vita quotidiana


Blog chiuso a tempo indeterminato per:
- pc rotto e non più riparabile;
- mancanza di fondi per comprare un pc nuovo;
- depressione;
- solitudine;
- insonnia;
- debolezza;
- …
- …
- …
Il resto non lo ricordo più, ma poi che importa? Stop! Dimentica.

… Perché basta così. Tutto qui.

Ma in fondo mi chiedo: importa a qualcuno? Boh!

… E così è già trascorsa la prima giornata delle tanto attese ferie: ben tre settimane che nella quotidianità gireranno come vorrà il destino. Attendo senza troppa impazienza ciò che il destino ha deciso per me in questi caldi giorni estivi e intanto passo il tempo a riposare, leggere, pensare e scrivere. Nelle settimane successive al mio trentacinquesimo compleanno mi sono guardata spesso allo specchio e nel cuore, e ho fatto una promessa a me stessa: quella di iniziare da oggi a dedicare più tempo a me stessa, alla mia persona, al benessere della mia anima e del mio intero corpo; insomma, di essere un po’ più egoista e di mettere me stessa, l’amore per me e il mio equilibrio psichico avanti a qualsiasi persona o evento.
Ma non tutto è andato e va come vorrei. Parole non cercate che feriscono. Eventi inaspettati che sconvolgono. E un giorno in più che passa è un taglietto in più su questo mio giovane ma vecchio cuore. La voglia di lottare che c’è nella parte più profonda e nascosta del mio cuore, ma la forza di farlo che non c’è o è troppo debole, tanto da avere bisogno di sostegno.
Spesso sento un tale senso di soffocamento che è come se uscissi da me stessa e mi ritrovassi spettatrice inerme del mio annegamento in un mare in tempesta. Eppure so bene che la mia forza è lì, nascosta, latente, ma non viene fuori… Non viene fuori, accidenti! Impegno, forza e determinazione. Questo ci vorrebbe. Ma non basterebbe, credo. Ci vorrebbe la capacità e la possibilità di prendere in mano la mia vita e di agire, al di là di quello che potrebbero pensare, dire o fare questa o quell’altra persona a me vicina. E il fatto è che so, sono certa di esserne capace, ma non posso. Non adesso o forse sì, ma non da sola.
E allora grazie. Grazie a tutti gli amici vicini e lontani, reali e virtuali (e comunque per me profondamente reali), che mi stanno vicini in questo momento. A volte, quasi senza rendermene conto, ricevo tali e tanti abbracci di una grande intensità da togliermi il fiato. C’è chi mi vede arrivare al lavoro la mattina presto e mi chiede di bere un caffè insieme, e con la scusa di fare due chiacchiere davanti alla macchinetta ci si confessa le piccole e grandi paure di ogni giorno. C’è chi dopo una dura ed intensa giornata di lavoro ha un pensiero per me e fa squillare il mio cellulare in un momento inaspettato che diventa così un momento da ricordare. C’è chi raccoglie le mie lacrime dispensando sorrisi e tanta speranza che sento sempre più flebilmente dentro di me. C’è chi mi coinvolge nelle sue piccole e grandi gioie di ogni giorno condividendole con me, e c’è chi condivide con me le sue tensioni… Ma sempre con un sorriso.
Eppure ci sono cose che mi mancano, cose che non so chiedere, e non sono serena. Ogni tanto felice lo sono di sicuro, ma per brevi momenti. Serena no; non così. E forse non tutto dipende da me. O almeno non del tutto.
Cambierà?

