Gennaio 2008


Ore ed ore passate al telefono. Questo è quello che se ne cava dagli ultimi giorni della mia piccola vita. Mille e più parole spese a cercare di capire dove sbaglio, in cosa posso correggermi e cosa devo capire, cosa devo metabolizzare e cosa devo accettare mio malgrado. Parole che si sommano ad altre parole che sembrano buttate lì per caso nel bel mezzo di un discorso, ma che in realtà nascondono piccole e grandi sfumature di me, di ciò che sono e di ciò che provo. E mi rendo conto che le parole degli altri ieri come oggi mi hanno scavato l’anima, alcune in positivo, altre in negativo, ma tutte sono servite perché stasera mi sento più “la Vale”, stasera mi sento più “me”.
No, non voglio sentirmi dire che sono speciale. Non voglio sentirmelo dire per adulazione. Voglio percepirlo in me, fra le pieghe della pelle e del mio cuore, questo cuore demoralizzato che stasera ritrova l’impeto e la voglia di vivere, di amare e di innamorarsi nuovamente. Troppo spesso mi lascio condizionare dalle opinioni e dai pensieri degli altri. Troppo spesso prendo per oro colato, per sola e unica verità ciò che gli altri mi dicono e le opinioni che essi esprimono… E ci sto male, tanto male, perché so che dentro di me una vocina vorrebbe urlare il suo diverso modo di vedere le cose, la sua opinione, la sua verità, ma quando sale alla gola si sente strozzare da due mani invisibili e terribilmente forti che la frenano e la riducono allo stremo delle forze. So che ci vorrà molto, molto tempo perché questa vocina abbia il coraggio di uscire allo scoperto e di esprimere liberamente ciò che va e ciò che non va, ma non è giusto che io perda il rispetto per me e per quello che ho vissuto solo e soltanto per amore della serenità, perché la serenità di facciata è la peggior bugia che si possa esprimere riguardo a se stessi. Non amo impormi e non credo che lo farò mai, ma credo che proverò semplicemente e rispettosamente a dire quella piccola parolina che mi pesa un sacco dire.
NoNon mi va, non voglio, non sono d’accordo, non è giusto. Tutto secondo me.
E’ strano come in un anonimo pomeriggio invernale passato per ore al telefono a un certo punto io abbia potuto sbottare con un’emerita parolaccia detta d’impulso. Non mi piace dire le parolacce e non ne dico praticamente mai, tanto che la persona che oggi era al telefono con me mi ha detto “Sono cinque anni che ti conosco ed è la prima volta che ti sento fare un’esclamazione simile, che peraltro, rispetto alle parolacce che si sentono in giro, è anche piuttosto innocente. Questa giornata me la devo segnare sul calendario!”. Sorrido. Penso a quanto quella breve parola ha racchiuso e racchiude in sé la mia rabbia e contemporaneamente tutta la mia voglia di reagire, ma so che anche il Cielo mi deve aiutare da oggi in poi, perché se io mi aiuto ma qualcosa non gira di per sé per il verso giusto tutto resta comunque troppo difficile per me.
Guardo fuori della finestra. E’ l’ora del tramonto. Il profilo spoglio e scuro del salice piangente che ho di fronte a me sembra spingere violentemente i suoi rami verso il cielo, un cielo azzurro-blu dal quale fanno capolino alcune timide striature rosa che quel salice sembra voler disperatamente toccare e afferrare, attaccandosi saldamente ad esse. Il mio respiro appanna il vetro della finestra che mi divide da quel salice. Alzo le braccia verso l’alto e stringo i pugni, ed è come se le mie braccia si facessero rami in cerca di trovare la forza di afferrare anche solo un piccolo, infinitesimo lembo di vita in rosa per la mia anima.

[Mi sembrava carino immortalare quell'albero e quel tramonto che stasera mi hanno tanto aiutato, per cui ho fatto loro una foto, non per vanità bensì per imprimere bene nella mia mente questo istante. Per i più curiosi fra i miei quattro lettori, la foto è sul mio spazio Flickr. Il link è come al solito nella colonna qui a destra.]

