Cocci d’anima sospesa

Detesto le serate come questa, vigilie di notti insonni e foriere di giorni difficili da affrontare. Detesto sentirmi così impotente di fronte alla schiera di pseudo – processi e sommari giudizi che pullulano la vita quotidiana. Detesto ancor di più sentirmi inerme di fronte a una serie di dita puntate sulle mie mancanze piuttosto che sulle mie qualità. L’essenziale è invisibile agli occhi, dicono. Io credo che l’essenziale, ciò che è veramente importante, sia visibile soltanto all’anima; dove non c’è anima l’essenziale non può essere visto, e dove non c’è anima non credo di poterci essere io… Io che con la mia anima ho un rapporto ininterrotto ormai da anni, io che litigo di brutto con quella che da bambina immaginavo essere “un pezzo di burro semi-sciolto dentro al mio cuore”, io che per mille e più volte ne ho raccolto i cocci e che per mille e più volte ho cercato di riattaccare ad uno ad uno quegli infinitamente piccoli cocci, forse senza riuscirci mai pienamente.  E’ una sera di piena solitudine nella quale desidererei tanto non essere sola e desidererei tanto, invece, ricevere un abbraccio pieno, totale e avvolgente, senza doverlo implorare. Eppure mi ritrovo a rispondere impersonalmente ai saluti, a staccare la spina del telefono di casa, ad aprire pagine e pagine di siti web, in realtà senza cercare e senza trovare alcunché. Rannicchiata in un angolo della mia stanza, non ho né il coraggio né la forza di chiamare nessuno solo per chiedere se e sentirmi dire che valgo realmente più di un 18 o di un 30, più di una E o di una A, che sono più importante per ciò che sono interiormente e per ciò che offro della mia anima piuttosto che per i risultati tangibili che riesco ad ottenere, probabilmente infimi rispetto all’impegno che invece credo di metterci per riuscire a raggiungerli. Ripercorro mentalmente e a grandi linee gli avvenimenti importanti della mia esistenza nei quali quello che ho sempre cercato di affrontare le cose “rendendo il dolore un punto di forza in tempeste di vento, cambiando i miei giorni” e “credendo ai miei sogni”… Perché voglio, disperatamente voglio, un mondo all’altezza dei miei sogni; un mondo che si accorga realmente di quella parte di me di fronte alla quale oggi è cieco, quella parte che a volte nascondo ed altre volte troppo mostro a chi in realtà non la merita.

 … E continuo a vivere sospesa tra ciò che vorrei essere e ciò che sono. Tra ciò che ho dentro e ciò che invece mostro all’infuori di me. Tra ciò che gli altri vedono e ciò che invece io vorrei riuscissero a vedere di me.

[In sottofondo “Vivo sospesa” di Nathalie... Clicca sul titolo per sentire la canzone e vedere il video ufficiale]

Io non piango mai

Io non piango mai. E allora cosa sono queste gocce silenziose che mi rigano il viso?
E’ un periodo difficile, pieno di timori, di paure e di solitudine. Ed è solitudine nonostante tutto, nonostante che tanti amici e familiari attorno a me facciano costantemente il possibile per farmi sorridere, pensare positivo e tenermi alto il morale. E’ solitudine anche quando Topo Gigio mi strappa un sorriso chiedendomi se ho la febbre e se mi sono lavata bene le mani, allietando così quei brevissimi momenti in cui possiamo  stare al telefono, tra la cena delle 18.15 e le visite dei parenti che iniziano alle 19.00.
Io non piango mai, eppure mi dicono che le macchine attorno a me sembrano affermare che il mio cuore batte tanto e tanto veloce… Ma intanto io non piango mai, perché lo so già: andrà tutto bene.
Io non piango mai, eppure mi sento stringere il cuore quando provo ad alzarmi da questo maledetto letto che è diventato in pochi giorni la tomba della mia indipendenza. Provo ad alzarmi, ma non ci riesco, e rischio più volte di cadere davanti a me come un peso morto.
Io non piango mai, ma mi sento cuocere la fronte per questa febbre che non mi dà modo di pensare, di ragionare, di parlare con un minimo di raziocinio.
Io non piango mai, ma oggi mi alzo e soffro un mare di fatica per una cosa che prima sembrava tanto semplice e invece adesso è diventata così complicata. Dicono che sarà così solo per pochi giorni e io ci credo.
Io non piango mai.
No, io non piango proprio mai. Sono forte e determinata per tutto quello in cui credo e a cui tengo veramente tanto.

