E’ una notte nera e piena di nuvole. Da lontano arrivano le allegre note di un’orchestrina jazz, ma subito il vento le trascina via per fare spazio ad un alone di silenzio che si posa leggero sulle mie spalle e sulla mia mente. E’ un silenzio pieno di ricordi per quello che è stato, di speranze per quello che sarà, di paure per quello che è. Tengo gli occhi chiusi, quasi a cercare nel silenzio una voce, quella voce che mi dia speranza, forza e soprattutto il coraggio che in qualche momento mi viene a mancare. Fra le mani stringo un telefonino cellulare e un piccolo rosario, come a voler mettermi disperatamente in contatto con quel Destino che ascolta, sa e può tutto. In un certo senso è come se cercassi la risposta a quello che sarà domani, per non fare scelte sbagliate oggi… E per non avere paura. Mi attacco alle mie speranze e ai sogni che coltivo naturalmente fin da bambina per ripetermi che devo avere fiducia, che c’è chi mi ascolta e non deluderà né i miei desideri né le mie aspettative. E’ strano come in un momento come questo io mi renda conto di non avere quella grande pazienza che tante volte mi accompagna nella vita… Ma è solo paura; una paura lenita dall’abbraccio di Colui che sa e può tutto e dai tanti abbracci di coloro che mi stanno accanto ogni giorno, da vicino e soprattutto da lontano, e che tenendomi per mano attraversano assieme a me il momento forse più duro della mia vita fino ad oggi. La paura di affrontare tutto questo e il forte desiderio di affrontarlo per poter finalmente trovare un po’ di serenità spaccano la mia anima attraverso una voragine che provo a colmare con la forza di volontà e con tanti pensieri positivi per quello che sarà il domani. In fondo questa è solo una delle piccole e grandi prove che la vita mi ha messo di fronte. Squilla il telefonino. … E’ la vita che mi chiama.
Archivi tag: musica
Oggi
Ero smarrita.
Ho trovato la stella polare.
Ero al buio.
Ho trovato la luce.
Ero assetata.
Ho trovato acqua di sorgente.
Ero affamata.
Ho trovato pane caldo e fragrante.
Ero infreddolita.
Ho trovato un fuoco a scaldarmi l’anima.
Ero triste.
Ho trovato la serenità.
Ero impaurita.
Ho trovato il coraggio.
Ero indebolita.
Ho trovato la forza.
Ero invasa dalle lacrime.
Ho trovato il sorriso.
Ero immersa nell’angoscia.
Ho trovato la pace.
Ero incatenata.
Ho trovato la libertà.
Ero immersa nel silenzio.
Ho trovato una dolce musica.
Ero sola.
Non più.
Oggi, e non solo oggi.
Per oggi, e non solo per oggi.
Chissà…
La sveglia suona all’alba. L’aria ancora frizzante prude sulla pelle. Un caffè forte trangugiato in fretta, poi si parte. Mi aspetta una nuova e intensa giornata di lavoro: decine di files excel da lavorare, di richieste da espletare, di fotocopie da fare, fax da inviare e scartoffie da eliminare. Così, per otto ore. Ore che passano lente. Sembrano non finire mai e proprio quando poche e veloci azioni mi convincono che la fatica per quel giorno è giunta al termine, mi rendo conto che non è così: la pesantezza di quella giornata si amplifica in chilometri e chilometri di autostrada bollente, in mezzo a un traffico che sembra quotidianamente “da bollino rosso”.
Quasi non mi rendo conto di parcheggiare l’auto sotto casa, di chiudere la portiera e di avviarmi verso il portone, ma poi tutto cambia. Mi basta girare la chiave nella toppa e affacciarmi per entrare che subito la tensione si scioglie. Sorretto per le manine dalla nonna, pian piano mi raggiunge il mio nipotino che mi abbraccia cingendomi le gambe e mi guarda sorridendo felice. Tende le braccia verso l’alto e fa mille versetti per attirare la mia attenzione. Non resisto… Non posso proprio resistere. Lo alzo da terra e lo abbraccio forte stringendolo a me, mentre lui mi mette le braccine al collo mi dà un impacciatissimo bacetto sulla guancia.
“Buongiorno amorino della zia, come stai?”
