If you only

<<If you only walk on sunny days, you will never reach your destination.>>

E invece cammino e continuo a camminare, più o meno stancamente, nei giorni di sole come in quelli di pioggia. In quelli in cui la vita sembra avermi regalato tanto, tantissimo, come quelli in cui non mi fa sconti e mi devo guadagnare tutto. In quelli in cui il sole mi accarezza il volto coi suoi raggi, come in quelli in cui si nasconde dietro a tante nuvole nere pregne di pioggia.
Cammino e sento il rumore dei miei passi fra i sassi e il fogliame, ma non vedo la fine di questa strada, di questa lunga via che a tratti percorro con l’impazienza e il sorriso di chi è arrivato al traguardo e a tratti percorro ansimando, con le ginocchia dolenti, sbucciate, perché alcune tappe sembrano ormai sempre più irragiungibili.

Ho paura.

Ho paura perché questo sole che mi accarezza il volto in una vorticosa danza con la pioggia di lacrime che scendono dagli occhi mi acceca, non mi fa vedere oggettivamente la realtà per com’è veramente. Non so bene se siano suggestioni, allucinazioni, speranze o solo sogni, ma so bene che tutto questo fa male perché mi fa sperare in cose per le quali darei l’anima, ma forse sarebbe come venderla al diavolo.

<<Smettila di sognare e accetta la vita per com’è… Accettala con tutto quel che viene. Fallo e sarai più serena.>>
<<No, non posso… Devo ancora realizzare tutti i miei sogni! I miei sogni non possono, non devono svanire perché se uno di essi svanisce muore anche un po’ di me.>>

Tra le quinte…
Se c’è una sola persona al mondo alla quale va tutto bene, alzi la mano… Io no, non posso farlo.
… Però tra le tante cose, pur non volendo abbandonare il blog ho dovuto farlo mio malgrado, per dedicarmi a chiudere il capitolo “Università”. A quanto pare devo ridare l’ultimo esame e fra un anno conto di prendere l’agognato pezzo di carta.
Tra le tante altre cose che vorrei dire e non riesco… Beh… Ringrazio davvero di cuore chi mi è vicino in questo periodo, in primis con la mente e col cuore, visto che la vita oggi porta spesso tutti noi a star lontani l’uno dall’altro, dalle persone che amiamo e che ci amano. Grazie per sopportarmi… Perché mi rendo conto che forse sto diventando sempre più insopportabile. Grazie.

“Perché?”

E’ una serata buia e fredda. La pioggia cade a catinelle dal cielo mentre io, chiusa nella mia stanza, raccolgo i frammenti di me stessa che sono caduti a terra durante tutto l’arco della giornata. Oggi come ieri cerco di far combaciare fra loro i pezzi di questo piccolo puzzle che è la mia vita, ma inevitabilmente manca sempre qualche pezzo che cade e senza che io me ne accorga va a nascondersi negli angoli più bui di questa mia piccola stanza, affinché io non lo trovi. Mi stendo sul letto col profondo desiderio di un sonno ristoratore e di un risveglio che mi faccia dire che è tutto un incubo nato e morto nella mia testa, ma in cuor mio so già che non sarà così.
Stanotte sarà una notte piena di dolore per le spine che pungono il mio corpo in questo letto freddo. Sarà una notte senz’aria da poter respirare, col terrore nell’anima a causa degli intricatissimi rami della spettrale foresta nella quale mi ritrovo catapultata ogni notte; ogni ramo di quei neri arbusti senza foglie mi blocca le braccia, le gambe e il ventre, ed io, così inerme, non trovo nemmeno la forza di ribellarmi a tutto ciò.
Per un attimo la mia mente torna alla realtà e mi rendo conto che devo organizzare le ultime cose per il giorno successivo: la borsa è pronta, i vestiti sono in ordine sullo schienale della sedia, la sveglia è puntata.
Mi siedo davanti allo specchio per potermi togliere più facilmente quel filo di trucco che ho usato durante la giornata. Passo il batuffolo di cotone sulle palpebre, sulle labbra, sulle guance e man mano salgono lo smarrimento e la paura. Avvicino le ginocchia al petto per poterle avvolgere con le braccia e trovarmi così quasi in posizione fetale, una posizione che mi permette di abbracciarmi e consolarmi un po’, ma non appena abbasso il viso verso il pavimento il mio sguardo cade sulle cicatrici che deturpano le mie gambe ed il mio ventre. Un turbinio di pensieri assale la mia mente mentre le lacrime cominciano a scendere copiose sulle mie guance fino a quando una voce fino a poco prima sopita dentro la mia anima, ora urla un solitario, disperato e tagliente “Perché?” destinato a non trovare risposte.
Domani, fra poche ore, mi sveglierò con l’eco di quel “Perché?” nella testa, ma so già che non troverò né risposta né consolazione. Sarà, nuovamente, una lunga giornata da portare avanti in qualche modo, stringendo nella mano sinistra la luce fioca di un sorriso che ancora qualcosa, e qualcuno, sa disegnare sulle mie labbra.

Me… Color fucsia

L’acqua riempie piano piano piano la vasca mentre il mio nuovo spumante Lush, il mio ultimo vezzo, fa il suo effetto colorando l’acqua di fucsia, profumando l’aria di frutti di bosco e facendo tanta tanta schiuma, che quasi mi sembra d’essere una diva anni Cinquanta in posa per una foto da rotocalco rosa.
Chiudo gli occhi cercando di rilassarmi il più possibile, cercando di non pensare. Niente di più difficile. In pochi attimi è come se davanti ai miei occhi vedessi sovrapporsi le varie, veloci scene di un film, quello più difficile da condurre e interpretare: la mia vita di questi ultimi sette, otto mesi. Mesi di sorrisi e mani tesi nei confronti delle persone che più fanno parte della mia quotidianità. Mesi di trincee costruite velocemente di fronte a chi, dalla luce dei miei occhi o dalle parole scritte qua e là nella rete, più sa leggermi dentro l’anima. Mesi in cui avevo e ancora ho bisogno di un abbraccio, di un sorriso, di parole leggere da respirare. Mesi in cui queste parole le cerco, ma non le so chiedere per non disturbare l’equilibrio attorno a me, che è così latente ed effimero dentro di me.  Mesi di lotte, di pianti, di urla, di sogni, di smarrimenti. Mesi di gioia immensa e di profondo dolore. In una sola espressione, mesi di vita: la mia vita; quella vita che mi ha fatto chiudere in me stessa come in un bozzolo, o forse dovrei dire in una bolla di sapone?, e che mi ha fatto aprire al mondo come per esorcizzare tante preoccupazioni, tante paure e tanti pensieri tristi.
Vorrei poter avere tra le mani una sfera magica e poterci leggere il mio futuro, e vorrei leggerci solamente tante cose semplici e serene. Illusa me, che spesso cerco disperatamente quella pagina del libro della mia vita che mi assicuri che andrà tutto bene e che, qualsiasi cosa accadrà, riuscirò comunque a realizzare i miei sogni più veri. Vero è, però, che si è in grado di scoprire la propria vita solo vivendola. Vivendola pienamente, aggiungo io. Vivendo con gioia i piccoli grandi miracoli di ogni giorno: il sorriso di un bimbo, il cielo terso, una nuvola bianca che sembra panna montata, l’abbraccio dei raggi del sole, l’odore dell’erba dopo la pioggia, un nuovo tulipano giallo-arancione sbocciato in giardino.
La vita mi ha insegnato che bisogna sempre, quando ciò è possibile, guardare al di là delle apparenze per scoprire cosa c’è veramente dietro e dentro alle cose; per scoprire, così, che anche un frivolissimo momento come un bel bagno Lush può essere il frangente adatto per una lunga riflessione con la parte più intima della mia anima. Il dramma sta, poi, nello scoprirsi debole e forte insieme, coraggiosa e impaurita, allegra e triste, combattiva e rassegnata, ma di una rassegnazione “buona”… Una rassegnazione che deriva dall’affidarsi completamente alla penna di Colui che realmente scrive la mia vita, e affidarsi a Lui con tanta paura, ma anche con fiducia.
No, non credo che questa sia l’immagine della nuova me stessa; piuttosto, credo sia l’immagine di me stessa in questo momento: me in evoluzione e in viaggio verso il mio futuro, un futuro che spero più sereno e positivo del presente.