9… 8… 7… 6…
Continua il conto alla rovescia verso le tanto agognate ferie. Tutto sembra dipingersi di un leggero azzurro solo all’idea che fra più o meno una settimana sarò padrona di gestire in piena autonomia i miei momenti di riposo, svago, studio; non mi demoralizza nemmeno l’idea di affrontare la lunga coda di vacanzieri ed autotrasportatori che mi aspetta fra il casello dell’autostrada e i 12 chilometri di tangenziale che ogni giorno percorro per rientrare a casa.
Disconnetti computer… Badge… Auto… Cancello aziendale. Via, si parte! E dopo 16 - 17 km del solito viaggio fra le solite auto e le persone che riconosco essere più o meno le stesse, appare la luminosa scritta che ormai scorgo con terrore, ma anche rassegnazione: “ATTENZIONE! CODA - ATTENTION! QUEUE”. Prima corsia, per stare più tranquilla e più a disposizione delle uscite laterali della tangenziale. Accelera… Frena… Accelera… Frena… Accelera… Frena… Stop! Ci si ferma tutti insieme, compagni di sventura di questa normalissima avventura del ponte agostano 2008. Fermi ogni volta per almeno dieci minuti con l’auto in moto perché ogni secondo potrebbe essere quello giusto per ripartire. Solo che… Solo che alla ripartenza sul cruscotto della mia auto si accende prima la spia del cambio, poi quella della batteria, e poi tutte le altre: se non sapessi di essere alla fine di una giornata di lavoro, stanca morta, in una nota tangenziale italiana, penserei di essere stata catapultata col teletrasporto in una famosa notte di bagordi a Las Vegas! Gira la chiave… Nulla… Gira la chiave… Ancora nulla… Rigira… Niente - niente - niente!!! I tir dietro di me iniziano a suonare innervositi, pur vedendo chiaramente le mie 4 frecce di emergenza, ed io comincio ad agitarmi.
Driiiinnnn!!!
Chiamo a casa. Non c’è nessuno se non mia madre che di certo non può venire ad aiutarmi.
Pochi secondi… Sta sopraggiungendo una piccola bolla di panico che mi sale dallo stomaco, arriva al cuore e giunge al mio cervello. Devo fare in fretta…. Devo fare qualcosa. Subito.
Decido.
Compongo sulla tastiera il solo numero che mi viene in mente: 113.
Il resto avviene lentamente, come i tanti flash di una macchina fotografica che una volta sviluppati si possono mettere uno accanto all’altro: un camionista e il conducente di un camioncino che si fermano dietro di me facendomi da scudo, mi fanno mettere in folle e mi spingono l’auto fino alla piazzola accanto a me (non posso dire cosa ho pensato quando mi sono resa conto che quella piazzola fosse proprio lì, accanto a me e alla mia auto!), il tempo di ringraziarli e salutarli che non c’è, l’arrivo dell’addetto alla viabilità autostradale che mi porta una bottiglietta d’acqua che ormai è calda, ma che a me sembra solo una gran manna dal cielo, l’arrivo del carro-attrezzi.
Il resto è quotidianità. Quotidianità conosciuta, ma che mi è difficile accettare in questo momento, nonostante si tratti solo di un auto. Dopo una prima volta a luglio 2007 prima delle ferie, una seconda a dicembre 2007 prima di Natale, per la terza volta in un anno la mia auto ha subito la rottura dello stesso identico pezzo di motore. Non c’è due senza tre, come si suol dire, ma credo che adesso sia realmente urgente correre ai ripari.
Così ho iniziato a scartabellare giornali e siti internet in cerca dell’auto, la mia auto! Quella che sceglierò di testa mia e pagherò di tasca mia. Quella che riterrò essere la più giusta per me. E qual è la più giusta? Cambio automatico (assolutamente necessario), 1300 - 1400, monovolume, piccolina ma non troppo “scatoletta di sardine”, adatta ai lunghi percorsi autostradali, ma anche ai terreni sconnessi della mia adorata campagna veneta, la tanto desiderata aria condizionata che ora non ho, la tanto desiderata radio che ora non ho, i tanto desiderati sensori di parcheggio che ora non ho e il tanto desiderato blutooth che ora non ho, e se possibile il vetro opaco sul cruscotto! Qualche piccola idea già ce l’ho, ma se vi va, miei cari amici e lettori, accetto consigli ed opinioni. Tenete presente che qui su wordpress non si possono inserire foto nei commenti, quindi se davvero vi va di aiutarmi, e ve ne sarei davvero grata, accolgo volentieri commenti lunghi-lunghi, ricchi però di suggerimenti, spiegazioni, descrizioni. E per il momento, per l’ultima settimana di lavoro prima delle ferie mi accontento a malincuore di essere una lavoratrice appiedata, scarrozzata avanti e indietro da un fratello al quale prima o poi farò un monumento.
Buone vacanze a tutti, miei cari amici, che siano vacanze di vero relax e svago, alla facciaccia mia che combatto ogni minuto col mal di schiena che mi è venuto in quelle tre orette sotto il sole, in auto, bloccata nel traffico, e che mi ha costretta a rimanere a letto per un intero giorno, ferma immobile come una mummia per non rischiare di alzarmi e cadere istantaneamente a terra come una pera cotta.

