“La figlia del Doge Orso I Partecipazio amava, riamata, contro il volere paterno, un giovane bello e coraggioso, ma di modeste condizioni, di nome Tancredi. La fanciulla consigliò allora all’innamorato di andare a combattere contro i Turchi per acquistare gloria.
Il prode giovane purtroppo cadde, colpito a morte, presso un cespuglio di rose e, prima di morire, inviò all’amata un bocciolo tinto del suo sangue quale estremo messaggio d’amore. La mattina seguente Maria Partecipazio venne trovata morta con il bocciolo rosso posato sul cuore e da allora gli amanti veneziani usano quel fiore come emblematico pegno d’amore dell’uomo verso la donna amata alla quale il fiore, rigorosamente rosso, viene offerto nel giorno di San Marco, patrono di Venezia: il 25 aprile.”

E’ giorno di festa oggi nella mia città, eppure… Eppure non c’è neanche l’ombra di una rosa in questa casa nella quale mi aggiro come una tigre in gabbia travestita da mansueto gattino.
Un’immensa bolla di sapone trattiene dentro sè queste quattro mura. Il mondo fuori va avanti, vive. Allegro, disperato, caparbio, impulsivo, gioioso, terrorizzato, ma vive. Dentro, solo io: io e le innumerevoli spine di questo letto sul quale spero di trovare un po’ di pace, di ritrovare la gioia, la speranza di cambiare e la forza di farlo o di provare a farlo al di là di quello che possono pensare gli altri… Perché è come se chi mi vive accanto non avesse più fiducia in me, nelle mie capacità e nelle mie possibilità, allora io mio areno. Mi areno nella rassegnazione che le cose non cambieranno mai in meglio per me. Mi areno nella rassegnazione di amori finiti o mai vissuti che sono diventati lo spettro di un letto di spine che ogni notte mi pungono le carni fino a farle sanguinare copiosamente. Mi areno su una solitaria spiaggia come una barca alla deriva che ha perduto il comando del suo timoniere, che a sua volta ha perduto la vita nella tempesta.
Nemmeno immergere mani e polsi in un catino d’acqua fresca, e con essa bagnarmi il viso, riesce a darmi un po’ di quel brivido che è volato via da troppo tempo… Il brivido di sentire il cuore battere all’impazzata quando vedi che lui ti guarda, quando lui ti parla, ti cerca. Il brivido che danno la risata e un brindisi con un amico. Il brivido di una serata diversa e inaspettata, di una telefonata, di un messaggio, della voglia di vedersi, di parlarsi, di stare insieme, di condividere insieme, di cercarsi, di trovarsi, di unirsi in un’unica anima sotto una notte trapunta di stelle con la luna che è lì, immobile, a guardare e a sorridere per quel che accade sulla terra.
In una vita precedente, fino a quattro, cinque anni fa, queste cose le vivevo e le godevo appieno e, pur sapendo in partenza che si trattava solo di attimi fuggenti, ero felice. E adesso? Adesso forse non sono più viva, non sono più sulla terra, donna fra gli uomini. Forse sono solo uno spettro, anche se continuo ad alimentare in me i motivi per ancorarmi sulla terra. Ma forse non ci sono più… Forse non esisto più e non me ne sono ancora accorta. Beh, se così fosse mi conviene lasciare un messaggio in questa vecchia bottiglia verde e lasciarla andare nel mio amato mare, in cerca di qualcosa o qualcuno che legga le mie parole.

“Per arrivare all’alba
non c’è altra via che la notte.”
(Kahlil Gibran)

Aspetto l’alba. Davanti al mare. Dicono che prima o poi arriverà.

On air: “A te” di Jovanotti (spazio Youtube qui a destra)