Tatuaggi? No, grazie! Però… [Intorno alle mie fobie]

Poche persone sanno che, accanto alle più normali paure, soffro di un’assoluta e incontrollabile fobia per gli aghi. Fortunatamente non capita spesso, ma quando capita mi sento assolutamente svenire alla sola idea di dovermi sottoporre, entro pochi minuti o addirittura il giorno successivo, a un prelievo o di dover fare una puntura o una flebo. Quando quel momento implacabilmente arriva mi faccio tanta forza, chiudo gli occhi oppure mi impongo di guardare altrove e cerco di pensare ad altro mentre – chi deve – fa il suo lavoro. Nella totalità dei casi cerco di pensare che non è niente, è tutta questione di un attimo, che “è per il mio bene”, ma questo poco aiuta. Domina in me, invece, la consapevolezza e l’orgoglio di essere una persona adulta che non deve temere queste piccolezze, ma… Non è semplice! No, non lo è affatto! In cuor mio so bene che questa mia fobia è data da reminescenze infantili, di qualcosa che forse all’epoca non capivo perfettamente, ma che si è talmente radicata dentro di me al punto da influire in maniera determinante su alcuni miei atteggiamenti del presente. Nonostante tutto, però, a volte mi rendo conto di accantonare totalmente questa mia paura di fronte al desiderio più futile che io abbia mai avuto, e cioè farmi un tatuaggio. A fasi alterne, o perché se ne parla in tv/nel web o magari perché mi capita di vederlo dipinto su una parte del corpo di qualcuno a cui sta particolarmente bene, mi faccio prendere dalla voglia di recarmi presso lo studio di un tatuatore e farmi imprimere sull’avambraccio quel simbolo di me stessa che farà parte di me per tutta la vita. C’è un fatto però, e non di poco conto: non l’ho ancora fatto e sono assolutamente sicura che mai lo farò, e questo principalmente a causa della mia incontrollabile e incontenibile fobia, ma anche a causa di tutta una serie di timori e di paure che mi porto dentro. E (che faccio) se poi gli strumenti non sono disinfettati a dovere? E (che fare) se mi stancassi di ciò che mi faccio tatuare e volessi toglierlo? A 50, 60, 70 anni – età alle quali mi auguro vivamente di arrivare – avrò mai l’indole di “indossare” quel piccolo disegnino con la massima naturalezza? Sono domande alle quali probabilmente una risposta c’è, ma per le quali io non la trovo, o almeno so di non trovare io per me stessa una ragione valida per stendermi su quel lettino e accantonare per qualche tempo la mia fobia per gli aghi. Non mi vedo proprio, a 70 anni e più, in qualità di nonna-sprint dotata di tatoo sull’avambraccio! Alla sola idea scoppio a ridere!

Ma quale tatuaggio? Ci ho pensato spesso e sono giunta alla conclusione che l’unica cosa che potrei tatuarmi addosso non è rappresentata né dal mio nome [troppo egocentrismo...], né dal nome della persona che amo [e se poi non dura per sempre, anche se tutti in cuor nostro ci auguriamo che sia così?], né da un disegnino qualunque tanto perché mi piace. La sola cosa che mi tatuerei è rappresentata da ciò che io considero un simbolo di ciò che sono, della mia vita e di ciò che auguro a me stessa per il mio futuro: una fenice stilizzata, simbolo di eternità e di rinascita. Così come la la fenice muore nel fuoco per poi rinascere dalle sue stesse ceneri, tante volte nella vita io mi son trovata ad affrontare esperienze difficili e dure, ma ne sono sempre uscita più forte e più “forgiata” di prima, anche se inizialmente a pezzi e malandata com’è normale e probabilmente giusto che sia. Rinascere sempre più forte e più positiva di prima: ecco quello che mi auguro per la mia vita e per il mio futuro, anche se so in partenza che è più facile a dirsi che a farsi. In fondo in fondo che cos’è per me la fenice se non una segreta speranza che custodisco da sempre nel mio cuore e che talvolta cerco di esprimere nel quotidiano della mia vita?

E voi cosa vi tatuereste, o cosa vi siete tatuati e perché?

Io non piango mai

Io non piango mai. E allora cosa sono queste gocce silenziose che mi rigano il viso?
E’ un periodo difficile, pieno di timori, di paure e di solitudine. Ed è solitudine nonostante tutto, nonostante che tanti amici e familiari attorno a me facciano costantemente il possibile per farmi sorridere, pensare positivo e tenermi alto il morale. E’ solitudine anche quando Topo Gigio mi strappa un sorriso chiedendomi se ho la febbre e se mi sono lavata bene le mani, allietando così quei brevissimi momenti in cui possiamo  stare al telefono, tra la cena delle 18.15 e le visite dei parenti che iniziano alle 19.00.
Io non piango mai, eppure mi dicono che le macchine attorno a me sembrano affermare che il mio cuore batte tanto e tanto veloce… Ma intanto io non piango mai, perché lo so già: andrà tutto bene.
Io non piango mai, eppure mi sento stringere il cuore quando provo ad alzarmi da questo maledetto letto che è diventato in pochi giorni la tomba della mia indipendenza. Provo ad alzarmi, ma non ci riesco, e rischio più volte di cadere davanti a me come un peso morto.
Io non piango mai, ma mi sento cuocere la fronte per questa febbre che non mi dà modo di pensare, di ragionare, di parlare con un minimo di raziocinio.
Io non piango mai, ma oggi mi alzo e soffro un mare di fatica per una cosa che prima sembrava tanto semplice e invece adesso è diventata così complicata. Dicono che sarà così solo per pochi giorni e io ci credo.
Io non piango mai.
No, io non piango proprio mai. Sono forte e determinata per tutto quello in cui credo e a cui tengo veramente tanto.

Eppure stasera mi ritrovo davanti allo specchio, mentre sono al telefono, a piangere tutte le lacrime di paura e di smarrimento che finora non ho mai pianto. Piango e mi rendo conto che per la prima volta in vita mia posso farlo guardandomi allo specchio che ho di fronte, senza frenare i singhiozzi, senza nascondere la paura e la tensione che per tanti e tanti giorni si è impossessata del mio cuore. Piango e il cuore si solleva mentre mi sento abbracciare forte dall’altro capo del telefono. Ad un tratto i singhiozzi e le lacrime si placano. Dopo la tempesta torna il sereno fuori e dentro di me.

No, non è vero che io non piango mai. Piango poco e, se lo faccio, piango solo ed esclusivamente da sola oppure di fronte a una persona di cui mi fido veramente tanto e di fronte alla quale non ho timore a mostrare le tensioni che mi spaccano l’anima, le mie debolezze o le mie paure.

Oggi ho pianto e non me ne vergogno affatto.