Eppure stasera mi ritrovo davanti allo specchio, mentre sono al telefono, a piangere tutte le lacrime di paura e di smarrimento che finora non ho mai pianto. Piango e mi rendo conto che per la prima volta in vita mia posso farlo guardandomi allo specchio che ho di fronte, senza frenare i singhiozzi, senza nascondere la paura e la tensione che per tanti e tanti giorni si è impossessata del mio cuore. Piango e il cuore si solleva mentre mi sento abbracciare forte dall’altro capo del telefono. Ad un tratto i singhiozzi e le lacrime si placano. Dopo la tempesta torna il sereno fuori e dentro di me.

No, non è vero che io non piango mai. Piango poco e, se lo faccio, piango solo ed esclusivamente da sola oppure di fronte a una persona di cui mi fido veramente tanto e di fronte alla quale non ho timore a mostrare le tensioni che mi spaccano l’anima, le mie debolezze o le mie paure.

Oggi ho pianto e non me ne vergogno affatto.

Guido piano

Guido piano, le spalle rivolte all’immensa palla rosso fuoco che illumina la mia strada. Guido piano, le mani a stringere forte il volante di un’auto con la quale ho imparato a macinare chilometri su chilometri. Guido piano, solitudine in mezzo tante solitudini di persone che in questo venerdì sera si avviano verso casa. Guido piano nel silenzio di quest’abitacolo. Solitudine e silenzio. Solitudine che non è solitudine. Silenzio che non è silenzio.
…Perché c’è un pupazzetto seduto qui accanto a ricordarmi che che qualcuno è sempre con me, in ogni mio sguardo, in ogni mio sorriso, in ogni mio gesto, in ogni mia emozione, in ogni mia lacrima, in ogni mia risata. C’è, ed è qui accanto a me, anche se posso solo assaporare il ricordo del suo sguardo e dell’emozione di un suo abbraccio. Questa momentanea assenza diventa presenza costante in ogni attimo delle mie lunghe giornate piene di impegni da onorare, di posti in cui andare, di cose da costuire, di progetti nei quali credere e per i quali lottare. Ed è così che questo silenzio si riempie di parole dette sottovoce, di promesse silenziose, di speranze che urlano forte dentro al cuore, di paure e di timori che tolgono il fiato, di progetti per i quali continuare a lottare con costanza e determinazione.
Guido piano e in questo lungo viaggio mi accompagna la presenza di noi, il suono delle nostre voci e il sapore delle nostre mille e più  promesse che si incrociano l’una all’altra. Guido piano senza chiedermi cosa sarà domani, ma sapendo cos’è oggi: io e la mia cena a metà, io e il mio cuscino da stringere forte, io e questo letto freddo; con tante speranze da coltivare, tanti sogni per i quali lottare fino allo sfinimento e l’immagine di noi sempre presente nel mio cuore, nella mia mente, nelle mie parole e nei miei gesti di ogni giorno.

Oggi

Ero smarrita.
Ho trovato la stella polare.
Ero al buio.
Ho trovato la luce.
Ero assetata.
Ho trovato acqua di sorgente.
Ero affamata.
Ho trovato pane caldo e fragrante.
Ero infreddolita.
Ho trovato un fuoco a scaldarmi l’anima.
Ero triste.
Ho trovato la serenità.
Ero impaurita.
Ho trovato il coraggio.
Ero indebolita.
Ho trovato la forza.
Ero invasa dalle lacrime.
Ho trovato il sorriso.
Ero immersa nell’angoscia.
Ho trovato la pace.
Ero incatenata.
Ho trovato la libertà.
Ero immersa nel silenzio.
Ho trovato una dolce musica.
Ero sola.
Non più.

Oggi, e non solo oggi.
Per oggi, e non solo per oggi.

