Luglio 2008


La sveglia suona all’alba. L’aria ancora frizzante prude sulla pelle. Un caffè forte trangugiato in fretta, poi si parte. Mi aspetta una nuova e intensa giornata di lavoro: decine di files excel da lavorare, di richieste da espletare, di fotocopie da fare, fax da inviare e scartoffie da eliminare. Così, per otto ore. Ore che passano lente. Sembrano non finire mai e proprio quando poche e veloci azioni mi convincono che la fatica per quel giorno è giunta al termine, mi rendo conto che non è così: la pesantezza di quella giornata si amplifica in chilometri e chilometri di autostrada bollente, in mezzo a un traffico che sembra quotidianamente “da bollino rosso”.
Quasi non mi rendo conto di parcheggiare l’auto sotto casa, di chiudere la portiera e di avviarmi verso il portone, ma poi tutto cambia. Mi basta girare la chiave nella toppa e affacciarmi per entrare che subito la tensione si scioglie. Sorretto per le manine dalla nonna, pian piano mi raggiunge il mio nipotino che mi abbraccia cingendomi le gambe e mi guarda sorridendo felice. Tende le braccia verso l’alto e fa mille versetti per attirare la mia attenzione. Non resisto… Non posso proprio resistere. Lo alzo da terra e lo abbraccio forte stringendolo a me, mentre lui mi mette le braccine al collo mi dà un impacciatissimo bacetto sulla guancia.
“Buongiorno amorino della zia, come stai?”
Sorride. Ma non c’è tempo da perdere. Si gira leggermente verso destra, tende il suo braccino e punta l’indice verso la mia stanza. Poco dopo mi ritrovo seduta assieme a lui sul mio letto. Bolle di sapone piccole e grandi volano nella stanza, mentre insieme mettiamo in bell’ordine tutti i miei peluches sulla testiera del letto. Basta un movimento di pochi centimetri: il suo ditino fa click sulla radio, la stanza si riempie della musica dei miei adorati Spandau Ballet e lui si mette a ballare ridendo come un matto. Io lo guardo e sorrido, felice.
E’ tempo per un altro gioco, allora lui scende dal letto e si mette a gattonare veloce per casa, mentre io lo seguo a poche decine di centimetri, gattonando a mia volta. Ogni tanto si gira verso di me, si siede per terra, ride, si rigira e riprende a gattonare veloce, finché la stanchezza lo assale e finisce per chiedere l’abbraccio e le coccole della nonna.
Arriva sera e la casa si riempie di silenzio e di solitudine.
Mi guardo allo specchio. Effettivamente sono stanca, accidenti… Mancano ancora due settimane di lavoro prima delle agognate ferie. Guardo lo specchio, ma non riesco a guardare al domani più vicino. Mi specchio e ripenso all’ultima parte del pomeriggio, passata fra risate e sollazzi vari assieme all’”amorino della zia”. E mentre ci ripenso lo specchio restituisce l’immagine di me che mi sfioro la pancia piano piano, ma non si tratta della mia reale pancia… E’ la pancia gonfia, immensa, affascinante e protettiva di una donna che porta dentro sé la vita, l’Amore e il frutto di questo Amore.
“Chissà come sarebbe se anch’io un giorno… Chissà come sarebbe stato se…”