Il telefonino

E’ una notte nera e piena di nuvole. Da lontano arrivano le allegre note di un’orchestrina jazz, ma subito il vento le trascina via per fare spazio ad un alone di silenzio che si posa leggero sulle mie spalle e sulla mia mente. E’ un silenzio pieno di ricordi per quello che è stato, di speranze per quello che sarà, di paure per quello che è. Tengo gli occhi chiusi, quasi a cercare nel silenzio una voce, quella voce che mi dia speranza, forza e soprattutto il coraggio che in qualche momento mi viene a mancare. Fra le mani stringo un telefonino cellulare e un piccolo rosario, come a voler mettermi disperatamente in contatto con quel Destino che ascolta, sa e può tutto. In un certo senso è come se cercassi la risposta a quello che sarà domani, per non fare scelte sbagliate oggi… E per non avere paura. Mi attacco alle mie speranze e ai sogni che coltivo naturalmente fin da bambina per ripetermi che devo avere fiducia, che c’è chi mi ascolta e non deluderà né i miei desideri né le mie aspettative. E’ strano come in un momento come questo io mi renda conto di non avere quella grande pazienza che tante volte mi accompagna nella vita… Ma è solo paura; una paura lenita dall’abbraccio di Colui che sa e può tutto e dai tanti abbracci di coloro che mi stanno accanto ogni giorno, da vicino e soprattutto da lontano, e che tenendomi per mano attraversano assieme a me il momento forse più duro della mia vita fino ad oggi. La paura di affrontare tutto questo e il forte desiderio di affrontarlo per poter finalmente trovare un po’ di serenità spaccano la mia anima attraverso una voragine che provo a colmare con la forza di volontà e con tanti pensieri positivi per quello che sarà il domani. In fondo questa è solo una delle piccole e grandi prove che la vita mi ha messo di fronte. Squilla il telefonino. … E’ la vita che mi chiama.

Matita fragile

“Sono una piccola matita nelle mani di Dio.
Io sono come una piccola matita nelle Sue mani, nient’altro.
E’ Lui che pensa. E’ Lui che scrive.
La matita non ha nulla a che fare con tutto questo.
La matita deve solo poter essere usata.”

(Madre Teresa di Calcutta)

… Solo che a volte vorremmo essere noi a guidare quella matita.
Solo che a volte la vita può sembrare così povera di cose belle e invece così irta di difficoltà, e forse per questo così poco degna e dignitosa, da volerla cancellare con una gomma terribilmente abrasiva. Per cancellare il dolore e la sofferenza. Da noi, dall’infinita sofferenza che proviamo, dalle persone che amiamo e che vediamo soffrire.
Ho imparato che la vita va vissuta fino in fondo, affrontata, combattuta, sofferta e amata. Ho imparato che la vita va sempre e comunque rispettata. Dove sta la fragilità umana se non nel voler intervenire su ciò che è nelle mani di Dio? Il fatto è, secondo me, che fa paura soffrire senza poter far nulla per se stessi, così come fa paura veder soffrire le persone che ci sono vicine e che amiamo senza poterle aiutare e sostenere, ma soltando affidandosi alle mani di Dio.
Dove sta la mia fragilità? Nella paura di soffrire ancora… Ancora di più… E nell’interrogarmi sul fatto se riuscirei o meno a sopportarlo o a farlo pesare alle persone che amo. Non ho assolutamente le idee chiare e per forza di cose mi interrogo spesso rispetto a tutto ciò in questi giorni. Cosa so? L’unica cosa che so è che sono una matita; una matita nelle mani di Dio, ma… Una matita fragile, terribilmente fragile.

In ricordo di Eluana, Terry, Welby

Una piccola grande fiaba quotidiana

“Nella storia raccontata da Perrault la bella addormentata si risvegliava con il bacio del suo principe. In Gran Bretagna la fiaba è diventata realtà. Andrew Ray, 37 anni, di Telford, sposato e padre di due figli, Ella e Alexander, era disperato dopo che sua moglie Emma era entrata in coma in seguito ad un attacco cardiaco, solo dieci giorni dopo il parto del piccolo Alexander: alla base dell’attacco probabilmente un grumo di sangue. Le aveva provate tutte per risvegliarla: prima le aveva fatto ascoltare le audiocassette con i pianti del piccolo Alexander e la voce di Ella che urlava «Svegliati, mamma!». Poi le canzoni che avevano ballato durante il loro matrimonio.A un certo punto, stremato dal dolore, si è avvicinato all’orecchio di Emma e le ha sussurrato: «Ti prego Emma, se riesci a sentirmi, dammi un bacio». «A quel punto è accaduta una cosa sconvolgente – ricorda Andrew – lei si è avvicinata, ha mosso le labbra verso di me e mi ha dato un piccolo bacio. Non riuscivo a crederci. Il mio cuore stava per esplodermi nel petto». Adesso, che la grande paura e il «miracolo» sono soltanto un ricordo, Emma sta meglio, anche se l’infarto ha provocato danni cerebrali che hanno compromesso seriamente la sua memoria a breve termine, e ha raccontato la propria storia: «Ho ancora piccoli problemi a camminare e non ricordo molte cose, ma sono felice». ” (Autore: Domenico Zurlo – pubblicato il 27/01/09)

Oggi come ieri ho imparato che l’Amore, quello con la A maiuscola, quello fortemente radicato nel cuore di due persone che si amano, crea un filo sottile, ma saldo e forte, fra i due innamorati: un linguaggio esclusivo e del tutto istintivo per chi ama ed è amato, un  linguaggio che il mondo al di fuori di quell’Amore non è capace di decifrare e comprendere  appieno; si può solo stare a guardare ammirati sguardi e gesti d’Amore che vanno al di là di qualsiasi spiegazione razionale. Probabilmente passerò per una povera romantica illusa, ma oggi mi sono convinta ancor di più che il legame d’Amore permette a due persone che si amano di superare tantissime difficoltà, tantissime prove che il Destino fa incontrare loro nel cammino della vita. Ecco, magari non tutto… Sicuramente non la morte in tanti e tanti casi… Ma dà la forza di affrontare tante difficili tappe nel cammino insieme di due innamorati.  In questo senso, per me, l’Amore è semplicemente un piccolo – grande miracolo della nostra quotidianità.

Oggi

Ero smarrita.
Ho trovato la stella polare.
Ero al buio.
Ho trovato la luce.
Ero assetata.
Ho trovato acqua di sorgente.
Ero affamata.
Ho trovato pane caldo e fragrante.
Ero infreddolita.
Ho trovato un fuoco a scaldarmi l’anima.
Ero triste.
Ho trovato la serenità.
Ero impaurita.
Ho trovato il coraggio.
Ero indebolita.
Ho trovato la forza.
Ero invasa dalle lacrime.
Ho trovato il sorriso.
Ero immersa nell’angoscia.
Ho trovato la pace.
Ero incatenata.
Ho trovato la libertà.
Ero immersa nel silenzio.
Ho trovato una dolce musica.
Ero sola.
Non più.

Oggi, e non solo oggi.
Per oggi, e non solo per oggi.

Il mio Natale

Luci, regali, panettone, torrone… Eppure quest’anno è come se il Natale mi passasse accanto silenzioso voltandomi le spalle.
Buio e silenzio intorno.
Mi siedo sul pavimento in un angolo della mia stanza. Raccolgo le ginocchia sul petto, le abbraccio e nascondo il viso fra le cosce. Soffoco lacrime salate che mi bagnano gli occhi e fagocito singhiozzi che vorrebbero sgorgare al di fuori delle mie labbra. Un dolore sordo e improvviso squarcia il mio ventre, ma forse è solo la mia autosuggestione a guidare le mie sensazioni, perché è un dolore muto, un male invisibile ma che c’è.
E’ bello qui… Abbracciata a me stessa mi rintano nel mio guscio di timori e di paure che a distanza di tempo sono tornati a farmi visita con maggiore irruenza e cattiveria. E mentre mi stringo a me stessa mi sento accarezzare piano fra i capelli da una mano invisibile. Mi sento sussurrare parole di rassicurazione da labbra che non riesco a vedere. Mi sento abbracciare teneramente forte da braccia fatte di nuvole di ricordi, di desiderio e di speranza per domani.
Sono sola adesso in questa stanza, ma in realtà non lo sono. C’è chi mi prende ogni giorno per mano e mi accompagna in questo nuovo sentiero irto di difficoltà donandomi ogni giorno un motivo per sentirmi al sicuro, un motivo per sorridere, un motivo per credere, per lottare e per sperare. E rido. Rido come e quanto non ho mai riso in vita mia: con gli occhi, con la bocca, col cuore, con l’anima. Rido e ritrovo la forza di lottare, di lottare per me. Perché in realtà sono una lottatrice da sempre, ma da sempre basta un niente per buttarmi a terra e farmi perdere la speranza e l’entusiasmo. C’è chi mi prende ogni giorno per mano e anche se è lontano è come se fosse costantemente qui accanto a me a stringermi le spalle, ad aiutarmi a sputare fuori la rabbia, ad asciugare le lacrime che mi annebbiano la vista del presente e del futuro. Ed è a questa persona che oggi dico grazie… Grazie dal profondo del mio cuore. Grazie di esserci. Ed è nella nebbia di questo dolore fisico, di questo dolore emotivo e delle lacrime che soffocano il mio viso che vedo il significato di questo mio Natale: un Natale di lotta per ciò in cui credo fermamente, un Natale di lotta per me stessa, un Natale di rinascita di una nuova me stessa… Ancor più provata ma ancora più forte di prima.

