E’ una serata buia e fredda. La pioggia cade a catinelle dal cielo mentre io, chiusa nella mia stanza, raccolgo i frammenti di me stessa che sono caduti a terra durante tutto l’arco della giornata. Oggi come ieri cerco di far combaciare fra loro i pezzi di questo piccolo puzzle che è la mia vita, ma inevitabilmente manca sempre qualche pezzo che cade e senza che io me ne accorga va a nascondersi negli angoli più bui di questa mia piccola stanza, affinché io non lo trovi. Mi stendo sul letto col profondo desiderio di un sonno ristoratore e di un risveglio che mi faccia dire che è tutto un incubo nato e morto nella mia testa, ma in cuor mio so già che non sarà così.
Stanotte sarà una notte piena di dolore per le spine che pungono il mio corpo in questo letto freddo. Sarà una notte senz’aria da poter respirare, col terrore nell’anima a causa degli intricatissimi rami della spettrale foresta nella quale mi ritrovo catapultata ogni notte; ogni ramo di quei neri arbusti senza foglie mi blocca le braccia, le gambe e il ventre, ed io, così inerme, non trovo nemmeno la forza di ribellarmi a tutto ciò.
Per un attimo la mia mente torna alla realtà e mi rendo conto che devo organizzare le ultime cose per il giorno successivo: la borsa è pronta, i vestiti sono in ordine sullo schienale della sedia, la sveglia è puntata.
Mi siedo davanti allo specchio per potermi togliere più facilmente quel filo di trucco che ho usato durante la giornata. Passo il batuffolo di cotone sulle palpebre, sulle labbra, sulle guance e man mano salgono lo smarrimento e la paura. Avvicino le ginocchia al petto per poterle avvolgere con le braccia e trovarmi così quasi in posizione fetale, una posizione che mi permette di abbracciarmi e consolarmi un po’, ma non appena abbasso il viso verso il pavimento il mio sguardo cade sulle cicatrici che deturpano le mie gambe ed il mio ventre. Un turbinio di pensieri assale la mia mente mentre le lacrime cominciano a scendere copiose sulle mie guance fino a quando una voce fino a poco prima sopita dentro la mia anima, ora urla un solitario, disperato e tagliente “Perché?” destinato a non trovare risposte.
Domani, fra poche ore, mi sveglierò con l’eco di quel “Perché?” nella testa, ma so già che non troverò né risposta né consolazione. Sarà, nuovamente, una lunga giornata da portare avanti in qualche modo, stringendo nella mano sinistra la luce fioca di un sorriso che ancora qualcosa, e qualcuno, sa disegnare sulle mie labbra.
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Egoismo
Ciao specchio, quanto tempo! Ne è passata d’acqua sotto i ponti dal giorno in cui abbiamo parlato insieme l’ultima volta! Come stai?… Come sto? Bene dai, tutto sommato bene… A parte… qui. No, non è per quello che sono così gonfia… Magari! Ma no, non è per quello che pensi… Sì, magari un giorno accadrà, ma adesso devo concentrarmi su me stessa e sul mio benessere. Come mi dice sempre qualcuno, devo pensare a me stessa ed essere un po’… Egoista. E questo qualcuno ha ragione, accidenti se ha ragione! Tanto avrò sempre un pensiero per qualcosa e qualcuno al di fuori di me stessa; l’egoismo non fa proprio parte del mio carattere, ma se ne avessi un po’ forse…
Accidenti, ma quanto son gonfia specchio mio!
Egoista. Questo dovrei essere, almeno un po’. Ma… Uhmm… Non lo sono forse già?
Eh sì dai, lo sono, ammettilo e NON… Ripeto… NON… Negarlo! Non si è forse egoisti quando non si vede nient’altro che la realizzazione del proprio sogno più intimo, privato e sincero, al punto da non capire che è Qualcun altro che decide cosa sarà della nostra vita e che la nostra vita potrebbe andare diversamente da come la immaginiamo e la desidereremmo? Non si è forse egoisti quando ci si ostina a dire che non si concepisce il proseguimento della propria vita nel momento in cui quel desiderio tanto agognato non si realizza, senza pensare alle persone che ci sono vicine e ci vogliono veramente bene? Ho pensato tante volte a quale sarebbe la mia reazione se fossi io a sentirmi dire una cosa simile. Sicuramente capirei, all’inizio probabilmente capirei, ma poi?