C’è silenzio intorno. Intorno e dentro me. Il battito del mio cuore disegna una linea piatta, la mia testa si sente intontita e si rifiuta di articolare anche il più piccolo e spontaneo pensiero.
Avrei voglia di tutto – ridere, scherzare, sorridere, sperare – eppure non ho voglia più di niente. Solo di stare chiusa qui, immersa in un cielo nero circondato da pareti nere, in assoluto silenzio, ma un silenzio di quelli che non mi fa percepire nemmeno quel che ancora percepisco del battito del mio cuore.
E’ che volevo dimenticarmi di ieri. Volevo far passare questo giorno come se niente fosse. Volevo che tutti se ne dimenticassero, per dimenticare che il tempo passsa e più passa più sono ferma e non cammino verso un fantomatico domani. Volevo… Volevo… Ma in fondo non volevo. Perché io a queste cose un po’ ci tengo, anche se affermo sempre il contrario. Affermo il contrario e faccio la dura con la speranza di soffrire meno, ma non è così. Soffro. Soffro e pago. Pago il prezzo di scelte sbagliate, fatte sull’onda dell’impulsività con la sola idea di essere più forte rispetto a cose più grandi di me che non riesco, non posso combattere e vincere, e rispetto alle quali sento di non poter coinvolgere nessuno al di fuori di me. Cose di cui parlo più o meno distrattamente, e comunque delle quali continuo a conservare la più pesante essenza dentro me, nelle radici della mia anima… Perché nessuno ha il mio corpo, nessuno ha il mio passato, nessuno ha il mio presente e nessuno ha il futuro che aspetta me… Nessuno, per fortuna.
Mi pare di sentire nelle orecchie la fatidica frase che si dice in questi casi: “C’è chi sta peggio!”. Sì, sicuramente c’è, ma questa non è vita. Non lo è questo automatico ripetersi delle azioni quotidiane, non lo è questa mancanza di un barlume di futuro sereno, non lo è dover lottare ancora ogni singolo giorno per far capire a chi è al di fuori di me che in me non c’è solo un corpo sfatto, ma anche una persona che desidera vivere, amare, sorridere, parlare, ascoltare ed essere ascoltata.
Arriva sera. Mi guardo allo specchio. La vista annebbiata mi restituisce l’immagine di una larva della persona che sono: un vaso rotto, un meccanismo inceppato, un novello gobbo di Notre Dame del terzo millennio. Chiudo gli occhi cercando di trovare un po’ di pace per il mio cuore, ma dopo qualche secondo squilla il telefono. E’ sera inoltrata ormai… Chi sarà? Una voce… Quella voce. Quella di chi ammette non riuscire a guardarmi negli occhi, di non riuscire a parlarmi. Quella che non dice mai se si vergogna di me per ciò che sono o di se stessa per aver dato forma a un corpo come il mio. Ed è dura. Lo è, me ne rendo conto. E’ dura dire certe cose, ma è molto più dura sentirle. Più scorrono le parole, più davanti a me si dipinge una voragine di cui non riesco a vedere il fondo, e più frana la terra più resto sola sopra questa zolla di terra che rischia di cadere da un momento all’altro. Le mie orecchie non sentono più nulla se non una continua litania che si annoda qui, dentro e intorno alla mia debole anima.
Non volevo niente ieri. Volevo solo un abbraccio frettoloso e un altrettanto frettoloso augurio di buon compleanno. Mi bastava solo questo. Me lo sarei fatto bastare.

“Reiko mi guardò per qualche istante, mentre le rughe agli angoli degli occhi si facevano più profonde. - Certo che tu hai proprio un modo curioso di parlare, - disse. - Non è che cerchi di imitare il ragazzo di quel libro, Il giovane Holden?
- No! Che idea! - dissi ridendo.
Anche Reiko, con la sigaretta tra le labbra, si mise a ridere.
- Però tu sei un ragazzo pulito. Mi basta guardare una persona per capirlo. Qui in sette anni di gente ne ho vista andare e venire tanta, perciò ormai sono un’esperta. La differenza fra le persone che sanno aprire il loro cuore, e quelle che non sanno. Tu sai aprirlo. Ma solo quando dici tu, beninteso.
- E se uno lo apre cosa accade?
Sempre senza posare la sigaretta Reiko appoggiò le mani sul tavolo e con aria divertita disse: - Si guarisce -. La cenere cadde sul tavolo ma lei non ci fece caso.”
(Haruki Murakami, Norwegian Wood - Tokio Blues)