Storia di Artemidoro

Al buio e in silenzio.
Artemidoro amava starsene così, al buio e in silenzio, prima di ogni spettacolo. Era sempre stato una persona di compagnia, allegro e spensierato ad ogni suo spettacolo, ma non poteva sopportare le luci dei riflettori nei suoi occhi. Riusciva a stare sull’occhio del ciclone, fra gli applausi dei bambini e le risate degli adulti, solo per pochi minuti. Poi… Poi spariva nel buio del suo camerino, in compagnia dei suoi ricordi e delle sue malinconie.
Accese le luci dell’ampia specchiera. Il bagliore segnava distintamente le occhiaie e le ombre del suo volto, appesantito non dall’età matura, ma dal dolore di una vita: la sua vita. In lontananza poteva sentire le risate e il parlottare dei bambini, quegli stessi bambini che di lì a poco avrebbe fatto ridere di gioia.
Accennò un lieve sorriso che subito si spense. Prese la tavolozza dei colori e inizio a dipingersi il volto di un bianco candido, latteo, capace di coprire la sua età, le sue rughe e il suo dolore. Proseguì con una matita e disegnò con mano incerta la riga rossa del sorriso sul suo volto stanco. Sì colorò le labbra e il contorno della bocca di un rosso vermiglio intenso e coprente, poi prese la matita color blu e colorò i suoi occhi di cielo, quel cielo che amava guardare col naso all’insù nei caldi pomeriggi estivi. Si guardò a lungo allo specchio, il suo amico specchio, il forziere di tanti inconfessabili pensieri, quello specchio dal quale quella sera avrebbe voluto farsi abbracciare come solo i bambini possono essere abbracciati. Quella sera il suo amico specchio lo tradì perché gli restituì l’immagine di un uomo stanco incapace di trattenere le copiose lacrime che gli scendevano sul volto come fiumi in piena.
Guardò l’orologio. Era quasi giunto il suo momento.
Indossò i calzoni a righe gialle e verdi, un bel camicione rosso e la cravatta blu della festa. Mancava… Mancava una sola cosa: una grande margherita di pannolenci sul taschino! Ecco, adesso era davvero pronto. “C’est parfait!” Si fece trasportare dalla musica del momento e finì sul palcoscenico, fra le risate e gli applausi dei bambini. Il resto non importava. Riuscì per un attimo a estraniarsi da se stesso e a pensare solo a quei bambini che dovevano sorridere, divertirsi, sprizzare allegria. Qualche scherzo, qualche inciampo, qualche piroetta e tutto finì. Calò il sipario e si spensero le luci sulla sua lunga vita. Era il suo ultimo spettacolo quello, lo spettacolo di un clown… No, meglio: lo spettacolo del clown Artemidoro.
Si sfilò il naso rosso, si tolse la parrucca e tornò a passi lenti sulla sua carovana per essere di nuovo, e per sempre, quello che in fondo era sempre stato: solo. Solo con se stesso.

Ma-mam-ma

E’ trascorso quasi un anno da quando un piccolo cucciolo è entrato a far parte della nostra vita e fino ad ora in ogni attimo, in ogni giorno della nostra piccola vita ogni sua lotta e ogni sua piccola conquista sono stati motivo di sorrisi, di lacrime d’emozione e di grande gioia; così come ogni suo più piccolo malessere è stato motivo d’ansia e di preoccupazione.
Fino ad ora ho potuto nutrirmi dei suoi modi allegri e divertiti di fare ogni più piccola scoperta: un nuovo gioco tutto rumoroso, le bolle di sapone da far scoppiare a colpi di mani, la sua stessa strana immagine allo specchio… Oggi però l’emozione che sento è così grande da contenere che quasi mi sento scoppiare il cuore nel petto. Sorrido con gli occhi, sorrido con le labbra, sorrido col cuore. E poco importa che lui non sia parte di me, perché è lampante che una parte di me è in lui e una parte di lui è dentro di me: è nelle mie parole, nei miei scritti, nelle mie vene, nella mia anima, nella mia testa, nelle smorfie che faccio per farlo divertire, nelle lacrime che verso quando mi sento felice perché lui c’è o perché lui ha fatto una piccola conquista nella sua giovane vita, nella mela grattuggiata che mangiamo insieme nei pomeriggi nei quali possiamo vederci, nell’acqua che vuole bere dal bicchiere che io tengo saldamente fra le mie mani perchè non si sbrodoli troppo, nella pappa che gli dò in tutti i pasti in cui gli impegni quotidiani mi permettono di avere tempo per lui. Adesso ogni mio momento libero è quasi solo per lui, e come dico io “in futuro forse pure”.
Un bambino è qualcosa di speciale nella vita di ogni persona. No, no… Meglio: mio nipote è qualcosa di speciale, di veramente tanto speciale nella vita della “zia Vale”; questa zia che spesso ha paura di fare troppo la mamma perché più passa il tempo e più sente fortemente dentro sé la voglia di non essere sola, la voglia di dare vita ad una vita, la voglia di veder crescere la pancia perché dentro sta crescendo il frutto di un amore semplice, ma grande… grande… grande, la voglia di amare una persona per come sa di poter amare, la voglia di essere amata per come crede un po’ di meritare di essere amata, la voglia di dar vita a quell’amore perché in futuro esista ancora una parte di lei, di lui, di “noi”.
Oggi non è il giorno della tristezza, non deve esserlo perché quel che è accaduto dev’essere semplicemente solo fonte e nutrimento di gioia per il mio cuore. Per la prima volta nella sua vita il piccolino di casa oggi ha pronunciato la parola più dolce del mondo: “Ma-mam-ma”. E io sono felice.