Sorride. Ma non c’è tempo da perdere. Si gira leggermente verso destra, tende il suo braccino e punta l’indice verso la mia stanza. Poco dopo mi ritrovo seduta assieme a lui sul mio letto. Bolle di sapone piccole e grandi volano nella stanza, mentre insieme mettiamo in bell’ordine tutti i miei peluches sulla testiera del letto. Basta un movimento di pochi centimetri: il suo ditino fa click sulla radio, la stanza si riempie della musica dei miei adorati Spandau Ballet e lui si mette a ballare ridendo come un matto. Io lo guardo e sorrido, felice.
E’ tempo per un altro gioco, allora lui scende dal letto e si mette a gattonare veloce per casa, mentre io lo seguo a poche decine di centimetri, gattonando a mia volta. Ogni tanto si gira verso di me, si siede per terra, ride, si rigira e riprende a gattonare veloce, finché la stanchezza lo assale e finisce per chiedere l’abbraccio e le coccole della nonna.
Arriva sera e la casa si riempie di silenzio e di solitudine.
Mi guardo allo specchio. Effettivamente sono stanca, accidenti… Mancano ancora due settimane di lavoro prima delle agognate ferie. Guardo lo specchio, ma non riesco a guardare al domani più vicino. Mi specchio e ripenso all’ultima parte del pomeriggio, passata fra risate e sollazzi vari assieme all’”amorino della zia”. E mentre ci ripenso lo specchio restituisce l’immagine di me che mi sfioro la pancia piano piano, ma non si tratta della mia reale pancia… E’ la pancia gonfia, immensa, affascinante e protettiva di una donna che porta dentro sé la vita, l’Amore e il frutto di questo Amore.
“Chissà come sarebbe se anch’io un giorno… Chissà come sarebbe stato se…”
Come To You
Venerdì. Finisce la settimana di lavoro con una giornata che incede lenta verso il volgere di una sera che si annuncia diversa. Parcheggio l’auto sotto casa e invece di liberarmi dalla stanchezza facendomi avvolgere da un fresco pigiama, indosso maglietta, pantaloni neri e un maglione rosa a coprirmi le spalle. Appuntamento Al Vapore – Bar & Musica con un amico e la musica dal vivo dei suoi amici COM2YOU: cinque ragazzi della zona in cui abito che dal 2006 si mettono alla prova con “sound caratterizzato dalla fusione di generi diversi pur mantenendo solido perno sulla funky-dance, corroborata da testi cantati in inglese”. Certamente si è trattato e si tratta di un tipo di musica che non mi è usuale e familiare, ma fin da subito la voce e le tastiere di A. Z., la chitarra di A. S., il basso di M. C., le percussioni di L. S. e la batteria di M. F. mi hanno rapito al punto da riportarmi alle sensazioni forti e vivaci di un passato che credevo di aver dimenticato e di una parte di me che pensavo di non avere più nella mia anima, ma forse non è così.
Qualcosa mi ha fatto pensare. E’ quella strana sensazione che mi ha preso nello stomaco nel momento in cui sorseggiavo il succo di frutta all’albicocca. Quell’istante in cui una vocina dentro di me mi ha detto “Ma che ci fai tu qui? Che c’entri con queste cose e con queste persone che si divertono e sanno stare in compagnia, mentre tu… Sei qui, ma non ti senti fuori luogo? Non ti senti diversa? Strana?” e so bene che un po’ è così, purtroppo. Strana agli occhi altrui sicuramente. E anche diversa, sicuramente per la mia diversa abilità e per la mia figura che non mi permette di essere piacevole quanto vorrei nonostante tutti gli sforzi che posso e potrei fare per provare ad esserlo, ma forse principalmente perché talvolta non riesco prendere la vita con leggerezza e con serenità nel momento in cui si presenta l’occasione per divertirsi dando un gran colpo di spugna ai problemi e ai pensieri, fosse anche solo per qualche ora. E’ come se quella parte di me che prova reale stima e orgoglio per se stessa si annullasse completamente di fronte al contatto con gli altri, qualsiasi cosa essi possano pensare. Allora vado avanti a testa bassa, con un debole sorriso che vorrebbe tanto essere un abbraccio di ringraziamento a tutte le persone che ho incontrato e conosciuto in una così bella serata nella quale mi sono sentita comunque viva, anche se ingabbiata nelle mie paure di non andare a genio, di non piacere, di dire e far capire cose di me che vorrei cancellare o perlomeno saper superare con fiducia nel futuro.
Non è facile… No, non lo è per niente. Ma ci provo. So che ci sto provando con tutte le mie forze.
