Matita fragile

“Sono una piccola matita nelle mani di Dio.
Io sono come una piccola matita nelle Sue mani, nient’altro.
E’ Lui che pensa. E’ Lui che scrive.
La matita non ha nulla a che fare con tutto questo.
La matita deve solo poter essere usata.”

(Madre Teresa di Calcutta)

… Solo che a volte vorremmo essere noi a guidare quella matita.
Solo che a volte la vita può sembrare così povera di cose belle e invece così irta di difficoltà, e forse per questo così poco degna e dignitosa, da volerla cancellare con una gomma terribilmente abrasiva. Per cancellare il dolore e la sofferenza. Da noi, dall’infinita sofferenza che proviamo, dalle persone che amiamo e che vediamo soffrire.
Ho imparato che la vita va vissuta fino in fondo, affrontata, combattuta, sofferta e amata. Ho imparato che la vita va sempre e comunque rispettata. Dove sta la fragilità umana se non nel voler intervenire su ciò che è nelle mani di Dio? Il fatto è, secondo me, che fa paura soffrire senza poter far nulla per se stessi, così come fa paura veder soffrire le persone che ci sono vicine e che amiamo senza poterle aiutare e sostenere, ma soltando affidandosi alle mani di Dio.
Dove sta la mia fragilità? Nella paura di soffrire ancora… Ancora di più… E nell’interrogarmi sul fatto se riuscirei o meno a sopportarlo o a farlo pesare alle persone che amo. Non ho assolutamente le idee chiare e per forza di cose mi interrogo spesso rispetto a tutto ciò in questi giorni. Cosa so? L’unica cosa che so è che sono una matita; una matita nelle mani di Dio, ma… Una matita fragile, terribilmente fragile.

In ricordo di Eluana, Terry, Welby

Foto dalla rete

Chi mi conosce almeno un po’ sa che ho tre passioni principali: la scrittura, la lettura e, infine, la fotografia. Proprio a proposito della mia passione per la fotografia ho aperto uno spazio su Flickr, ma più recentemente, spinta dalla passione della mia blog-amica Pia per le creazioni con le perle, ho aperto anch’io uno spazio su DeviantArt. In questo spazio raccolgo solo alcune delle foto a mio parere più carine che ho su Flickr e, fino ad ora, le tre poesiole che scrissi due anni fa quando questa “blogavventura” ebbe inizio e che potete trovare anche qui, qui e qui sul blog.
Chi mi conosce almeno un po’ sa che non amo fare sfoggio di qualcosa che viene dal mio cuore, dai miei occhi, dalla mia penna, dalla mia mente e dalla mia anima… E che secondo me non è assolutamente arte. Chi mi conosce sa che si tratta di cose che necessariamente faccio per buttar fuori quello che ho dentro perché non riesco a tenerle rinchiuse dentro di me… Perché devo farle uscire da me per sentirmi meglio, con il cuore più leggero. E ho deciso di dar vita a questo nuovo spazio solo per proteggere un po’ di più ciò che è mio e che, pur restando mio, vorrei fosse consegnato all’etere e alla memoria di coloro che in futuro si ricorderanno di aver scorto una parte di ciò che sono.
Proprio durante la creazione di questo io nuovo spazio in DA scopro l’esistenza di uno spazio interamente dedicato alle foto inserite dai vari utenti, e scopro di poter inserire foto altrui nel mio spazio come foto da me preferite. Una foto mi riporta ad un’altra, uno spazio ad un altro, l’altro spazio ad un altro ancora. Finisco per imbattermi in una foto di eXcer. La ingrandisco, la salvo nel mio spazio e la mia mente comincia a vagare fra mille e più pensieri. In sé per sé la foto non ha nulla di speciale per quel che è il mio metro di paragone. Voglio dire che se rivedessi la stessa scena qui per strada non mi scomporrei affatto, e probabilmente sorriderei. Ma oggi quella foto mi fa pensare. Mi fa pensare tanto. Davanti ai miei occhi vedo semplicemente una foto in bianco e nero: due giovani ragazzi portoghesi che passeggiano mano nella mano. Niente di più bello e di più autentico di una foto come questa, solo che… Solo che il ragazzo in questione è seduto su una carrozzina. E quello che fino a quel momento è stato per me un momento di svago e di sogno, diviene invece un momento per pensare.
Mi interrogo stupidamente sull’Amore, l’Amore quello vero. Quale che sia la mia situazione fisica, mi domando se l’Amore supera davvero tutte le barriere, ad esempio quelle dello spazio o quelle della disabilità. Ho passato mesi cercando di superare le barriere spaziali prendendo decine e decine di treni verso l’Italia Centrale, lottando contro la stanchezza e lo stress che ogni weekend mi riducevano a uno straccio. Ma io andavo: prendevo il mio treno e andavo verso la luce, la luce dell’Amore più grande… Quello ricambiato. Solo che… Solo che poi è finita. Così, semplicemente. Di comune accordo. E sono passati anni: anni nei quali ho ritrovato la fiducia e la condivisione nell’Amore, ma sono bastati pochi mesi e sono ancora qui, dopo più di due anni. Non sono più ridotta in mille pezzi come all’inizio, quell’inizio che ha visto la nascita di questo mio piccolo spazio e dei chilometri e chilometri di parole che qui lascio, ma… Sono diversa. C’è una parte di me che sta lottando strenuamente, con tutte le sue forze anche quando si sente irrimediabilmente spossata, per vivere, per credere, per avere fiducia, per sperare, per continuare a lottare. C’è una parte di me che dice “Ma cavolo, Valè! Tu vali, vali tantissimo! E allora non demordere… E lotta! Lotta che prima o poi ce la fai!” e c’è un’altra parte di me che si chiede il poi quando sarà… Perché i giorni volano, perché la vita sfugge, perché le cadute sono diventate più numerose dei momenti nei quali mi rialzo. Perché un po’ di felicità me la merito anch’io nonostante tutto, nonostante anche il fatto che ultimamente abbia litigato un po’ con tutti nella vita quotidiana per potermi rassegnare di più a questa mia solitudine… Perché in fondo, forse è colpa mia se sono così sola e se passo le sere davanti a questo stupido schermo per poi finire sotto le coperte a nascondere ciò che mi fa così tanto male: quelle cicatrici che un bisturi mi ha fatto tanti anni fa salvandomi la vita e rendendola una vita dignitosamente autonoma, quelle cicatrici che oggi vorrei cancellare con una semplice gomma per nasconderle agli occhi di chi mi guarda e non può vederle perché gli fanno schifo…
Ma non si può…