Non avrei potuto chiedere onomastico migliore di questo, e visto quello dell’anno passato, non posso che sorridere… Sorridere, e ancora sorridere!

Quando la paura paralizza

E’ in sere come questa, mentre in tv abbondano immagini del Castello di Miramare di Trieste, che rimango qui, silenziosa, a farmi milioni di domande.
Un abbraccio, un bacio, un amore finito in un atmosfera da favola lasciano il passo a nuove amicizie vere e sincere, nuovi amori univoci e illusori, nuove persone accolte con gioia nella mia vita. Ed ogni volta tutto viene vissuto con spontaneità, con trasporto e con verità, con impegno e con fiducia nel futuro. Fino al guado. Fino al momento in cui dentro di me sento che il livello del rapporto che vivo si fa troppo coinvolgente per me e probabilmente in maniera più amplificata o diversa rispetto all’altra persona.
In passato è capitato tante volte che mi buttassi anima e corpo in un rapporto restando poi, a distanza di mesi o di anni, con mille cocci di me da incollare e mille ingranaggi della mia mente da far nuovamente funzionare. Sola. Sempre e soltanto da sola.
Ho paura. Ho paura di ritrovarmi in una bella stanza da sola, spogliata di me, delle mie passioni, delle mie incertezze, delle mie paure, del trasporto della mia anima. Allora prima che questo possa accadere, scappo… Scappo a gambe levate. Mi rinchiudo in me, nella mia gabbia di cristallo, mi rannicchio nelle mie ginocchia e mi nego a qualsiasi stimolo o agente esterno. Non ci sono, non ci sto, non voglio, non posso. Finisco così per essere nuovamente ciò che sono già: sola. Ma in un modo che vivo in prima persona, che provoco attivamente invece che subire passivamente. E mi illudo che faccia meno male così, ma lo fa… Lo fa sempre. Fa male tanto a me quanto alle persone che mi stanno intorno e mi vogliono bene, e non mi sorprende pensare che prima o poi ognuna di queste persone mi abbandoni. Assurdo… La paura dell’abbandono è quello che alla fin fine lo crea. Non so davvero da dove provenga, ma so che è ben radicata in me. Dicono che tutto quello che siamo da adulti siano retaggi di quello che abbiamo vissuto nell’infanzia, ma una cosa è certa: la mia infanzia è stata felice. Molto felice.

Fiducia. In una parola tutto quello che serve. Fiducia in me, in quello che sono, nelle mie scelte e nelle mie possibilità; e fiducia negli altri, nelle persone che mi stanno intorno e mi vogliono bene sul serio… Perché so bene che me ne vogliono, e tanto.

“Valeria! Sei sul burrone, ma buttati, rischia! Ci sono io a prenderti!”
“Io? No… No… No… Ho paura! E se poi te ne scappi via e mi abbandoni qui da sola?”

[Cercate immagini del Castello di Miramare? Guardate sul mio spazio Flickr, colonna qui a destra, sezione "Yaila in rete"...  Sono mie foto, fatte da me.]

Stasera

Stasera ho voglia di sorridere, di abbracci stretti stretti, di un bacio rubato al tempo che passa e non torna più. Ho voglia di guidare quest’auto verso casa riempiendo di musica l’abitacolo e la mia anima. Ho voglia di ridere a crepapelle, di scherzare, di sperare e di sognare. Ho voglia di cantare a squarciagola una canzone divertente, inventata al momento, mentre sopra di me si staglia maestoso uno stupendo tramonto bicolore.
Ho voglia di passeggiare mano nella mano sulla spiaggia e osservare il mare e la sua immensità. Ho voglia di disinteressarmi al fatto che questa pioggia sta inzuppando i miei vestiti. Ho voglia di un arcobaleno colorato che dipinga il mio sguardo e i miei giorni di nuova allegria. Ho voglia di fermarmi in un minuscolo bar e di dividere a metà panino e coca-cola. Ho voglia di giocare a cuscinate saltando su e giù dal lettone per rincorrersi a perdifiato. Ho voglia di tremare d’emozione… L’emozione di carezze leggere che fanno vibrare corpo e anima. Ho voglia di scordarmi di mangiare e di dormire perché il pensiero di te è l’unico che veramente conti, l’unico che mi dà ancora la forza di andare avanti e di vivere.