Una cosa è certa: di questa serata porterò con me uno splendido assolo di batteria e percussioni che mi ha lasciato letteralmente senza fiato, tanti virtuosismi di chitarra e basso, ma soprattutto i sorrisi ai quali le mie labbra hanno risposto con un sorriso intimidito e le strette di mano accolte con gioia, assieme a quelle alle quali la mia mano destra ha risposto senza troppa convinzione. Per paura. Solo per paura. Paura, forse, di qualcosa che non c’è e che sento solo io dentro di me.
Storia di Artemidoro
Al buio e in silenzio.
Artemidoro amava starsene così, al buio e in silenzio, prima di ogni spettacolo. Era sempre stato una persona di compagnia, allegro e spensierato ad ogni suo spettacolo, ma non poteva sopportare le luci dei riflettori nei suoi occhi. Riusciva a stare sull’occhio del ciclone, fra gli applausi dei bambini e le risate degli adulti, solo per pochi minuti. Poi… Poi spariva nel buio del suo camerino, in compagnia dei suoi ricordi e delle sue malinconie.
Accese le luci dell’ampia specchiera. Il bagliore segnava distintamente le occhiaie e le ombre del suo volto, appesantito non dall’età matura, ma dal dolore di una vita: la sua vita. In lontananza poteva sentire le risate e il parlottare dei bambini, quegli stessi bambini che di lì a poco avrebbe fatto ridere di gioia.
Accennò un lieve sorriso che subito si spense. Prese la tavolozza dei colori e inizio a dipingersi il volto di un bianco candido, latteo, capace di coprire la sua età, le sue rughe e il suo dolore. Proseguì con una matita e disegnò con mano incerta la riga rossa del sorriso sul suo volto stanco. Sì colorò le labbra e il contorno della bocca di un rosso vermiglio intenso e coprente, poi prese la matita color blu e colorò i suoi occhi di cielo, quel cielo che amava guardare col naso all’insù nei caldi pomeriggi estivi. Si guardò a lungo allo specchio, il suo amico specchio, il forziere di tanti inconfessabili pensieri, quello specchio dal quale quella sera avrebbe voluto farsi abbracciare come solo i bambini possono essere abbracciati. Quella sera il suo amico specchio lo tradì perché gli restituì l’immagine di un uomo stanco incapace di trattenere le copiose lacrime che gli scendevano sul volto come fiumi in piena.
Guardò l’orologio. Era quasi giunto il suo momento.
Indossò i calzoni a righe gialle e verdi, un bel camicione rosso e la cravatta blu della festa. Mancava… Mancava una sola cosa: una grande margherita di pannolenci sul taschino! Ecco, adesso era davvero pronto. “C’est parfait!” Si fece trasportare dalla musica del momento e finì sul palcoscenico, fra le risate e gli applausi dei bambini. Il resto non importava. Riuscì per un attimo a estraniarsi da se stesso e a pensare solo a quei bambini che dovevano sorridere, divertirsi, sprizzare allegria. Qualche scherzo, qualche inciampo, qualche piroetta e tutto finì. Calò il sipario e si spensero le luci sulla sua lunga vita. Era il suo ultimo spettacolo quello, lo spettacolo di un clown… No, meglio: lo spettacolo del clown Artemidoro.
Si sfilò il naso rosso, si tolse la parrucca e tornò a passi lenti sulla sua carovana per essere di nuovo, e per sempre, quello che in fondo era sempre stato: solo. Solo con se stesso.
Il pianoforte
E’ scesa la notte.
Me ne sto un po’ in disparte vicino alla finestra aperta della mia stanza. L’odore di terra bagnata di pioggia riempie le mie narici mentre la mia bocca si riempie del retrogusto amaro di un corposo bicchiere di vino rosso.
Stasera va così. Ho voglia di non riflettere, di dimenticare, di intontirmi fino a stordirmi, di non pensare e di non sentire il mio cuore che ogni tanto si risveglia dal suo stato di coma perenne solo per ricordarmi che c’è e per farmi male, portando con sé tutto il rumore dei ricordi e delle inutili speranze che riempiono questo silenzio così sinistro.
In lontananza, su in alto nel cielo nero pece scorgo le scintille colorate di fuochi artificiali, i primi di una stagione ricca di feste di paese e di allegria. Osservo il color rubino del vino nel mio bicchiere e mi chiedo se l’allegria che sentono gli altri è pari allo stordimento che sento nel mio cuore e nel mio cervello.