La vita di chi c’è, ora è qui, è più importante di qualsiasi desiderio, di qualsiasi speranza o di qualsiasi caparbietà che solo Dio può decidere se deve realizzarsi o meno. Ed ha enorme importanza e infinita dignità quali che siano le condizioni in cui viviamo, anche quando queste condizioni peggiorano nel tempo fino a vederci strappare una parte di noi e della nostra indipendenza.
Da un lato non posso proprio concepire che una persona a me cara possa pensare di porre termine alla propria vita se un evento fortuito le togliesse l’autonomia o la rendesse diversa da com’era prima di quell’evento. La vita va vissuta fino in fondo nonostante tutto, con tutte le gioie e i dolori che ne conseguono; per quanto immensi e devastanti questi possano essere si tratta comunque di una vita, una vita degna di essere vissuta. Dall’altro… Beh… Dall’altro lato, come faccio a far comprendere a chi mi è vicino che, se un evento fortuito mi togliesse ancor più autonomia di quanta io ne abbia adesso, non vorrei mai continuare a sopravvivere sentendomi un peso per chi mi sta vicino? E come faccio a far capire a chi mi è vicino che non avrei dubbi nel rinunciare alla mia vita se da questa rinuncia dipendesse la vita di un altro essere umano che in qualche modo è parte di me?
E’ egoismo questo?
In sordina
C’è silenzio intorno. Intorno e dentro me. Il battito del mio cuore disegna una linea piatta, la mia testa si sente intontita e si rifiuta di articolare anche il più piccolo e spontaneo pensiero.
Avrei voglia di tutto – ridere, scherzare, sorridere, sperare – eppure non ho voglia più di niente. Solo di stare chiusa qui, immersa in un cielo nero circondato da pareti nere, in assoluto silenzio, ma un silenzio di quelli che non mi fa percepire nemmeno quel che ancora percepisco del battito del mio cuore.
E’ che volevo dimenticarmi di ieri. Volevo far passare questo giorno come se niente fosse. Volevo che tutti se ne dimenticassero, per dimenticare che il tempo passsa e più passa più sono ferma e non cammino verso un fantomatico domani. Volevo… Volevo… Ma in fondo non volevo. Perché io a queste cose un po’ ci tengo, anche se affermo sempre il contrario. Affermo il contrario e faccio la dura con la speranza di soffrire meno, ma non è così. Soffro. Soffro e pago. Pago il prezzo di scelte sbagliate, fatte sull’onda dell’impulsività con la sola idea di essere più forte rispetto a cose più grandi di me che non riesco, non posso combattere e vincere, e rispetto alle quali sento di non poter coinvolgere nessuno al di fuori di me. Cose di cui parlo più o meno distrattamente, e comunque delle quali continuo a conservare la più pesante essenza dentro me, nelle radici della mia anima… Perché nessuno ha il mio corpo, nessuno ha il mio passato, nessuno ha il mio presente e nessuno ha il futuro che aspetta me… Nessuno, per fortuna.
Mi pare di sentire nelle orecchie la fatidica frase che si dice in questi casi: “C’è chi sta peggio!”. Sì, sicuramente c’è, ma questa non è vita. Non lo è questo automatico ripetersi delle azioni quotidiane, non lo è questa mancanza di un barlume di futuro sereno, non lo è dover lottare ancora ogni singolo giorno per far capire a chi è al di fuori di me che in me non c’è solo un corpo sfatto, ma anche una persona che desidera vivere, amare, sorridere, parlare, ascoltare ed essere ascoltata.