Giorni di sole inseguono giorni di pioggia e tutto scorre in un ritmo incessante, come in una folle corsa dell’oggi di stasera verso il domani di domattina.
Pochi minuti di una sera buia e piovosa. Pochi minuti per restare lì, da sola, a cercare di organizzare la mia vita, di decidere, di provare a progettare, a fare, a vivere. Inconsciamente mi punisco sedendomi a terra: provo una sensazione di intenso fastidio, quasi di dolore nel sentire il freddo delle piastrelle del pavimento bruciare sulle mie carni. Mi guardo, mi osservo. Osservo ogni centimetro di me, ogni più piccola piega della pelle, sfioro piano i polsi e le pieghe delle braccia, le caviglie e le ginocchia. Sbotto in una smorfia. Mi chiedo quale sia il corpo che sto sfiorando con così tanto dolore, ed è come se i miei occhi vedessero qualcosa di diverso, qualcosa di migliore; ma lo specchio di fronte a me mi riporta alla realtà. E’ la realtà di un corpo che non sento, che non penso, che non vedo nella mia mente e che non sento nel mio cuore; e mi rendo conto che questo è il corpo che invece vedo attraverso lo specchio, un corpo che, pur con tutti i suoi difetti, mi è stato donato con amore, un corpo che dovrò curare per tutta la vita e che in fondo amo davvero come amo davvero me stessa perché insieme, in quasi 35 anni, ne abbiamo davvero passate di tutti i colori… Però siamo ancora qui. Pieni di lividi che forse non se ne andranno mai, ma siamo qui.
C’è silenzio intorno, ma non dentro di me. Il cuore si stringe nel dolore di questi giorni che si prendono pesantemente per mano e mi accompagnano verso il proseguo della mia vita. E’ un cuore che fa le bizze. Sempre più spesso si stringe, a volte soffoca in sé stesso, più raramente scoppia di gioia, di una gioia che appartiene alla mia vita, ma che non è parte di me tanto quanto vorrei che fosse tale. E’ strano quanto il sorriso di un bambino mi sappia far scoppiare in lacrime di vera gioia che ormai non riesco a provare che per lui e pochissimo altro.
Non basta però… Purtroppo mi rendo conto che non basta. Troppo grande è il dolore di sentirmi evitata da chi mi siede accanto durante l’arco della giornata a causa di questo mio essere fisico che ieri non ho potuto decidere e che oggi non so comandare, e che non ho potuto e mai potrò decidere e comandare. Troppo grande è il dolore di rinunciare ad un amore che in realtà non è mai stato tale. Mi rintano dentro di me, nei miei pensieri, da sola. E mi penso. Mi penso a correre nei prati, a ballare in discoteca, a fare all’amore con amore. Ma è solo un pensiero, un’immagine… Meglio: un desiderio di fare quello che non potrò mai fare… di quello che ho fatto seppur goffamente fra luci psichedeliche e note che mi rimbombano nella testa e nel cuore… di dare quello che avrei voluto dare alla persona che il mio cuore si ostina ancora ad amare con tutto se stesso nonostante la mia testa mi imponga ogni giorno di provare a pensare ad altro, di provare a continuare a vivere e a credere ancora in qualcosa e in qualcuno, perché “noi” non esiste finché non si è in due… E invece qui ci sono solo io. Io e basta. Ma non vedi? Io sono questo! Come? Ma sì, questo: salto, corro, ballo, amo! Non riesci a vedermi? No, vero…? No. E allora… In che cavolo di corpo sono finita, accidenti a me?! Cosa c’è che tu vedi e che io non riesco a vedere?