Buon Natale a tutti voi.

In sottofondo: “Vivimi” di Laura Pausini. Clicca sul titolo scritto fra virgolette per entrare sul mio spazio YouTube e vedere il video di questa canzone.

Un sospiro lungo una Vita

Passano i minuti, le ore, i giorni. Un’atmosfera di attesa, un’attesa a volte più lieve altre più pesante, scandisce il mio tempo finché in un concitato pomeriggio di lavoro “la” telefonata arriva… Quella telefonata che sapevo di dover attendere e che per lunghi giorni ho atteso avvolta tra il desiderio e la paura che arrivasse. Nella giornata di venerdì 10 Ottobre, fra 6 giorni esatti mi sottoporrò alla colecistectomia. E’ tutto così strano… La Paura si è rintanata in un angoletto del mio cuore lasciando il posto al Coraggio e alla Speranza. Non so se dipenda da me e dalle mie potenzialità fisiche oppure dal naturale atteggiamento dei medici nei confronti dei loro pazienti, ma ho l’impressione che non sarà una passeggiata. Eppure… Eppure mi sento ogni giorno in più meno ansiosa e più serena, più tranquilla. Non so definire bene questa mia percezione, ma so per certo che dalla fine dello scorso Agosto, che è il momento nel quale tutto questo ha avuto inizio, mi sono fermata ad osservare e ad ascoltare persone che da più o meno tempo sfiorano in modo diverso la mia vita e da ognuno di essi ho tratto e traggo ogni giorno Forza, Speranza, Coraggio, Vita e sopratutto Amore. Non so davvero esprimere quanto sia importante per me questo sentimento in questo momento della mia vita, ma posso dire che in questi minuti, in queste ore, in questi giorni, d’Amore mi sento piena l’anima, e si tratta di un Amore nel senso più ampio del termine: l’Amore per la mia famiglia, per gli amici, per i colleghi, per la mia vita e per la Vita stessa qualunque siano il percorso e le difficoltà che per viverla dobbiamo superare. Più di tutto però ho scoperto, e ora nutro e coltivo, l’Amore per me e per la persona che più mi è accanto in questo momento, e grazie a lei ho ritrovato l’Amore di Dio, Colui che troppo spesso ho rinnegato e detestato per tutte le difficili prove a cui mi sottopone dal giorno della mia nascita e forse ancor prima. Non avevo capito che probabilmente Dio mi ha scelto in quanto persona dotata di una grande forza, capace di sopportare prove pesanti, e per questo degna di avere un giorno la possibilità di riconoscere e di vivere una Felicità semplice, fatta di piccole cose, ma assolutamente sincera e durevole. Sono settimane che mi attacco ancor più di prima alle cose, a una foto, a una frase, a un sms, a una telefonata, a un braccialetto, a un maglione, al rosario che qualche giorno fa mi ha regalato un collega di lavoro, ma mi rendo conto che non mi attacco materialmente ad esse bensì emotivamente, perché da queste cose e dai ricordi ed emozioni che mi trasmettono traggo quella forza, fiducia, speranza, gioia e amore che sento abbracciarmi forte ogni momento. Ho ritrovato così la forza di desiderare fortemente di continuare a vivere, ma solo nel modo in cui desidero veramente: essere quella che sono, senza nascondermi, senza limitarmi più. Con orgoglio. Nel bene e nel male, nella gioia e nelle difficoltà. Mi viene in mente una frase di Gil Rossellini, che ho sentito solo ieri in occasione della sua morte: un amico italiano gli fece notare che in Italia non ci sono tanti disabili quanti ne aveva visti in giro per le strade americane, e Rossellini candidamente gli rispose “Non è vero che in Italia non ci sono tanti disabili quanti qui in America… E’ solo che sono costretti a nascondersi dentro casa.” E checché se ne dica, ciò è molto vero. Ma io… Io non voglio più nascondermi. Voglio solo vivere, vivere pienamente questa vita che è la sola che mi è concesso di vivere.

“Sia il tuo Amore come la pioggerella, che è fine e leggera, ma può straripare i fiumi. “

(Anonimo)

Un mare di emozioni

N.B. Mi scuso per la lunghezza del mio scritto, ma ho voluto e perlomeno cercato di non tralasciare nulla di quello che volevo dire.

