N.B. Mi scuso per la lunghezza del mio scritto, ma ho voluto e perlomeno cercato di non tralasciare nulla di quello che volevo dire.
Sono le cinque del pomeriggio del 26 agosto. Stesa sul divano per il forte mal di gambe che sento da un mese a questa parte, faccio zapping fra un canale e l’altro della tv, ma nulla mi piace, nulla mi diverte, nulla rapisce le mie emozioni. Mi alzo, vado in cucina, mi verso un bicchiere di latte caldo e lo sorseggio piano piano. Appena un’ora dopo sento dei dolori lancinanti allo stomaco, talmente forti da farmi piegare in due senza però trovare sollievo. Passerà, mi dico, e infatti tutto passa. Solo che dopo una tranquilla e frugale cena con mio fratello i dolori tornano, più intensi di prima.
Passano i giorni e ogni fine pasto si traduce in quel dolore che avevo creduto essere solo passeggero, anche se cerco di mantenere una dieta leggera e povera di grassi, e cioè quella che io chiamo “dieta in bianco”.
E’ venerdì sera. Soltanto un weekend mi separa dal ritorno alla mia usuale attività lavorativa dopo tre settimane di tranquillissime, a tratti noiosissime, ferie. Solita cena frugale e leggera, ma dopo due ore relativamente tranquille il dolore allo stomaco si fa fortissimo e intensissimo tanto da non permettermi di trovare sollievo né seduta né in piedi. Sento lo stomaco duro e rigido come un masso. Provo a stendermi da tutti i lati possibili, ma questa posizione mi provoca ancora più dolore del solito, un dolore persistente e lancinante, tanto da farmi sudare e contemporaneamente sentire tanto freddo. Mio fratello inizialmente chiama la guardia medica la quale prontamente ci dà alcune indicazioni che però si rivelano perfettamente inutili per il dolore che sento. All’una di notte sto sudando da far paura e batto i denti per il freddo. Non ho paura del dolore, ma quello che sto provando è un dolore che non riesco proprio a sopportare. Tempo mezz’ora e mi ritrovo stesa sulla barella di un ospedale mentre medici e infermieri mi portano da un ambulatorio all’altro per farmi un esame dopo l’altro. Risultato: alle cinque di sabato mattina 30 agosto mi ritrovo ricoverata a causa di coliche biliari con probabile pancreatite.
Ai più è noto che odio <cordialmente> gli ospedali nonostante molti medici in passato mi abbiano salvato la vita, ma passare i primi dieci anni della propria vita dentro e fuori dagli ospedali è una cosa che non si dimentica. E soprattutto so di avere un atteggiamento assolutamente fobico nei confronti degli aghi, tanto da mettermi a fare i capricci alla sola vista dell’infermiere che scarta l’ago e girarmi dall’altro lato nel momento in cui so che quel piccolo oggettino deve aprirsi un varco sulle mie braccia. Ma ho 35 anni e devo fare l’adulta, quindi mi assoggetto di buon grado a ciò che medici e infermieri decidono per me, perché io ritrovi la salute.