Mi devo svegliare, adesso. Mi-devo-svegliare… Mi-devo-svegliare… Mi-devo-svegliare…
E passo il tempo a leccarmi le ferite, a disinfettare la mia pelle con quel sapone così rosso che sembra sangue che scorre fra le pieghe di questa vita che non è più tale così com’è. Continuo ogni giorno a svegliarmi e a fare tutto come sempre, ma senza parlare con nessuno perché nessuno parla più con me. E capita che quelle poche persone che davvero mi sono amiche mi vogliano parlare veramente, ed io eviti il confronto… Per paura: paura di farmi vedere debole quale sono, paura di farmi vedere così fragile, così insicura, così desiderosa di quell’abbraccio che se ricevessi veramente e spontaneamente forse sarei capace di evitarlo scostandomi, urlando per non farmi toccare… Per non far toccare questo mio corpo… Questo corpo così.
E non conta niente che qualcuno, pur sinceramente, mi dica che sono “davvero una persona speciale” per l’allegria, per socievolezza, per la forza di carattere. Tutte balle. Se questa solitudine è il prezzo da pagare per essere “davvero una persona speciale”, è davvero un prezzo troppo alto. Troppo alto nonostante tutto.  

Ti amo.
Così. Semplicemente.
Ti amo quando guardandoti sento il mio cuore scoppiare nel petto. Ti amo quando, perdendomi nel tuo abbraccio saldo e delicato, il battito del mio cuore si fa regolare; e quando nel tuo abbraccio i muscoli del mio corpo si rilassano a tal punto da abbassare tutte le difese. Ti amo quando la mattina mi dai il buongiorno con un tenero bacio sulla fronte ed io, ancora intontita dal sonno, ti rispondo con un sorriso assonnato. Ti amo quando poco dopo mi scioglie l’espressione di gioia che leggo nei tuoi occhi nel vedermi arrivare a letto con il tuo amato caffè bollente e una calda brioche alla marmellata. Ti amo quando mi volti le spalle e chiudi la porta per affrontare una lunga giornata di lavoro, perché so che mi penserai e io ti penserò, e la sera il ritorno a casa sarà una festa. Ti amo quando mi lasci senza parole grazie a piccole e inaspettate sorprese. Ti amo quando metto le mani in tasca e nell’involucro del chewing-gum trovo scritto un tuo pensiero dedicato a me. Ti amo quando ti siedi a tavola e fai mille apprezzamenti ai miei piatti, anche quando a me sembrano immangiabili. Ti amo quando faccio mille e più sforzi per rendere la nostra casa accogliente e tu non fai altro che complimentarti con me, premiando il mio impegno anche se i risultati che ho raggiunto sono del tutto deludenti. Ti amo quando mi cerchi come se fossi l’unico porto sicuro della tua vita e l’unica persona al mondo capace di consigliarti per il meglio. Ti amo quando ci allontaniamo per vivere ognuno una sua nuova esperienza, lontani l’uno dall’altra, per poi ritrovarci come se il tempo non fosse mai passato e come se la distanza da noi ci avesse arricchito e unito ancor più di prima. Ti amo quando litighiamo e non riusciamo a stare più di un minuto col cuore arrabbiato. Ti amo quando mi rispetti. Ti amo quando mi fai notare con garbo e delicatezza se sto sbagliando. Ti amo quando cerchi di correggermi e ti amo quando non ti arrabbi se ti faccio un’osservazione o ti rimprovero. Ti amo quando mi offri il tuo aiuto nel momento in cui io non ho il coraggio di chiedertelo e ti amo quando dandomi il tuo aiuto non mi fai sentire inferiore a te. Ti amo perché vicino a me non hai paura delle difficoltà. Ti amo perché condividendo la vita con me non hai paura di avere il mondo contro, perché sono io il tuo mondo come tu sicuramente sei tutto il mio. Ti amo per il figlio che cerchiamo e che un giorno avremo se il Destino deciderà questo per noi.
Ti amo per queste e per milioni di altre ragioni.
Per milioni di altre ragioni io ti amo. Milioni di ragioni che non so dire.
Ti amo. Quando un giorno… Quando io… Ti troverò.