“Non so dove trovarti… Non so come cercarti… Ma sento una voce che nel vento parla di te…
Quest’ anima senza cuore aspetta te… Adagio…
Le notti senza pelle… I sogni senza stelle… Immagini del tuo viso che passano all’improvviso mi fanno sperare ancora che ti troverò… Adagio…
Chiudo gli occhi e vedo te… Trovo il cammino che mi porta via dall’agonia…
Sento battere in me questa musica che ho inventato per te…
Se sai come trovarmi… Se sai dove cercarmi… Abbracciami con la mente…
Il sole mi sembra spento… Accendi il tuo nome in cielo… Dimmi che ci sei… Quello che vorrei vivere in te…
Il sole mi sembra spento… Abbracciami con la mente smarrita senza di te…
Dimmi chi sei e ci crederò…
Musica sei…
Adagio…”

Stasera forse ho solo voglia di innamorarmi.

Note: Un video di questa canzone è sul mio spazio Youtube, colonna a destra! :o)

Fugaci segni d’affetto e di stima

Post scritto su carta in data 19/03/08 alle ore 23.50 e riportato pari pari, senza alcuna revisione o correzione, in data di oggi 20/03/08 sul mio blog.

Eh sì! Questa è la prima volta che, invece di aprire il mio pc portatile e digitare i miei pensieri consegnandoli istantaneamente all’etere, prendo un vecchio quaderno e una “Bic” nera e scrivo… Scrivo… E ancora scrivo.
Non so cosa pensare. Mi sento scossa. Forse stupida. O ancora: ridicola.
Io che, pur essendo una persona molto espansiva, ho sempre rispettato le distanze imposte dalle situazioni, dai luoghi, dalla società e dagli altri… Io che ho sempre rispettato gli altri, oggi ho mancato di rispetto a qualcuno: una persona della quale ho una sconfinata stima, anche se non ci possiamo considerare Amici nel vero e proprio senso della parola. Oggi ho cercato… O forse no… Per meglio dire: ho forzato un abbraccio che sentivo di dare davvero con affetto, un abbraccio che per me cerco (disperatamente?) da un po’ di tempo a questa parte e che oggi è stato ricambiato, ma forse con un pizzico di imbarazzo che non volevo ci fosse.
Il fatto è che a volte sbaglio.
Sbaglio nell’aspettarmi che le persone provino per me lo stesso affetto che provo io, con lo stesso atteggiamento e con lo stesso impeto; può non essere così e questo non significa assolutamente che l’affetto non ci sia e che non sia reale e sentito.
Il fatto è che a volte il mio voler dimostrare l’affetto diviene, mio malgrado, più forte del rispetto che ho per le persone.
Il fatto è che spesso, sempre più spesso, ho bisogno di contatto fisico con le persone per sentire che sono ancora “materia visibile e palpabile” in questo mondo nel quale mi cerco e non mi trovo da tempo. E poi penso sempre che quello che di positivo si vuole ricevere si deve prima dare con gioia, perché tutto torna… Come un boomerang!
Il fatto è che è stato un semplice e veloce segno di affetto che ha trovato lo spazio di un instante, e invece io mi trovo qui a rimuginare come se avessi fatto la cosa più ignobile di questa terra… E se ci penso capisco che non è così.
E’ solo che… Ho bisogno di sentire, di percepire materialmente l’affetto, quell’affetto che stasera cerco abbracciando gambe e braccia questo caldo e morbido cuscino di tessuto felpato.

Il concerto dei grilli

Apro le tende, spalanco la grande finestra della mia stanza e mi lascio andare a lunghi respiri ad occhi chiusi.Lunghi respiri silenziosi accompagnati dal concerto dei grilli che durerà fino all’alba del nuovo giorno.
Apro gli occhi piano piano. Li sento umidi, ma non ho la forza di asciugare il dolore che ne esce silenzioso. Silenzioso per chi mi circonda quotidianamente, ma non per me che lo sento urlare dentro come un leone inferocito rinchiuso in gabbia.
Alzo gli occhi al cielo. Il cielo è nero stasera. Nero come la mia mente che si rifiuta di pensare, di gioire e forse anche di soffrire d’un dolore sordo ed istantaneo, ma che si crogiola in questa sensazione contro la mia stessa volontà. D’un tratto davanti a me scorgo un’unica stella che, in tutta la sua luminosità forte e delicata allo stesso tempo, mi guarda con aria di benevolenza e di rimprovero mentre io cerco da lei le risposte che non avrò mai. No, non le avrò. Non da lei.
E’ ancora estate eppure sento chiaramente un brivido di freddo percorrermi le spalle e scendere copioso sulla schiena. Non riesco a placarlo nemmeno chiudendo gli occhi e pensando ad una baia rocciosa assolata e solitaria dove le onde vanno a morire eternamente per poi rinascere pochi attimi dopo.
Il canto dei grilli risuona nelle mie orecchie, ininterrotto, e io non riesco a staccarmi da questa finestra mentre respiro e cerco di incamerare dentro di me il profumo rassicurante della mia terra.
Se solo riuscissi a riemergere da questo torpore e andare a prendere un maglioncino… Se solo questo cielo immenso mi abbracciasse forte…