Arriva sera. Mi guardo allo specchio. La vista annebbiata mi restituisce l’immagine di una larva della persona che sono: un vaso rotto, un meccanismo inceppato, un novello gobbo di Notre Dame del terzo millennio. Chiudo gli occhi cercando di trovare un po’ di pace per il mio cuore, ma dopo qualche secondo squilla il telefono. E’ sera inoltrata ormai… Chi sarà? Una voce… Quella voce. Quella di chi ammette non riuscire a guardarmi negli occhi, di non riuscire a parlarmi. Quella che non dice mai se si vergogna di me per ciò che sono o di se stessa per aver dato forma a un corpo come il mio. Ed è dura. Lo è, me ne rendo conto. E’ dura dire certe cose, ma è molto più dura sentirle. Più scorrono le parole, più davanti a me si dipinge una voragine di cui non riesco a vedere il fondo, e più frana la terra più resto sola sopra questa zolla di terra che rischia di cadere da un momento all’altro. Le mie orecchie non sentono più nulla se non una continua litania che si annoda qui, dentro e intorno alla mia debole anima.
Non volevo niente ieri. Volevo solo un abbraccio frettoloso e un altrettanto frettoloso augurio di buon compleanno. Mi bastava solo questo. Me lo sarei fatto bastare.
Storia di Artemidoro
Al buio e in silenzio.
Artemidoro amava starsene così, al buio e in silenzio, prima di ogni spettacolo. Era sempre stato una persona di compagnia, allegro e spensierato ad ogni suo spettacolo, ma non poteva sopportare le luci dei riflettori nei suoi occhi. Riusciva a stare sull’occhio del ciclone, fra gli applausi dei bambini e le risate degli adulti, solo per pochi minuti. Poi… Poi spariva nel buio del suo camerino, in compagnia dei suoi ricordi e delle sue malinconie.
Accese le luci dell’ampia specchiera. Il bagliore segnava distintamente le occhiaie e le ombre del suo volto, appesantito non dall’età matura, ma dal dolore di una vita: la sua vita. In lontananza poteva sentire le risate e il parlottare dei bambini, quegli stessi bambini che di lì a poco avrebbe fatto ridere di gioia.
Accennò un lieve sorriso che subito si spense. Prese la tavolozza dei colori e inizio a dipingersi il volto di un bianco candido, latteo, capace di coprire la sua età, le sue rughe e il suo dolore. Proseguì con una matita e disegnò con mano incerta la riga rossa del sorriso sul suo volto stanco. Sì colorò le labbra e il contorno della bocca di un rosso vermiglio intenso e coprente, poi prese la matita color blu e colorò i suoi occhi di cielo, quel cielo che amava guardare col naso all’insù nei caldi pomeriggi estivi. Si guardò a lungo allo specchio, il suo amico specchio, il forziere di tanti inconfessabili pensieri, quello specchio dal quale quella sera avrebbe voluto farsi abbracciare come solo i bambini possono essere abbracciati. Quella sera il suo amico specchio lo tradì perché gli restituì l’immagine di un uomo stanco incapace di trattenere le copiose lacrime che gli scendevano sul volto come fiumi in piena.
Guardò l’orologio. Era quasi giunto il suo momento.
Indossò i calzoni a righe gialle e verdi, un bel camicione rosso e la cravatta blu della festa. Mancava… Mancava una sola cosa: una grande margherita di pannolenci sul taschino! Ecco, adesso era davvero pronto. “C’est parfait!” Si fece trasportare dalla musica del momento e finì sul palcoscenico, fra le risate e gli applausi dei bambini. Il resto non importava. Riuscì per un attimo a estraniarsi da se stesso e a pensare solo a quei bambini che dovevano sorridere, divertirsi, sprizzare allegria. Qualche scherzo, qualche inciampo, qualche piroetta e tutto finì. Calò il sipario e si spensero le luci sulla sua lunga vita. Era il suo ultimo spettacolo quello, lo spettacolo di un clown… No, meglio: lo spettacolo del clown Artemidoro.
Si sfilò il naso rosso, si tolse la parrucca e tornò a passi lenti sulla sua carovana per essere di nuovo, e per sempre, quello che in fondo era sempre stato: solo. Solo con se stesso.