La sveglia suona all’alba. L’aria ancora frizzante prude sulla pelle. Un caffè forte trangugiato in fretta, poi si parte. Mi aspetta una nuova e intensa giornata di lavoro: decine di files excel da lavorare, di richieste da espletare, di fotocopie da fare, fax da inviare e scartoffie da eliminare. Così, per otto ore. Ore che passano lente. Sembrano non finire mai e proprio quando poche e veloci azioni mi convincono che la fatica per quel giorno è giunta al termine, mi rendo conto che non è così: la pesantezza di quella giornata si amplifica in chilometri e chilometri di autostrada bollente, in mezzo a un traffico che sembra quotidianamente “da bollino rosso”.
Quasi non mi rendo conto di parcheggiare l’auto sotto casa, di chiudere la portiera e di avviarmi verso il portone, ma poi tutto cambia. Mi basta girare la chiave nella toppa e affacciarmi per entrare che subito la tensione si scioglie. Sorretto per le manine dalla nonna, pian piano mi raggiunge il mio nipotino che mi abbraccia cingendomi le gambe e mi guarda sorridendo felice. Tende le braccia verso l’alto e fa mille versetti per attirare la mia attenzione. Non resisto… Non posso proprio resistere. Lo alzo da terra e lo abbraccio forte stringendolo a me, mentre lui mi mette le braccine al collo mi dà un impacciatissimo bacetto sulla guancia.
“Buongiorno amorino della zia, come stai?”
Sorride. Ma non c’è tempo da perdere. Si gira leggermente verso destra, tende il suo braccino e punta l’indice verso la mia stanza. Poco dopo mi ritrovo seduta assieme a lui sul mio letto. Bolle di sapone piccole e grandi volano nella stanza, mentre insieme mettiamo in bell’ordine tutti i miei peluches sulla testiera del letto. Basta un movimento di pochi centimetri: il suo ditino fa click sulla radio, la stanza si riempie della musica dei miei adorati Spandau Ballet e lui si mette a ballare ridendo come un matto. Io lo guardo e sorrido, felice.
E’ tempo per un altro gioco, allora lui scende dal letto e si mette a gattonare veloce per casa, mentre io lo seguo a poche decine di centimetri, gattonando a mia volta. Ogni tanto si gira verso di me, si siede per terra, ride, si rigira e riprende a gattonare veloce, finché la stanchezza lo assale e finisce per chiedere l’abbraccio e le coccole della nonna.
Arriva sera e la casa si riempie di silenzio e di solitudine.
Mi guardo allo specchio. Effettivamente sono stanca, accidenti… Mancano ancora due settimane di lavoro prima delle agognate ferie. Guardo lo specchio, ma non riesco a guardare al domani più vicino. Mi specchio e ripenso all’ultima parte del pomeriggio, passata fra risate e sollazzi vari assieme all’”amorino della zia”. E mentre ci ripenso lo specchio restituisce l’immagine di me che mi sfioro la pancia piano piano, ma non si tratta della mia reale pancia… E’ la pancia gonfia, immensa, affascinante e protettiva di una donna che porta dentro sé la vita, l’Amore e il frutto di questo Amore.
“Chissà come sarebbe se anch’io un giorno… Chissà come sarebbe stato se…”

C’è silenzio intorno. Intorno e dentro me. Il battito del mio cuore disegna una linea piatta, la mia testa si sente intontita e si rifiuta di articolare anche il più piccolo e spontaneo pensiero.
Avrei voglia di tutto – ridere, scherzare, sorridere, sperare – eppure non ho voglia più di niente. Solo di stare chiusa qui, immersa in un cielo nero circondato da pareti nere, in assoluto silenzio, ma un silenzio di quelli che non mi fa percepire nemmeno quel che ancora percepisco del battito del mio cuore.
E’ che volevo dimenticarmi di ieri. Volevo far passare questo giorno come se niente fosse. Volevo che tutti se ne dimenticassero, per dimenticare che il tempo passsa e più passa più sono ferma e non cammino verso un fantomatico domani. Volevo… Volevo… Ma in fondo non volevo. Perché io a queste cose un po’ ci tengo, anche se affermo sempre il contrario. Affermo il contrario e faccio la dura con la speranza di soffrire meno, ma non è così. Soffro. Soffro e pago. Pago il prezzo di scelte sbagliate, fatte sull’onda dell’impulsività con la sola idea di essere più forte rispetto a cose più grandi di me che non riesco, non posso combattere e vincere, e rispetto alle quali sento di non poter coinvolgere nessuno al di fuori di me. Cose di cui parlo più o meno distrattamente, e comunque delle quali continuo a conservare la più pesante essenza dentro me, nelle radici della mia anima… Perché nessuno ha il mio corpo, nessuno ha il mio passato, nessuno ha il mio presente e nessuno ha il futuro che aspetta me… Nessuno, per fortuna.
Mi pare di sentire nelle orecchie la fatidica frase che si dice in questi casi: “C’è chi sta peggio!”. Sì, sicuramente c’è, ma questa non è vita. Non lo è questo automatico ripetersi delle azioni quotidiane, non lo è questa mancanza di un barlume di futuro sereno, non lo è dover lottare ancora ogni singolo giorno per far capire a chi è al di fuori di me che in me non c’è solo un corpo sfatto, ma anche una persona che desidera vivere, amare, sorridere, parlare, ascoltare ed essere ascoltata.
Arriva sera. Mi guardo allo specchio. La vista annebbiata mi restituisce l’immagine di una larva della persona che sono: un vaso rotto, un meccanismo inceppato, un novello gobbo di Notre Dame del terzo millennio. Chiudo gli occhi cercando di trovare un po’ di pace per il mio cuore, ma dopo qualche secondo squilla il telefono. E’ sera inoltrata ormai… Chi sarà? Una voce… Quella voce. Quella di chi ammette non riuscire a guardarmi negli occhi, di non riuscire a parlarmi. Quella che non dice mai se si vergogna di me per ciò che sono o di se stessa per aver dato forma a un corpo come il mio. Ed è dura. Lo è, me ne rendo conto. E’ dura dire certe cose, ma è molto più dura sentirle. Più scorrono le parole, più davanti a me si dipinge una voragine di cui non riesco a vedere il fondo, e più frana la terra più resto sola sopra questa zolla di terra che rischia di cadere da un momento all’altro. Le mie orecchie non sentono più nulla se non una continua litania che si annoda qui, dentro e intorno alla mia debole anima.
Non volevo niente ieri. Volevo solo un abbraccio frettoloso e un altrettanto frettoloso augurio di buon compleanno. Mi bastava solo questo. Me lo sarei fatto bastare.