Compleanno

Sono… 34
… e io e me stessa ci facciamo compagnia sul divano, con un vasetto di miele e il pc sulle ginocchia, tanti baci ricevuti dal nipotino che ora mi riconosce chiaramente e tante risate guardando la tv. Auguri Vale! Non avrebbe potuto esserci serata migliore di questa…
Facciamo finta che sia così…

Essere donna

Perché dolce, appassionata, affettuosa, tenera, decisa, testarda, complicata, allegra, lunatica lo sono stata ieri, lo sono oggi e lo sarò domani. Perché la femminilità che è lì, nascosta dentro di me, esplodeva ieri, esplode oggi, ed esploderà domani in tutte le cose che farò e in tutte le esperienze che vivrò nella mia vita. Perché ogni giorno quando mi guardo allo specchio vedo le forme rotonde di un corpo femminile ben conscio del suo ruolo e della sua collocazione nel mondo e nella società. Perché oggi come ieri come domani, in ogni giorno della mia esistenza, quando vedo un qualunque bambino seppure non mio non posso fare almeno di coccolarlo e di sorridergli. Perché col mio uomo accanto non posso mai fare a meno di provare ad essere un’isola di pace, calma e protettiva, e non posso fare a meno di cercare protezione da lui quando i venti della vita si fanno troppo impetuosi. Perché non ho mai paura di dire la mia, nemmeno quando tutto il mondo rema contro, nemmeno quando un milione di sogghigni e di falsi sorrisi mi feriscono nel profondo e mi fanno sentire tristemente sola. Perché non ho mai paura di mostrarmi debole e non ho mai paura delle mie stesse debolezze, ma le ammetto fino in fondo, per poi trasformarle nella mia più grande forza. Perché non mi vergogno mai di piangere se sto provando un’emozione troppo intensa da sostenere dentro di me, perché non ho mai paura di soffrire e di arrabbiarmi fino a spaccare tutto. Perché se credo fermamente in una cosa lotto tutti i giorni della mia vita per dare vita a ciò in cui credo, nonostante tante volte il terreno si metta a vibrare e a sussultare sotto ai miei piedi. Perché quando amo mi assalgono mille dubbi e mille paure, ma poi, quando trovo il coraggio e la forza di lasciarmi andare, amo senza riserva alcuna. Perché non ho paura delle ferite che possono essere inflitte al mio corpo; ci sono ferite ben più profonde che l’anima non è capace di sopportare e di sostenere, e quelle sì mi fanno davvero paura. Perché non ho bisogno di chiedere al mio uomo il permesso per andare a mangiare una pizza con le amiche, perché lo farei comunque come lui potrebbe decidere di passare una serata a vedere la partita soltanto assieme agli amici e non con me. Perché è sempre il momento giusto perché un uomo regali un fiore ad una donna e perché per una donna è sempre bello ricevere dei fiori, soprattutto se inaspettati. Perché in ogni singolo giorno, in ogni singolo attimo della mia vita non dimentico mai di essere una donna e non smetto mai di essere orgogliosamente donna. Per tutti questi motivi e mille altri ancora io oggi non festeggio l’8 marzo, perché l’8 marzo è dentro di me e risiede nel mio tentativo di essere donna sempre, in ogni attimo della mia esistenza, e di affermare e dimostrare ogni giorno della mia vita il mio ruolo in questa società e in questo mondo.

Ricordo che le origini della festa dell’8 marzo risalgono al lontano 1908, quando, pochi giorni prima di questa data, a New York, le operaie dell’industria tessile Cotton scioperarono per protestare contro le terribili condizioni in cui erano costrette a lavorare. Lo sciopero si protrasse per alcuni giorni, finché l’8 marzo il proprietario Mr. Johnson, bloccò tutte le porte della fabbrica per impedire alle operaie di uscire. Allo stabilimento venne appiccato il fuoco e le 129 operaie prigioniere all’interno morirono arse dalle fiamme. Successivamente questa data venne proposta come giornata di lotta internazionale, a favore delle donne, da Rosa Luxemburg, proprio in ricordo della tragedia. In questo senso, il mio personale 8 marzo trascorre nel ricordo di questa tragedia e di tutte le tragedie che ogni giorno segnano il cuore di una donna. Allora, ma solo in questo senso, buon 8 marzo a tutte le donne anche da parte mia.

Momenti di dolore

Vorrei sedermi vicino a te in silenzio,
ma non ne ho il coraggio: temo che
il mio cuore mi salga alle labbra.
Ecco perche’ parlo stupidamente e nascondo
il mio cuore dietro le parole.
Tratto crudelmente il mio dolore per paura
che tu faccia lo stesso.