Sono le cinque del pomeriggio del 26 agosto. Stesa sul divano per il forte mal di gambe che sento da un mese a questa parte, faccio zapping fra un canale e l’altro della tv, ma nulla mi piace, nulla mi diverte, nulla rapisce le mie emozioni. Mi alzo, vado in cucina, mi verso un bicchiere di latte caldo e lo sorseggio piano piano. Appena un’ora dopo sento dei dolori lancinanti allo stomaco, talmente forti da farmi piegare in due senza però trovare sollievo. Passerà, mi dico, e infatti tutto passa. Solo che dopo una tranquilla e frugale cena con mio fratello i dolori tornano, più intensi di prima.
Passano i giorni e ogni fine pasto si traduce in quel dolore che avevo creduto essere solo passeggero, anche se cerco di mantenere una dieta leggera e povera di grassi, e cioè quella che io chiamo “dieta in bianco”.
E’ venerdì sera. Soltanto un weekend mi separa dal ritorno alla mia usuale attività lavorativa dopo tre settimane di tranquillissime, a tratti noiosissime, ferie. Solita cena frugale e leggera, ma dopo due ore relativamente tranquille il dolore allo stomaco si fa fortissimo e intensissimo tanto da non permettermi di trovare sollievo né seduta né in piedi. Sento lo stomaco duro e rigido come un masso. Provo a stendermi da tutti i lati possibili, ma questa posizione mi provoca ancora più dolore del solito, un dolore persistente e lancinante, tanto da farmi sudare e contemporaneamente sentire tanto freddo. Mio fratello inizialmente chiama la guardia medica la quale prontamente ci dà alcune indicazioni che però si rivelano perfettamente inutili per il dolore che sento. All’una di notte sto sudando da far paura e batto i denti per il freddo. Non ho paura del dolore, ma quello che sto provando è un dolore che non riesco proprio a sopportare. Tempo mezz’ora e mi ritrovo stesa sulla barella di un ospedale mentre medici e infermieri mi portano da un ambulatorio all’altro per farmi un esame dopo l’altro. Risultato: alle cinque di sabato mattina 30 agosto mi ritrovo ricoverata a causa di coliche biliari con probabile pancreatite.
Ai più è noto che odio <cordialmente> gli ospedali nonostante molti medici in passato mi abbiano salvato la vita, ma passare i primi dieci anni della propria vita dentro e fuori dagli ospedali è una cosa che non si dimentica. E soprattutto so di avere un atteggiamento assolutamente fobico nei confronti degli aghi, tanto da mettermi a fare i capricci alla sola vista dell’infermiere che scarta l’ago e girarmi dall’altro lato nel momento in cui so che quel piccolo oggettino deve aprirsi un varco sulle mie braccia. Ma ho 35 anni e devo fare l’adulta, quindi mi assoggetto di buon grado a ciò che medici e infermieri decidono per me, perché io ritrovi la salute.
Sono a casa da circa otto giorni, ma ripenso spesso a quei momenti. A mio fratello che è rimasto accanto a me fino alle sei di mattina, che è tornato a casa per tornare un’ora dopo con la biancheria necessaria; alla sua telefonata ai miei genitori alle otto di mattina, i quali hanno lasciato istantaneamente la casa delle vacanze per poter essere da me verso le dieci; alla professionalità e all’umanità dei medici, degli infermieri e degli ausiliari che mi hanno aiutato nei momenti più difficili pur mantenendo una certa distanza dal mio dolore, la distanza sicuramente necessaria per mantenere la situazione sotto controllo. Ripenso ai miei momenti di paura e di sconforto, ai momenti nei quali avrei voluto scendere dal letto, staccare la flebo e scappare dalla mia stanza. Ripenso a quanto la mia famiglia mi è stata vicina, a quanto mi sono stati accanto i miei colleghi di lavoro e a quanto mi hanno sorretto i miei amici; e non voglio nemmeno qui differenziare i miei pochi amici reali con i tanti amici virtuali perché è proprio in un momento come questo che ho capito quanto l’affetto che tutti i miei amici provano per me sia reale e sincero al di là del conoscersi o meno di persona; e fra di essi c’è una piccola stella molto speciale che mi fa capire ogni giorno quanto io sia speciale e la mia vita importante al di là di una cicatrice in più che probabilmente fra poco tempo segnerà il mio corpo perché mi aspetta un nuovo intervento chirurgico dopo il primo già affrontato il 4 settembre. E per questo nuovo intervento (colecistectomia) mi è stata, appunto, paventata la possibilità di ritrovarmi con una nuova cicatrice sul corpo dal momento che probabilmente la laparoscopia, e cioè i tre buchini all’altezza dell’ombelico, potrebbe non essere sufficiente. Ho preso molto male questa notizia, ma la piccola stella afferma che i segni sul corpo contano poco e quello di cui devo più preoccuparmi sono le cicatrici che ha il mio cuore, anche se queste ultime possono essere curate e per le altre invece non c’è alcuna possibilità. La notte però, nel silenzio del mondo, le paure e i ricordi si fanno sentire e vedere attraverso tracce neroviolastre che segnano le mie mani e le mie braccia. Ogni giorno la flebo mi viene tolta dal punto in cui è stata inserita e viene inserita in un altro punto della pelle in quanto le mie vene risultano fragili e incapaci di sopportare per molto tempo quei piccoli, minuscolissimi aghi che oggigiorno vengono utilizzati. Questo finché il giorno prima dell’intervento mi viene detto che non ho molte altre vie venose disponibili per cui mi viene espressa la necessità di andare nel reparto di rianimazione per permettere a due anestesisti di cercare una via venosa ancora a disposizione, con la non-tanto-remota possibilità che, nel caso in cui non ve ne sia nemmeno una di una certa solidità, verrò anestetizzata, mi verrà inserita la flebo sulla vena giugulare e dovrò passare dodici ore in camera sterile. Ora, perdonatemi, ma a questa notizia la forza e il coraggio che tutti vedevano e ancora vedono in me è andata completamente scemando e il risultato è che ho passato almeno un’ora e mezza a piangere consumando una intera confezione di fazzoletti Tempo, ho fatto coraggio a mia mamma e a mio fratello che mi hanno raggiunto di volata e sono tornata al mio letto mezz’ora dopo con soltanto il polso sinistro fasciato visto che proprio lì le due anestesiste hanno trovato qualcosa di buono e valido. Due? Perché due anestesiste? Semplice: a mia gentile richiesta, una di loro mi teneva il polso con entrambe le mani mentre l’altra pungeva, e il risultato è che ho sentito soltanto un leggerissimo pizzicore. Ora sono a casa, ho ricominciato ad andare a lavorare, ma sono in attesa del prossimo duro scoglio e dal mio punto di vista non dovrò attendere moltissimo per questa successiva “chiamata al coraggio”. Ma chi ce l’ha il coraggio? Ripeto, non so se posseggo veramente tutto il coraggio che gli altri vedono in me, ma so in cuor mio, anche se a volte mi è veramente difficile farlo, che la vita va vissuta fino in fondo nonostante le dure prove che essa ci presenta davanti al nostro cammino perché, seppur nella difficoltà, è sempre ricca di tante cose belle per ognuno di noi. Nel mio caso è ricca del rispetto e della stima che in fondo nutro per me stessa, dell’amore dei miei amici e colleghi e di quello della mia famiglia.
…Però quanto coraggio mi è necessario per affrontare tutto questo! A volte ho veramente paura di non farcela. Ma DEVO farcela. Per chi mi vuole bene… E per me.

Storia (mia) di un ponte agostano

9… 8… 7… 6…
Continua il conto alla rovescia verso le tanto agognate ferie. Tutto sembra dipingersi di un leggero azzurro solo all’idea che fra più o meno una settimana sarò padrona di gestire in piena autonomia i miei momenti di riposo, svago, studio; non mi demoralizza nemmeno l’idea di affrontare la lunga coda di vacanzieri ed autotrasportatori che mi aspetta fra il casello dell’autostrada e i 12 chilometri di tangenziale che ogni giorno percorro per rientrare a casa.
Disconnetti computer… Badge… Auto… Cancello aziendale. Via, si parte! E dopo 16 – 17 km del solito viaggio fra le solite auto e le persone che riconosco essere più o meno le stesse, appare la luminosa scritta che ormai scorgo con terrore, ma anche rassegnazione: “ATTENZIONE! CODA – ATTENTION! QUEUE”. Prima corsia, per stare più tranquilla e più a disposizione delle uscite laterali della tangenziale. Accelera… Frena… Accelera… Frena… Accelera… Frena… Stop! Ci si ferma tutti insieme, compagni di sventura di questa normalissima avventura del ponte agostano 2008. Fermi ogni volta per almeno dieci minuti con l’auto in moto perché ogni secondo potrebbe essere quello giusto per ripartire. Solo che… Solo che alla ripartenza sul cruscotto della mia auto si accende prima la spia del cambio, poi quella della batteria, e poi tutte le altre: se non sapessi di essere alla fine di una giornata di lavoro, stanca morta, in una nota tangenziale italiana, penserei di essere stata catapultata col teletrasporto in una famosa notte di bagordi a Las Vegas! Gira la chiave… Nulla… Gira la chiave… Ancora nulla… Rigira… Niente – niente – niente!!! I tir dietro di me iniziano a suonare innervositi, pur vedendo chiaramente le mie 4 frecce di emergenza, ed io comincio ad agitarmi.
Driiiinnnn!!!
Chiamo a casa. Non c’è nessuno se non mia madre che di certo non può venire ad aiutarmi.
Pochi secondi… Sta sopraggiungendo una piccola bolla di panico che mi sale dallo stomaco, arriva al cuore e giunge al mio cervello. Devo fare in fretta…. Devo fare qualcosa. Subito.
Decido.
Compongo sulla tastiera il solo numero che mi viene in mente: 113.
Il resto avviene lentamente, come i tanti flash di una macchina fotografica che una volta sviluppati si possono mettere uno accanto all’altro: un camionista e il conducente di un camioncino che si fermano dietro di me facendomi da scudo, mi fanno mettere in folle e mi spingono l’auto fino alla piazzola accanto a me (non posso dire cosa ho pensato quando mi sono resa conto che quella piazzola fosse proprio lì, accanto a me e alla mia auto!), il tempo di ringraziarli e salutarli che non c’è, l’arrivo dell’addetto alla viabilità autostradale che mi porta una bottiglietta d’acqua che ormai è calda, ma che a me sembra solo una gran manna dal cielo, l’arrivo del carro-attrezzi.
Il resto è quotidianità. Quotidianità conosciuta, ma che mi è difficile accettare in questo momento, nonostante si tratti solo di un auto. Dopo una prima volta a luglio 2007 prima delle ferie, una seconda a dicembre 2007 prima di Natale, per la terza volta in un anno la mia auto ha subito la rottura dello stesso identico pezzo di motore. Non c’è due senza tre, come si suol dire, ma credo che adesso sia realmente urgente correre ai ripari.
Così ho iniziato a scartabellare giornali e siti internet in cerca dell’auto, la mia auto! Quella che sceglierò di testa mia e pagherò di tasca mia. Quella che riterrò essere la più giusta per me. E qual è la più giusta? Cambio automatico (assolutamente necessario), 1300 – 1400, monovolume, piccolina ma non troppo “scatoletta di sardine”, adatta ai lunghi percorsi autostradali, ma anche ai terreni sconnessi della mia adorata campagna veneta, la tanto desiderata aria condizionata che ora non ho, la tanto desiderata radio che ora non ho, i tanto desiderati sensori di parcheggio che ora non ho e il tanto desiderato blutooth che ora non ho, e se possibile il vetro opaco sul cruscotto! Qualche piccola idea già ce l’ho, ma se vi va, miei cari amici e lettori, accetto consigli ed opinioni. Tenete presente che qui su wordpress non si possono inserire foto nei commenti, quindi se davvero vi va di aiutarmi, e ve ne sarei davvero grata, accolgo volentieri commenti lunghi-lunghi, ricchi però di suggerimenti, spiegazioni, descrizioni. E per il momento, per l’ultima settimana di lavoro prima delle ferie mi accontento a malincuore di essere una lavoratrice appiedata, scarrozzata avanti e indietro da un fratello al quale prima o poi farò un monumento.
Buone vacanze a tutti, miei cari amici, che siano vacanze di vero relax e svago, alla facciaccia mia che combatto ogni minuto col mal di schiena che mi è venuto in quelle tre orette sotto il sole, in auto, bloccata nel traffico, e che mi ha costretta a rimanere a letto per un intero giorno, ferma immobile come una mummia per non rischiare di alzarmi e cadere istantaneamente a terra come una pera cotta.