C’è silenzio intorno. Solo il botto dei fuochi d’artificio.
D’un tratto si levano nell’aria circostante le malinconiche note di un pianoforte a coda. La mia mente fluttua nelle infinite strade dell’immaginazione e i miei occhi finiscono per perdersi nei flash di baci rubati dietro a un ombrello, di abbracci donati e ricevuti davanti a un mare calmo e silenzioso al cospetto della luna piena, di lenzuola stropicciate intorno all’unione di due anime in un abbraccio che sembra non aver mai fine. La musica si impossessa di me, del mio corpo, della mia anima e delle mie infinite terribili emozioni, ma stanotte non so scrivere. Stanotte la mia mano impugna la penna a sfera, ma si rifiuta di collaborare. Più vorrei dire qualcosa e più mi esce… Niente. Allora, come sempre, mi affido a qualcuno che di certo sa esprimere meglio di me le migliaia di emozioni che mi invadono l’anima come fa un treno che a centinaia di chilometri orari si schianta contro colui che ha deciso di spezzare la sua vita in quel preciso istante, in quel preciso luogo e modo.
Io conosco la tua strada / ogni passo che farai / le tue ansie chiuse e i vuoti / sassi che allontanerai / senza mai pensare che / come roccia io ritorno in te…
Io conosco i tuoi respiri / tutto quello che non vuoi. / Lo sai bene che non vivi / riconoscerlo non puoi.
E sarebbe come se / questo cielo in fiamme / ricadesse in me / come scena su un attore…
Per amore / hai mai fatto niente / solo per amore / hai sfidato il vento e / urlato mai / diviso il cuore stesso / pagato e riscommesso / dietro questa mania / che resta solo mia?
Per amore / hai mai corso senza fiato / per amore / perso e ricominciato?
E devi dirlo adesso / quanto di te ci hai messo / quanto hai creduto tu / in questa bugia.
E sarebbe come se / questo fiume in piena / risalisse a me / come china al suo pittore.
Per amore / hai mai speso tutto quanto / la ragione / il tuo orgoglio fino al pianto?
Lo sai stasera resto / non ho nessun pretesto / soltanto una mania / che resta forte e mia / dentro quest’anima che / strappi via.
E te lo dico adesso / sincero con me stesso / quanto mi costa non saperti mia.
E sarebbe come se / tutto questo mare / annegasse in me.
On air: Andrea Bocelli, Per amore – Giovanni Allevi, Back to Life (nel mio spazio youtube).
Crodino e musica
Un crodino e tanta musica. Basta una serata così a farmi capire tante cose.
Basta a farmi capire che c’è ancora il tempo e la possibilità di sorridere di cuore e col cuore. Basta a farmi capire che più serenamente vivo il mio oggi, meglio costruisco il mio domani.
Basta a farmi capire che il mio domani devo costruirlo pian piano, giorno dopo giorno, e posso farlo già da oggi senza ostinarmi a stare con le mani in mano aspettando qualcosa che in questo modo non arriverà mai.
Basta a farmi capire che la lotta non finisce mai per me, ma nemmeno per gli altri.
Basta a farmi capire che anche la speranza non finisce mai, non deve mai finire e non deve mai spegnersi nonostante ad ogni nuovo risveglio mi si presenti davanti una nuova difficoltà, piccola o grande che essa sia.
Basta a farmi capire che ognuno a modo suo è speciale perché unico e diverso da qualsiasi altra persona al mondo e deve essere sempre orgoglioso di essere se stesso, di essere quel che è se ha vissuto tutte le cose belle e meno belle della vita con passione, ardore, impegno e semplicità, credendo in se stesso prima che in qualsiasi altro essere umano.
Bastano un crodino e tanta musica a farmi capire che non devo ostinarmi a soffocare la fiammella della speranza che è lì nella parte più profonda del mio cuore, e che devo invece imparare a riaccenderla e ad alimentarla per ogni singolo mio futuro giorno, sapendo che nel momento in cui il vento soffierà contrario il mio soffio gentile dovrà essere più forte e più convinto perché quella stessa fiamma possa dirigersi nella direzione più giusta per me.
Grazie a chi mi ha insegnato tutto questo. Grazie di cuore.
P.S. Sul mio spazio YouTube, il cui link è nella colonna qui a destra alla sezione Blogroll, c’è il video di quella che per me rappresenta la colonna sonora di questa serata: “Qualcosa che non c’è” di Elisa.