Ecco. Avrei voluto continuare questo post, ma le lacrime mi hanno offuscato la vista e adesso non mi ricordo nemmeno quello che stavo pensando. Vi chiedo scusa, miei quattro lettori e amici, per non aver finito di scrivere, ma soprattutto per essere così… Così… Così irrimediabilmente stupida.
Forse questa cosa non dovrei nemmeno postarla.
Già…

Volere – dovere – potere

I soliti semplici gesti riempiono la fine della mia serata. Indosso il pigiama. Accendo il fuoco, metto il pentolino d’acqua sul fuoco acceso, verso la polvere di camomilla sulla tazza, acqua bollente, zucchero. Bevo con pochi sorsi tutta mia bevanda calda come se fossi irrimediabilmente in ritardo. Prendo lo spazzolino, lo riempio di dentifricio, mi lavo i denti. Mi infilo nel letto, mi rimbocco il lenzuolo come al solito fin sul naso. ……..zzzzzzzzzz………. Driiiiiiiiiiiiinnnnnnnnn!!! La sveglia… Comincia un’altra giornata.
Non c’è niente che non vada. No. Nulla.
Apparentemente.
Perché la verità è che non parlo più con me. E anche se percepisco la mia voce parlare con me la blocco, la soffoco con tutte le mie forze. Ma quali forze? Lunghissime ore. Lunghissime. Eterne. Eppure la forza la devo trovare… e la trovo. Ma non basta. Quello che do non basta mai. E mi sento sempre più inadeguata e inutile. Se oggi rendo otto, mi si chiede dieci… se domani riesco a rendere dieci, mi si chiede dodici… E non basta mai. Mai. Perché è sempre troppo poco tutto quello che riesco a fare. L’ansia sale e diventa mancanza di respiro, d’aria… diventa panico. Come se tutto il mio mondo fosse incentrato in un solo aspetto della mia vita. Ma non è così. O almeno non dovrebbe. Perché quest’aspetto della mia vita ha modificato il mio modo di vivere la giornata, la vita, gli affetti o almeno quel poco che di essi mi è rimasto. E anche se sento prepotentemente in me l’ansia e la voglia di costruire qualcosa che sia realmente e totalmente per me, per la mia vita e per il mio benessere emotivo ed affettivo, non ce la faccio… Sento di avere perso le forze e le speranze.
A un mese dal mio trentaquattresimo compleanno mi accade tutto quello che mi accade all’approssimarsi di ogni mio compleanno: bilanci, punti della situazione. Mi guardo allo specchio e mi passa davanti tutto quello che sono riuscita a fare in tutto questo tempo: attaccarmi alla vita oltre ogni aspettativa possibile, gli anni della depressione, le cure scelte e volute da me, la guarigione, il primo viaggio-studio in Inghilterra con un’amica contro il volere dei miei genitori, la scelta di fare l’università oltre ogni desiderio dei miei, le amicizie e gli amori vissute di cuore e di testa… con tanta testa e con immenso cuore… ma amori e amicizie perlopiù perdute.
Lo specchio riflette finalmente la mia immagine: l’immagine di me che vivo di riflesso alla felicità degli altri e in modo sicuramente e gioiosamente consapevole, ma pur sempre l’immagine di una persona che evita di ascoltare se stessa per non soffrire, che evita di chiedersi cosa vuole per rendersi conto di quello che non ha e del terrore di non averlo mai, di non essere capace o di non avere la forza di ottenerlo, una persona che assume la sua piena consapevolezza solo quando parla con pochi amici lontani e che per il resto è costretta a dimenticare ciò che è, cioè che sente e ciò che desidera essere, in funzione di quello che è costretta a fare.
Sono stanca. Sono veramente tanto stanca. Non so più come riprendere in mano le redini della mia vita e forse, per adesso, ho solo bisogno di una vacanza, una vera vacanza, una di quelle nelle quali parti e per un po’ dimentichi ciò che devi fare ed essere e provi a ritrovare te stessa, a costruire qualcosa a piccoli passi ma che sia per me, solo per me, dove io sia regista, protagonista, padrone e giudice supremo delle mie azioni, le azioni che voglio… non quelle che devo.
Sono davvero in crisi e non so veramente come uscirne.