Sono a casa da circa otto giorni, ma ripenso spesso a quei momenti. A mio fratello che è rimasto accanto a me fino alle sei di mattina, che è tornato a casa per tornare un’ora dopo con la biancheria necessaria; alla sua telefonata ai miei genitori alle otto di mattina, i quali hanno lasciato istantaneamente la casa delle vacanze per poter essere da me verso le dieci; alla professionalità e all’umanità dei medici, degli infermieri e degli ausiliari che mi hanno aiutato nei momenti più difficili pur mantenendo una certa distanza dal mio dolore, la distanza sicuramente necessaria per mantenere la situazione sotto controllo. Ripenso ai miei momenti di paura e di sconforto, ai momenti nei quali avrei voluto scendere dal letto, staccare la flebo e scappare dalla mia stanza. Ripenso a quanto la mia famiglia mi è stata vicina, a quanto mi sono stati accanto i miei colleghi di lavoro e a quanto mi hanno sorretto i miei amici; e non voglio nemmeno qui differenziare i miei pochi amici reali con i tanti amici virtuali perché è proprio in un momento come questo che ho capito quanto l’affetto che tutti i miei amici provano per me sia reale e sincero al di là del conoscersi o meno di persona; e fra di essi c’è una piccola stella molto speciale che mi fa capire ogni giorno quanto io sia speciale e la mia vita importante al di là di una cicatrice in più che probabilmente fra poco tempo segnerà il mio corpo perché mi aspetta un nuovo intervento chirurgico dopo il primo già affrontato il 4 settembre. E per questo nuovo intervento (colecistectomia) mi è stata, appunto, paventata la possibilità di ritrovarmi con una nuova cicatrice sul corpo dal momento che probabilmente la laparoscopia, e cioè i tre buchini all’altezza dell’ombelico, potrebbe non essere sufficiente. Ho preso molto male questa notizia, ma la piccola stella afferma che i segni sul corpo contano poco e quello di cui devo più preoccuparmi sono le cicatrici che ha il mio cuore, anche se queste ultime possono essere curate e per le altre invece non c’è alcuna possibilità. La notte però, nel silenzio del mondo, le paure e i ricordi si fanno sentire e vedere attraverso tracce neroviolastre che segnano le mie mani e le mie braccia. Ogni giorno la flebo mi viene tolta dal punto in cui è stata inserita e viene inserita in un altro punto della pelle in quanto le mie vene risultano fragili e incapaci di sopportare per molto tempo quei piccoli, minuscolissimi aghi che oggigiorno vengono utilizzati. Questo finché il giorno prima dell’intervento mi viene detto che non ho molte altre vie venose disponibili per cui mi viene espressa la necessità di andare nel reparto di rianimazione per permettere a due anestesisti di cercare una via venosa ancora a disposizione, con la non-tanto-remota possibilità che, nel caso in cui non ve ne sia nemmeno una di una certa solidità, verrò anestetizzata, mi verrà inserita la flebo sulla vena giugulare e dovrò passare dodici ore in camera sterile. Ora, perdonatemi, ma a questa notizia la forza e il coraggio che tutti vedevano e ancora vedono in me è andata completamente scemando e il risultato è che ho passato almeno un’ora e mezza a piangere consumando una intera confezione di fazzoletti Tempo, ho fatto coraggio a mia mamma e a mio fratello che mi hanno raggiunto di volata e sono tornata al mio letto mezz’ora dopo con soltanto il polso sinistro fasciato visto che proprio lì le due anestesiste hanno trovato qualcosa di buono e valido. Due? Perché due anestesiste? Semplice: a mia gentile richiesta, una di loro mi teneva il polso con entrambe le mani mentre l’altra pungeva, e il risultato è che ho sentito soltanto un leggerissimo pizzicore. Ora sono a casa, ho ricominciato ad andare a lavorare, ma sono in attesa del prossimo duro scoglio e dal mio punto di vista non dovrò attendere moltissimo per questa successiva “chiamata al coraggio”. Ma chi ce l’ha il coraggio? Ripeto, non so se posseggo veramente tutto il coraggio che gli altri vedono in me, ma so in cuor mio, anche se a volte mi è veramente difficile farlo, che la vita va vissuta fino in fondo nonostante le dure prove che essa ci presenta davanti al nostro cammino perché, seppur nella difficoltà, è sempre ricca di tante cose belle per ognuno di noi. Nel mio caso è ricca del rispetto e della stima che in fondo nutro per me stessa, dell’amore dei miei amici e colleghi e di quello della mia famiglia.
…Però quanto coraggio mi è necessario per affrontare tutto questo! A volte ho veramente paura di non farcela. Ma DEVO farcela. Per chi mi vuole bene… E per me.