Come To You

Venerdì. Finisce la settimana di lavoro con una giornata che incede lenta verso il volgere di una sera che si annuncia diversa. Parcheggio l’auto sotto casa e invece di liberarmi dalla stanchezza facendomi avvolgere da un fresco pigiama, indosso maglietta, pantaloni neri e un maglione rosa a coprirmi le spalle. Appuntamento Al Vapore – Bar & Musica con un amico e la musica dal vivo dei suoi amici COM2YOU: cinque ragazzi della zona in cui abito che dal 2006 si mettono alla prova con “sound caratterizzato dalla fusione di generi diversi pur mantenendo solido perno sulla funky-dance, corroborata da testi cantati in inglese”. Certamente si è trattato e si tratta di un tipo di musica che non mi è usuale e familiare, ma fin da subito la voce e le tastiere di A. Z., la chitarra di A. S., il basso di M. C., le percussioni di L. S. e la batteria di M. F. mi hanno rapito al punto da riportarmi alle sensazioni forti e vivaci di un passato che credevo di aver dimenticato e di una parte di me che pensavo di non avere più nella mia anima, ma forse non è così.
Qualcosa mi ha fatto pensare. E’ quella strana sensazione che mi ha preso nello stomaco nel momento in cui sorseggiavo il succo di frutta all’albicocca. Quell’istante in cui una vocina dentro di me mi ha detto “Ma che ci fai tu qui? Che c’entri con queste cose e con queste persone che si divertono e sanno stare in compagnia, mentre tu… Sei qui, ma non ti senti fuori luogo? Non ti senti diversa? Strana?” e so bene che un po’ è così, purtroppo. Strana agli occhi altrui sicuramente. E anche diversa, sicuramente per la mia diversa abilità e per la mia figura che non mi permette di essere piacevole quanto vorrei nonostante tutti gli sforzi che posso e potrei fare per provare ad esserlo, ma forse principalmente perché talvolta non riesco prendere la vita con leggerezza e con serenità nel momento in cui si presenta l’occasione per divertirsi dando un gran colpo di spugna ai problemi e ai pensieri, fosse anche solo per qualche ora. E’ come se quella parte di me che prova reale stima e orgoglio per se stessa si annullasse completamente di fronte al contatto con gli altri, qualsiasi cosa essi possano pensare. Allora vado avanti a testa bassa, con un debole sorriso che vorrebbe tanto essere un abbraccio di ringraziamento a tutte le persone che ho incontrato e conosciuto in una così bella serata nella quale mi sono sentita comunque viva, anche se ingabbiata nelle mie paure di non andare a genio, di non piacere, di dire e far capire cose di me che vorrei cancellare o perlomeno saper superare con fiducia nel futuro.
Non è facile… No, non lo è per niente. Ma ci provo. So che ci sto provando con tutte le mie forze.
Una cosa è certa: di questa serata porterò con me uno splendido assolo di batteria e percussioni che mi ha lasciato letteralmente senza fiato, tanti virtuosismi di chitarra e basso, ma soprattutto i sorrisi ai quali le mie labbra hanno risposto con un sorriso intimidito e le strette di mano accolte con gioia, assieme a  quelle alle quali la mia mano destra ha risposto senza troppa convinzione. Per paura. Solo per paura. Paura, forse, di qualcosa che non c’è e che sento solo io dentro di me.

Quando la paura paralizza

E’ in sere come questa, mentre in tv abbondano immagini del Castello di Miramare di Trieste, che rimango qui, silenziosa, a farmi milioni di domande.
Un abbraccio, un bacio, un amore finito in un atmosfera da favola lasciano il passo a nuove amicizie vere e sincere, nuovi amori univoci e illusori, nuove persone accolte con gioia nella mia vita. Ed ogni volta tutto viene vissuto con spontaneità, con trasporto e con verità, con impegno e con fiducia nel futuro. Fino al guado. Fino al momento in cui dentro di me sento che il livello del rapporto che vivo si fa troppo coinvolgente per me e probabilmente in maniera più amplificata o diversa rispetto all’altra persona.
In passato è capitato tante volte che mi buttassi anima e corpo in un rapporto restando poi, a distanza di mesi o di anni, con mille cocci di me da incollare e mille ingranaggi della mia mente da far nuovamente funzionare. Sola. Sempre e soltanto da sola.
Ho paura. Ho paura di ritrovarmi in una bella stanza da sola, spogliata di me, delle mie passioni, delle mie incertezze, delle mie paure, del trasporto della mia anima. Allora prima che questo possa accadere, scappo… Scappo a gambe levate. Mi rinchiudo in me, nella mia gabbia di cristallo, mi rannicchio nelle mie ginocchia e mi nego a qualsiasi stimolo o agente esterno. Non ci sono, non ci sto, non voglio, non posso. Finisco così per essere nuovamente ciò che sono già: sola. Ma in un modo che vivo in prima persona, che provoco attivamente invece che subire passivamente. E mi illudo che faccia meno male così, ma lo fa… Lo fa sempre. Fa male tanto a me quanto alle persone che mi stanno intorno e mi vogliono bene, e non mi sorprende pensare che prima o poi ognuna di queste persone mi abbandoni. Assurdo… La paura dell’abbandono è quello che alla fin fine lo crea. Non so davvero da dove provenga, ma so che è ben radicata in me. Dicono che tutto quello che siamo da adulti siano retaggi di quello che abbiamo vissuto nell’infanzia, ma una cosa è certa: la mia infanzia è stata felice. Molto felice.

Fiducia. In una parola tutto quello che serve. Fiducia in me, in quello che sono, nelle mie scelte e nelle mie possibilità; e fiducia negli altri, nelle persone che mi stanno intorno e mi vogliono bene sul serio… Perché so bene che me ne vogliono, e tanto.