(Rabindranath Tagore)

…ma le parole a volte sono inutili… ci si stringe in un lungo e totale abbraccio silenzioso che lenisce  leggermente il dolore che il mio cuore indurito nasconde e che il tuo cuore tenero, innocente e delicato, ha appena cominciato a conoscere, fratello mio. Passerà, credi, passerà. Voglio crederci anch’io più che mai in questo momento che ci vede sommare un dolore all’altro, una preoccupazione all’altra, una paura all’altra.
Vorrei essere più forte di quanto in realtà io mi senta. Vorrei poter donare a te e a noi tutti forza, fiducia, coraggio, invece in me sembra imperare solo la paura, il vuoto, il terrore, il nulla. Non esiste domani. Solo un debole ora pieno di timori, di paure, di tensioni. L’imperativo è non: non essere, non agire, non respirare, non dire, non fare… Si potrebbe scoppiare e questo debole equilibrio cederebbe sotto la spinta di una forza immensamente brutale.
Ho una tremenda paura del buio e della solitudine della mia stanza immersa nel buio, ma… spegnete la luce, non voglio pensare a nulla fino a domani… sempre se i miei pensieri cederanno di fronte alla mia flebile volontà di non pensare e sempre se da fuori di qui nessun rumore potrà svegliarmi da ora a domattina.
Morfeo, portami via! No, non so dove… non importa dove… ma portami via di qui, anche solo per un po’!

Limbo

Mi sento come in un limbo…
Ho pochissima voglia di scrivere in questi giorni. In fondo non è successo nulla di particolare nella mia vita da potervi raccontare con gioia.
Oggi è il mio primo giorno di ferie, che proseguono fino all’11 luglio. Vago  per casa in cerca di chissàchi e chissàcosa, in attesa di un segnale che parta da dentro di me. So che vorrei tanto uscire, essere da un’altra parte… spiagge soleggiate, il mare che si infrange sugli scogli, notti passate a guardarlo abbracciata ad una persona che mi sia amica, serate passate a osservare la gente che brulica nei bar, nelle pizzerie, nei pub, che ride, scherza, canta…
E finisco per sempre per sentirmi tremendamente in colpa.
In colpa nei confronti dei tanti amici lontanissimi chilometri e chilometri da me che pur volendo fare tutto questo non possono… E io che in qualche modo potrei, non lo faccio. Non lo faccio per la tristezza infinita che mi assale al solo pensare di fare tutto questo da sola, senza nessuno accanto, perché sono tutti così presi da un’altra vita, la loro vita, della quale io non faccio parte, o faccio parte solo a tratti ben definiti nel tempo e solo a certe condizioni, le condizioni che gli amici inconsapevolmente mi impartiscono.
E’ la vita. Non scrivo questo per far sentire in colpa nessuno. Sto cercando solo di trovare un motivo, la forza, una ragione che mi spinga ad accettare la poca realtà e tangibilità della mia vita e la sua molta virtualità.
A volte mi sento sola, a volte so di essere io a isolarmi, a volte so di essere disponibile, altre di essere chiusa a riccio e dispotica come se volessi pungere quelle stesse persone che mi vogliono bene e che cercano di aiutarmi o che, da amici quali sono, giustamente cercano il mio aiuto.
Non trovo un motivo, forse una giustificazione non c’è… non c’è una ragione plausibile che io possa dare per giustificare questo mio modo di essere che so benissimo essere sbagliato.
Una persona oggi mi ha detto “Tu ti stai impedendo di vivere e di metterti in gioco col mondo.”. Forse. Ma sento la vita pulsarmi violentemente dentro, e quando provo a lanciarmi nel mondo un invalicabile muro di cristallo mi costringe alla resa.

