La sveglia suona all’alba. L’aria ancora frizzante prude sulla pelle. Un caffè forte trangugiato in fretta, poi si parte. Mi aspetta una nuova e intensa giornata di lavoro: decine di files excel da lavorare, di richieste da espletare, di fotocopie da fare, fax da inviare e scartoffie da eliminare. Così, per otto ore. Ore che passano lente. Sembrano non finire mai e proprio quando poche e veloci azioni mi convincono che la fatica per quel giorno è giunta al termine, mi rendo conto che non è così: la pesantezza di quella giornata si amplifica in chilometri e chilometri di autostrada bollente, in mezzo a un traffico che sembra quotidianamente “da bollino rosso”.
Quasi non mi rendo conto di parcheggiare l’auto sotto casa, di chiudere la portiera e di avviarmi verso il portone, ma poi tutto cambia. Mi basta girare la chiave nella toppa e affacciarmi per entrare che subito la tensione si scioglie. Sorretto per le manine dalla nonna, pian piano mi raggiunge il mio nipotino che mi abbraccia cingendomi le gambe e mi guarda sorridendo felice. Tende le braccia verso l’alto e fa mille versetti per attirare la mia attenzione. Non resisto… Non posso proprio resistere. Lo alzo da terra e lo abbraccio forte stringendolo a me, mentre lui mi mette le braccine al collo mi dà un impacciatissimo bacetto sulla guancia.
“Buongiorno amorino della zia, come stai?”
Sorride. Ma non c’è tempo da perdere. Si gira leggermente verso destra, tende il suo braccino e punta l’indice verso la mia stanza. Poco dopo mi ritrovo seduta assieme a lui sul mio letto. Bolle di sapone piccole e grandi volano nella stanza, mentre insieme mettiamo in bell’ordine tutti i miei peluches sulla testiera del letto. Basta un movimento di pochi centimetri: il suo ditino fa click sulla radio, la stanza si riempie della musica dei miei adorati Spandau Ballet e lui si mette a ballare ridendo come un matto. Io lo guardo e sorrido, felice.
E’ tempo per un altro gioco, allora lui scende dal letto e si mette a gattonare veloce per casa, mentre io lo seguo a poche decine di centimetri, gattonando a mia volta. Ogni tanto si gira verso di me, si siede per terra, ride, si rigira e riprende a gattonare veloce, finché la stanchezza lo assale e finisce per chiedere l’abbraccio e le coccole della nonna.
Arriva sera e la casa si riempie di silenzio e di solitudine.
Mi guardo allo specchio. Effettivamente sono stanca, accidenti… Mancano ancora due settimane di lavoro prima delle agognate ferie. Guardo lo specchio, ma non riesco a guardare al domani più vicino. Mi specchio e ripenso all’ultima parte del pomeriggio, passata fra risate e sollazzi vari assieme all’”amorino della zia”. E mentre ci ripenso lo specchio restituisce l’immagine di me che mi sfioro la pancia piano piano, ma non si tratta della mia reale pancia… E’ la pancia gonfia, immensa, affascinante e protettiva di una donna che porta dentro sé la vita, l’Amore e il frutto di questo Amore.
“Chissà come sarebbe se anch’io un giorno… Chissà come sarebbe stato se…”