“Valeria! Sei sul burrone, ma buttati, rischia! Ci sono io a prenderti!”
“Io? No… No… No… Ho paura! E se poi te ne scappi via e mi abbandoni qui da sola?”

[Cercate immagini del Castello di Miramare? Guardate sul mio spazio Flickr, colonna qui a destra, sezione "Yaila in rete"...  Sono mie foto, fatte da me.]

La mia mano

Mi sveglio di soprassalto nel cuore della notte. Un dolore lancinante assale i tendini della mia mano destra appena aperta come se volesse tenere qualcosa di leggero fra pollice, indice e medio, ma come se non riuscisse ad afferrarlo e a trattenerlo fra le dita. Forse è solo indolenzita. No, no, no… Capita troppe volte, troppe notti, troppo spesso ormai. Con la mano sinistra provo ad alzare leggermente il gomito destro per far circolare meglio un po’ di linfa in quella mano che sembra totalmente priva di vita. Pian piano la mia mente vaga in un’altra dimensione. Passo lentamente in rassegna i tanti momenti nei quali la mia mano mi è indispensabile: al mattino per reggere la mia tazzona di caffè fumante, poco dopo per mettere in moto l’automobile, durante la giornata per poter utilizzare il mouse del computer e digitare sulla tastiera, la sera per… la sera per… per trattenere una penna fra le dita e scrivere su un foglio di carta immacolato.
Tremo.
Tremo e sento dentro di me una paura che si fa sempre più forte e invadente, forse ancor più forte del dolore che sento fra le dita.
E se… E se io non potessi più continuare a scrivere?
Istantaneamente m’inghiotte il pensiero di decine di pagine virtuali riempite in questi anni, della vita che ho vissuto, delle esperienze fatte, delle gioie e dei dolori vissuti fin nel profondo della loro essenza e la voglia di buttarli fuori, di appuntarli in questo remoto angolo dell’etere, lontana dal timore di essere giudicata in bene o in male per quel che scrivo… O forse non mi è mai importato tanto di essere giudicata; in bene o in male che sia, quando scrivo lo faccio per me, solo per me stessa e poi, ma solo dopo, per chi ha piacere di leggere la persona sgangherata che sono.
Pensieri, ricordi e paure si rincorrono in un turbinio di forze distruttrici che mi scavano l’anima e riducono in poltiglia il mio stomaco. Mi assale il ricordo di una diagnosi medica di qualche anno fa – artrite – e la paura aumenta in modo indicibile. A seguire, i ricordi delle notti passate a scrivere, a correggere e a limare emozioni per renderle più comprensibili a me stessa in un futuro, quando avrò il coraggio di rileggermi, e il terrore di non poter sperare e provare a realizzare il mio sogno di scrivere su carta i miei pensieri e la mia fantasia.
Tante emozioni si mescolano in questa notte silenziosa nella quale la mia mano alzata al soffitto di questa stanza fa da protagonista, e i miei occhi che la stanno a guardare non sono altro che impotenti spettatori di questo piccolo dramma notturno.
Se non potessi più continuare a scrivere so che in fondo al cuore morirei un po’.

Davvero speciale

Giorni di sole inseguono giorni di pioggia e tutto scorre in un ritmo incessante, come in una folle corsa dell’oggi di stasera verso il domani di domattina.
Pochi minuti di una sera buia e piovosa. Pochi minuti per restare lì, da sola, a cercare di organizzare la mia vita, di decidere, di provare a progettare, a fare, a vivere. Inconsciamente mi punisco sedendomi a terra: provo una sensazione di intenso fastidio, quasi di dolore nel sentire il freddo delle piastrelle del pavimento bruciare sulle mie carni. Mi guardo, mi osservo. Osservo ogni centimetro di me, ogni più piccola piega della pelle, sfioro piano i polsi e le pieghe delle braccia, le caviglie e le ginocchia. Sbotto in una smorfia. Mi chiedo quale sia il corpo che sto sfiorando con così tanto dolore, ed è come se i miei occhi vedessero qualcosa di diverso, qualcosa di migliore; ma lo specchio di fronte a me mi riporta alla realtà. E’ la realtà di un corpo che non sento, che non penso, che non vedo nella mia mente e che non sento nel mio cuore; e mi rendo conto che questo è il corpo che invece vedo attraverso lo specchio, un corpo che, pur con tutti i suoi difetti, mi è stato donato con amore, un corpo che dovrò curare per tutta la vita e che in fondo amo davvero come amo davvero me stessa perché insieme, in quasi 35 anni, ne abbiamo davvero passate di tutti i colori… Però siamo ancora qui. Pieni di lividi che forse non se ne andranno mai, ma siamo qui.
C’è silenzio intorno, ma non dentro di me. Il cuore si stringe nel dolore di questi giorni che si prendono pesantemente per mano e mi accompagnano verso il proseguo della mia vita. E’ un cuore che fa le bizze. Sempre più spesso si stringe, a volte soffoca in sé stesso, più raramente scoppia di gioia, di una gioia che appartiene alla mia vita, ma che non è parte di me tanto quanto vorrei che fosse tale. E’ strano quanto il sorriso di un bambino mi sappia far scoppiare in lacrime di vera gioia che ormai non riesco a provare che per lui e pochissimo altro.
Non basta però… Purtroppo mi rendo conto che non basta. Troppo grande è il dolore di sentirmi evitata da chi mi siede accanto durante l’arco della giornata a causa di questo mio essere fisico che ieri non ho potuto decidere e che oggi non so comandare, e che non ho potuto e mai potrò decidere e comandare. Troppo grande è il dolore di rinunciare ad un amore che in realtà non è mai stato tale. Mi rintano dentro di me, nei miei pensieri, da sola. E mi penso. Mi penso a correre nei prati, a ballare in discoteca, a fare all’amore con amore. Ma è solo un pensiero, un’immagine… Meglio: un desiderio di fare quello che non potrò mai fare… di quello che ho fatto seppur goffamente fra luci psichedeliche e note che mi rimbombano nella testa e nel cuore… di dare quello che avrei voluto dare alla persona che il mio cuore si ostina ancora ad amare con tutto se stesso nonostante la mia testa mi imponga ogni giorno di provare a pensare ad altro, di provare a continuare a vivere e a credere ancora in qualcosa e in qualcuno, perché “noi” non esiste finché non si è in due… E invece qui ci sono solo io. Io e basta. Ma non vedi? Io sono questo! Come? Ma sì, questo: salto, corro, ballo, amo! Non riesci a vedermi? No, vero…? No. E allora… In che cavolo di corpo sono finita, accidenti a me?! Cosa c’è che tu vedi e che io non riesco a vedere?
Mi devo svegliare, adesso. Mi-devo-svegliare… Mi-devo-svegliare… Mi-devo-svegliare…
E passo il tempo a leccarmi le ferite, a disinfettare la mia pelle con quel sapone così rosso che sembra sangue che scorre fra le pieghe di questa vita che non è più tale così com’è. Continuo ogni giorno a svegliarmi e a fare tutto come sempre, ma senza parlare con nessuno perché nessuno parla più con me. E capita che quelle poche persone che davvero mi sono amiche mi vogliano parlare veramente, ed io eviti il confronto… Per paura: paura di farmi vedere debole quale sono, paura di farmi vedere così fragile, così insicura, così desiderosa di quell’abbraccio che se ricevessi veramente e spontaneamente forse sarei capace di evitarlo scostandomi, urlando per non farmi toccare… Per non far toccare questo mio corpo… Questo corpo così.
E non conta niente che qualcuno, pur sinceramente, mi dica che sono “davvero una persona speciale” per l’allegria, per socievolezza, per la forza di carattere. Tutte balle. Se questa solitudine è il prezzo da pagare per essere “davvero una persona speciale”, è davvero un prezzo troppo alto. Troppo alto nonostante tutto.  