Ieri, oggi, domani: la rinascita

Ore 7 di stamani. Yaila esce di casa: scarpe nere, pantaloni neri, maglietta nera, niente trucco, capelli perlomeno a posto, pelle bianchissima come ce l’ho io e come piace a me. Insomma, mi sembrava di assomigliare a una parodia della notte dei morti-viventi, solo che si era già fatto giorno da un pezzettino… ;-)
A volte mi chiedo quando finirò di “portare il lutto” visto che la mia mise nera si fa sempre più frequente… Eppure non sono triste, non sono disperata, non sono sola… esco poco niente, ma non sono sola… ho i miei momenti di solitudine, ma non mi sento sola… Sono circondata da migliaia di sorrisi: il sorriso della vicina di casa, il sorriso della guardia giurata, il sorriso dei colleghi, quello dei capi, quello del casellante, il sorriso dell’amico-chatter, il sorriso dell’amico-blogger. Sorrisi veri, visibili, si mescolano a sorrisi virtuali e invisibili, ma sono tutti sorrisi sinceri e sentiti. Lo sento.
Tanti progetti di fare, di agire, di conoscere frullano dentro la mia testa, ma a fine giornata il pensiero talvolta vola a lui.
Lui: era parte di me, era il motivo per cui respiravo, vivevo, soffrivo, lottavo. Una storia nata per caso, così, e allo stesso modo finita. Tante promesse da parte di entrambi, tutto bruciato in pochi giorni… dopo un weekend, il nostro primo weekend fuori, organizzato da me in una città sconosciuta, tra gente sconosciuta, lontani dal mondo, da tutto, ma vicini l’uno all’altro. Mi restano solo poche foto che mi ostino a tenere nel pc in una cartella ben nascosta, e quelle che mi ha mandato poche settimane fa via email, con poche parole scritte sopra: “ecco le foto degli splendidi momenti che abbiamo passato insieme… ciao…”  Ma una frase mi annienta l’anima più di qualsiasi altra quando penso a lui…

NON ME LA SENTO

Tutto esternato in una sera, in dieci minuti, senza poterne parlare, senza poterne discutere, senza poter capire. E forse, come dice una vecchia canzone, non c’è niente da capire… proprio niente… L’importante è il risultato: una persona piena di interessi come lo era prima di incontrare lui, una persona solitaria, ma piena di sorrisi attorno a lei, una persona forte, allegra, disponibile verso gli altri, una persona che infonde negli altri una grande fiducia in se stessi e forza di combattere; ma… destabilizzata, stanca, sfiduciata.
Tra le mie espressioni ve n’è una che penso spesso…

HAI VINTO UNA BATTAGLIA, MA NON LA GUERRA!

Urlo questo alla mia sfiducia, alla mia svogliatezza, alla mia tristezza, al destino. Adesso.

SONO UNA LOTTATRICE, E COME TALE, LOTTERO’!

Al mio passato amore, che non sa che ho questo blog e forse non lo leggerà mai, dedico quella che era la nostra canzone, Superstiti di Raf:

Senza incontrare mai gli sguardi
parliamo a lungo dei tuoi sbagli
di storie in cui hai creduto
e foto che poi hai strappato
e di ferite aperte, di parole sempre le stesse,
dette ma svuotate, perciò dimenticate

Sai che c’è, c’è che prima o poi
ti accorgerai che,
io sono quello che hai voluto,
che da sempre hai cercato

Sono qui e adesso son venuto a prenderti
sono qui se non mi riconosci guardami
mi amavi già, lo capirai, non finirà mai
in una specie estinta noi,
unici due superstiti

Sai non voglio, non pretendo
cose che non mi vuoi dare
non so dire frasi fatte
per un letto da disfare che
poi non ti è rimasto niente,
é solo che io ero già nel tuo futuro,
nel passato nel presente

Sono qui per farti credere ai miracoli
sono qui per sovvertire i pronostici
l’amore è una marea, come distrugge crea
e tu non puoi respingermi,
lo sanno anche gli angeli

Sono qui e adesso son venuto a prenderti
sono qui se non mi riconosci guardami
mi amavi già, ora lo sai, non finirà mai
di una specie estinta noi,
unici due superstiti.

Sono qui a riascoltare questa canzone, ma… mi riscopro a non piangere più. Mi riscopro a sentire una canzone e a canticchiarla e non a pensarla o a soffrirla nuovamente. Mi ritrovo sola, superstite di questo amore che non doveva finire mai, ma che mi hai detto non essere per te un amore…

Sai non voglio, non pretendo cose che non mi vuoi dare…
Quello che ti ho dato io, te l’ho dato con il cuore.
Però adesso sono pronta a vivere una nuova vita. La mia.

Farfalla nera

Chiusa in una gabbia di cristallo
il tuo rifugio
la tua prigione
guardi la vita là fuori:
cielo azzurro
fiori multicolori
gocce di rugiada
accarezzano
foglie d’edera
che si arrampicano fino al cristallo.
Fuori
la vita scorre
lenta
uguale
inesorabile.
Miriadi di coccinelle rosse
moltitudini di farfalle blu
quantità interminabili di fiori di campo
scrutano la tua prigione
ringraziano il cielo
di poter accarezzare le nuvole
proteggendosi da te
e dal tuo triste stato.
Un fievole arcobaleno sboccia d’improvviso
irrompe tra i fiori
spezza il tuo rifugio di cristallo.

Paura.

Una paura chiamata libertà,
di essere
di soffrire
di gioire
di vivere.