i bambini che necessitano di frequenti terapie.
Ed è per tutti scandaloso che il capo dei vigili di Roma usi il contrassegno arancione per parcheggiare nei posti riservati ai disabili pur non avendone diritto.
Scandalo! Orrore! Infamia!
E poi?
Poi capita che devi parcheggiare nel tuo bel parcheggio riservato col tuo bel (e purtroppo, ripeto purtroppo necessario) contrassegno arancione, perché altrimenti dovresti parcheggiare troppo lontano per arrivarci ancora in forze con le deboli gambe che ti ritrovi o anche perché la tua bella carrozzina non scende se parcheggi in un normalissimo parcheggio, e lo trovi occupato da un’auto sprovvista di contrassegno; e se per caso lo trovi libero e parcheggi rischi tante volte di ritrovarti l’auto strisciata con la punta di una chiave o con tante scritte “benauguranti” ben stampate fra la polvere che dimora sui cristalli dell’auto. Oppure capita che, durante una manifestazione atta a evitare la chiusura di un centro di cure, ti senti dire che “Per me puoi morire quando ti pare, anzi non dovevi nemmeno permetterti di venire al mondo.” O ancora capita che alla stazione dei ragazzini si prendano gioco di te colpendoti con le cerbottane e che la gente ti passi accanto facendo finta di non vedere e non sentire. E che dire di quando poi qualcuno ti è davanti e ti parla a monosillabi aprendo bene la bocca e scandendo bene le parole perché crede che tu sia scema e non capisca o non ci arrivi?
E se spostiamo la questione nella virtualità cambia qualcosa? No, certo che no… Disabile? No, grazie! “Fusse che fusse” che son diventata un pacchetto di Marlboro e non me ne sono resa conto? Quasi quasi mi è venuta un’idea! A Carnevale mi scriverò sul vestito “Il disabile uccide… Il fumo un po’ meno.” E se mai lo farò, lo farò senza alcuna convinzione, solo per compiacere un pubblico (pagante?) divertito e da divertire, e alzare lo share televisivo con tutto ciò che di buono ne consegue. Certo non per me.

E’ un periodo strano, forse atipico.
Tutto scorre sempre uguale giorno dopo giorno: la sveglia, la colazione, la tangenziale, l’autostrada, il traffico, il lavoro, poche battute davanti al distributore automatico del caffè e via al lavoro, per poi tornare a casa la sera, di nuovo sull’autostrada fino alla tangenziale, in mezzo a un traffico che mi è sempre più insostenibile. Giorno dopo giorno tutto scorre entro limiti prestabiliti e sempre uguali.
C’è qualcosa però che non è uguale al solito, proprio qui… Dentro di me. Bastano una dolcissima neonata che sgambetta sulla sua culla indossando due tenere calzette rosa firmate Calzedonia, una bambina piena di riccioli biondi che racconta di aver sognato gli “Uomini della Farina” e tante biciclette, un tramonto notato per caso mentre il traffico cittadino mi inghiotte e mi risucchia, basta la consistenza dei petali ingialliti e ormai secchi di tre rose bianche a farmi arrossare gli occhi fino a farmi versare una piccola lacrima e a disegnare sul mio volto un sorriso emozionato. Tutto accade così, senza una ragione, solo perché dentro di me sfociano delle emozioni così immense e così forti da non poterle trattenere. Mi riscopro un po’ più attenta agli altri e al loro benessere, più empatica nei riguardi dei loro discorsi e dei loro problemi, ma allo stesso tempo più arroccata dentro di me, nel mio mondo interiore, in difesa delle mie emozioni. E se da un lato, pur non sapendolo e forse volendolo esprimere a parole, mi sento alla disperata ricerca del più piccolo contatto fisico con le persone che amo e che mi amano, dall’altro lato mi scosto insofferente di fronte ai piccoli gesti che ricevo da persone dalle quali non mi aspetterei nulla perché non riesco proprio a vederli come gesti spontanei, ma solo dettati da una serie di variabili estemporanee e non certamente affettive nei miei confronti.
Proprio qui sento il mio cuore stringersi e allo stesso tempo cercare di farsi più spazio dentro di me, colmo di mille emozioni, ma come imprigionato in una gabbia di cristallo che può rompersi da un momento all’altro al minimo sussulto. La sola cosa che riesco a fare per placare le mille e più sensazioni che lo invadono è ascoltare e canticchiare La Donna Cannone di Francesco De Gregori, e lo faccio in molteplici momenti della giornata con un canto intimo e sommesso che mi fa sentire meglio. Almeno un po’.
P.S. un video di questa canzone lo potete trovare sul mio spazio YouTube qui a lato.