Tralasciando il ricordo del forte temporale dell’alba di stamane, si può proprio dire che l’estate è arrivata. Con l’estate sembra essere tornata violentemente, oltre a un caldo torrido, anche la voglia di passare i pomeriggi del fine settimana a leggere in giardino, stesa su un immenso telo mare coi colori del tramonto e al riparo dagli sguardi dei passanti grazie a nuvole di oleandri e di magnolie in fiore.
Sorrido di piacere quando la sera, dopo una lunga e impegnativa giornata di lavoro, trovo vicino al telefono la mia posta: la seconda delle tre spedizioni dei 12 volumi di Saper Scrivere – Corso di scrittura; un pacchettino ben confezionato con all’interno il libretto di racconti L’Estate Romana (AA. VV.), speditomi direttamente dall’amico blogger Giuseppe che è anche autore di uno di questi racconti; infine due volumi da me ordinati tramite internet, Il mestiere di scrivere di Raymond Carver e Norwegian Wood di Haruki Murakami.
Saggio con le mani la consistenza di quel pacchetto che pochi attimi dopo diventa la scoperta e lo sfoglio di un tesoro nascosto, inimmaginabile e unico al mio sguardo. Catturo sulle alette del volume la biografia dell’autore e la trama dell’opera, e poi sfoglio pagina dopo pagina quel piccolo miracolo della fantasia. Il mio sguardo cade su frammenti di frasi lasciate qua e là che solo in futuro, dopo una lettura sistematica e attenta, otterranno il loro senso proprio. Sfoglio distrattamente pagina dopo pagina per lasciarmi avvolgere dal profumo d’antico e di passione di lettere d’inchiostro sapientemente intrecciate dalla penna dello scrittore. Mi lascio invadere dalle storie del protagonista e dalle esperienze dell’antagonista, cesellando dentro al mio pensiero un mondo finemente tratteggiato di particolari che danno vita a un perfetto microcosmo. E ripenso… Ripenso alle esperienze che ho vissuto e che ritrovo nelle pagine che sfoglio. E sogno… Sogno di essere altrove e altro-da-me, immaginando una vita diversa, la vita che vorrei.
Lungi da me il desiderio di prendere in mano la penna e di dar vita al mio personale microcosmo fantastico. Nulla di ciò che provo ad abbozzare mi sembra degno di assumere vita propria, allora strappo fogli su fogli di quaderno che cadono inevitabilmente ai miei piedi.
Passano le ore e il giardino si pennella dei colori del tramonto. Tutt’intorno, i rumori del quotidiano si fanno più deboli. Si accendono le luci delle case, le luci dei lampioni e raramente i fari delle automobili illuminano la strada a giorno.
Col libro sottobraccio, io e il mio fardello di sogni ci ritiriamo fra le nostre quattro mura: un bianco ghiaccio tutt’intorno che a volte, mio malgrado, riesce inevitabilmente a cancellare la voglia di lottare, di sperare e di sognare.
L’estate è arrivata ed io sfoglio riviste e siti internet in cerca di quel piccolo miracolo della fantasia che sappia restituirmi un sogno: il mio sogno… E un sorriso: il mio sorriso. Di miracoli ne ho trovati tanti, ma in realtà sto ancora cercando.

P. S. Ho fatto anche una pazzia oggi… Visto quanto mi piace leggere sotto il solleone ho creato un gruppo su aNobii chiamato “Libri sotto il solleone” nel quale segnalare romanzi per sognare, libri per pensare, libricini per ridere stando stesi sulla sdraio sotto le estive carezze di un sole cocente. Volete partecipare? Siete i benvenuti! Cliccate qui e segnalate, segnalate, segnalate!!

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