Fuochi d’artificio

Il crepitio e i bagliori dei fuochi artificiali che illuminano questa notte mi accompagnano fra le braccia di Morfeo.
Chiudo gli occhi. Inspiro ed espiro forte l’aria, quasi a voler cercare quel fiato che mi manca, quasi a voler tranquillizzare il mio cuore che tutto può tranne questo. Mi impongo di fare un resoconto di questa mia giornata, ma la mia mente si lancia in un inesorabile flash back. Otto anni. Otto anni che hanno visto la nascita di quella mia piccola, ma grande indipendenza. Otto anni di duro lavoro. Otto anni per imparare, sbagliare, combattere, soffrire, gioire, urlare, sorridere, piangere, ridere, lottare strenuamente per ciò che nonostante tutto ho sempre fatto con grande passione. Otto anni che mi hanno visto offrire la mia mano a chi in quel momento aveva bisogno del mio aiuto, umano o lavorativo che fosse, e che mi hanno visto chiedere disperatamente la mano di qualcuno fra coloro che mi circondavano per sollevarmi dal mio baratro di sconforto, di disperazione, di ignoranza, di non completa professionalità. E insieme siamo cresciuti. Sono cresciuta.
Ora è tempo di prendere il volo, di sperimentare me stessa in un nuovo ambito lavorativo. Da lunedì prossimo ne avrò la possibilità. Cambierò solo piano, scendendo al piano di sotto, ma cambierà la persona che avrò accanto a me a sgobbare fianco a fianco; non sarà più la mia piccola D. alla quale non potrò fare più da quasi-mamma come facevo prima vista la differenza d’età che c’è fra noi che mi ha sempre portato ad avere con lei un atteggiamento un po’ materno e protettivo, anche se a tratti scherzoso e burlone. Cambierà tutta l’atmosfera attorno a me; sarà un’atmosfera nuova nella quale sarò io ad entrare per la prima volta quindi sarò io a dovermi adattare.
Ho paura. Sì, un po’ ne ho. Perché le cose nuove, anche se bramate a lungo come quest’occasione che cercavo da circa tre anni, mi fanno sempre paura; ma da questa paura troverò la forza di lottare, di essere forte, di migliorarmi ogni attimo di più. Non potrà essere che così.
Torno a una vita un po’ più normale, fatta di fine settimane e festività a casa, a studiare come dovrei o a poltrire secondo voglia. Torno a pensare un po’ di più a me stessa, alla mia persona e alla mia vita affettiva ed emotiva. E Dio solo sa quanto in questi anni mi sia resa conto di che importanza abbia passare il Natale con i propri cari piuttosto che a lavoro o di che importanza abbia che io pensi – egoisticamente, perché no? – un po’ più alla mia persona.
Potrebbe non essere per sempre, ma questi fuochi colorati che si dipingono in cielo mi ripetono che devo esserne felice… Devo esserne felice, o almeno provarci.

Notte insonne

Da qualche ora il mondo è avvolto da un incantato silenzio, quello stesso silenzio che domina questa stanza. Ma nell’anima tuona fortemente un turbinio di paura, di tensione, di dolore, di smarrimento, di sconfitta, di tristezza, di fallimento. Il dolore fisico non rappresenta davvero nulla di fronte al dolore che riduce l’anima in pezzi sempre più piccoli, momento dopo momento, mentre l’orologio continua a ticchettare i secondi, i minuti, le ore, che passano lievi in questa buia notte.
Mi rigiro nel letto in preda a una tensione e a un’inquietudine mai provate prima d’ora. Rivivo attimi di una pesante giornata, il cui fardello non vuole abbandonarmi. Chiudo gli occhi piano piano, cercando di concentrarmi nel contare i miei respiri che da affannosi si fanno sempre più delicati e leggeri.
Una carezza fra i capelli, un abbraccio che mi avvolge con tenerezza e un sorriso accogliente sono qui a farmi compagnia fra innumerevoli pensieri… e la notte non fa più così tanta paura.
Domattina sorgerà un nuovo giorno da vivere pienamente e con gioia.

Essere donna

Perché dolce, appassionata, affettuosa, tenera, decisa, testarda, complicata, allegra, lunatica lo sono stata ieri, lo sono oggi e lo sarò domani. Perché la femminilità che è lì, nascosta dentro di me, esplodeva ieri, esplode oggi, ed esploderà domani in tutte le cose che farò e in tutte le esperienze che vivrò nella mia vita. Perché ogni giorno quando mi guardo allo specchio vedo le forme rotonde di un corpo femminile ben conscio del suo ruolo e della sua collocazione nel mondo e nella società. Perché oggi come ieri come domani, in ogni giorno della mia esistenza, quando vedo un qualunque bambino seppure non mio non posso fare almeno di coccolarlo e di sorridergli. Perché col mio uomo accanto non posso mai fare a meno di provare ad essere un’isola di pace, calma e protettiva, e non posso fare a meno di cercare protezione da lui quando i venti della vita si fanno troppo impetuosi. Perché non ho mai paura di dire la mia, nemmeno quando tutto il mondo rema contro, nemmeno quando un milione di sogghigni e di falsi sorrisi mi feriscono nel profondo e mi fanno sentire tristemente sola. Perché non ho mai paura di mostrarmi debole e non ho mai paura delle mie stesse debolezze, ma le ammetto fino in fondo, per poi trasformarle nella mia più grande forza. Perché non mi vergogno mai di piangere se sto provando un’emozione troppo intensa da sostenere dentro di me, perché non ho mai paura di soffrire e di arrabbiarmi fino a spaccare tutto. Perché se credo fermamente in una cosa lotto tutti i giorni della mia vita per dare vita a ciò in cui credo, nonostante tante volte il terreno si metta a vibrare e a sussultare sotto ai miei piedi. Perché quando amo mi assalgono mille dubbi e mille paure, ma poi, quando trovo il coraggio e la forza di lasciarmi andare, amo senza riserva alcuna. Perché non ho paura delle ferite che possono essere inflitte al mio corpo; ci sono ferite ben più profonde che l’anima non è capace di sopportare e di sostenere, e quelle sì mi fanno davvero paura. Perché non ho bisogno di chiedere al mio uomo il permesso per andare a mangiare una pizza con le amiche, perché lo farei comunque come lui potrebbe decidere di passare una serata a vedere la partita soltanto assieme agli amici e non con me. Perché è sempre il momento giusto perché un uomo regali un fiore ad una donna e perché per una donna è sempre bello ricevere dei fiori, soprattutto se inaspettati. Perché in ogni singolo giorno, in ogni singolo attimo della mia vita non dimentico mai di essere una donna e non smetto mai di essere orgogliosamente donna. Per tutti questi motivi e mille altri ancora io oggi non festeggio l’8 marzo, perché l’8 marzo è dentro di me e risiede nel mio tentativo di essere donna sempre, in ogni attimo della mia esistenza, e di affermare e dimostrare ogni giorno della mia vita il mio ruolo in questa società e in questo mondo.

Ricordo che le origini della festa dell’8 marzo risalgono al lontano 1908, quando, pochi giorni prima di questa data, a New York, le operaie dell’industria tessile Cotton scioperarono per protestare contro le terribili condizioni in cui erano costrette a lavorare. Lo sciopero si protrasse per alcuni giorni, finché l’8 marzo il proprietario Mr. Johnson, bloccò tutte le porte della fabbrica per impedire alle operaie di uscire. Allo stabilimento venne appiccato il fuoco e le 129 operaie prigioniere all’interno morirono arse dalle fiamme. Successivamente questa data venne proposta come giornata di lotta internazionale, a favore delle donne, da Rosa Luxemburg, proprio in ricordo della tragedia. In questo senso, il mio personale 8 marzo trascorre nel ricordo di questa tragedia e di tutte le tragedie che ogni giorno segnano il cuore di una donna. Allora, ma solo in questo senso, buon 8 marzo a tutte le donne anche da parte mia.