Volere – dovere – potere
I soliti semplici gesti riempiono la fine della mia serata. Indosso il pigiama. Accendo il fuoco, metto il pentolino d’acqua sul fuoco acceso, verso la polvere di camomilla sulla tazza, acqua bollente, zucchero. Bevo con pochi sorsi tutta mia bevanda calda come se fossi irrimediabilmente in ritardo. Prendo lo spazzolino, lo riempio di dentifricio, mi lavo i denti. Mi infilo nel letto, mi rimbocco il lenzuolo come al solito fin sul naso. ……..zzzzzzzzzz………. Driiiiiiiiiiiiinnnnnnnnn!!! La sveglia… Comincia un’altra giornata.
Non c’è niente che non vada. No. Nulla.
Apparentemente.
Perché la verità è che non parlo più con me. E anche se percepisco la mia voce parlare con me la blocco, la soffoco con tutte le mie forze. Ma quali forze? Lunghissime ore. Lunghissime. Eterne. Eppure la forza la devo trovare… e la trovo. Ma non basta. Quello che do non basta mai. E mi sento sempre più inadeguata e inutile. Se oggi rendo otto, mi si chiede dieci… se domani riesco a rendere dieci, mi si chiede dodici… E non basta mai. Mai. Perché è sempre troppo poco tutto quello che riesco a fare. L’ansia sale e diventa mancanza di respiro, d’aria… diventa panico. Come se tutto il mio mondo fosse incentrato in un solo aspetto della mia vita. Ma non è così. O almeno non dovrebbe. Perché quest’aspetto della mia vita ha modificato il mio modo di vivere la giornata, la vita, gli affetti o almeno quel poco che di essi mi è rimasto. E anche se sento prepotentemente in me l’ansia e la voglia di costruire qualcosa che sia realmente e totalmente per me, per la mia vita e per il mio benessere emotivo ed affettivo, non ce la faccio… Sento di avere perso le forze e le speranze.
A un mese dal mio trentaquattresimo compleanno mi accade tutto quello che mi accade all’approssimarsi di ogni mio compleanno: bilanci, punti della situazione. Mi guardo allo specchio e mi passa davanti tutto quello che sono riuscita a fare in tutto questo tempo: attaccarmi alla vita oltre ogni aspettativa possibile, gli anni della depressione, le cure scelte e volute da me, la guarigione, il primo viaggio-studio in Inghilterra con un’amica contro il volere dei miei genitori, la scelta di fare l’università oltre ogni desiderio dei miei, le amicizie e gli amori vissute di cuore e di testa… con tanta testa e con immenso cuore… ma amori e amicizie perlopiù perdute.
Lo specchio riflette finalmente la mia immagine: l’immagine di me che vivo di riflesso alla felicità degli altri e in modo sicuramente e gioiosamente consapevole, ma pur sempre l’immagine di una persona che evita di ascoltare se stessa per non soffrire, che evita di chiedersi cosa vuole per rendersi conto di quello che non ha e del terrore di non averlo mai, di non essere capace o di non avere la forza di ottenerlo, una persona che assume la sua piena consapevolezza solo quando parla con pochi amici lontani e che per il resto è costretta a dimenticare ciò che è, cioè che sente e ciò che desidera essere, in funzione di quello che è costretta a fare.
Sono stanca. Sono veramente tanto stanca. Non so più come riprendere in mano le redini della mia vita e forse, per adesso, ho solo bisogno di una vacanza, una vera vacanza, una di quelle nelle quali parti e per un po’ dimentichi ciò che devi fare ed essere e provi a ritrovare te stessa, a costruire qualcosa a piccoli passi ma che sia per me, solo per me, dove io sia regista, protagonista, padrone e giudice supremo delle mie azioni, le azioni che voglio… non quelle che devo.
Sono davvero in crisi e non so veramente come uscirne.
Spara
Forza! Dai! Cosa aspetti? Spara… uccidimi l’anima! Cosa fai? No, non esitare… Spara! Bum-bum-bum! Nessuno scrupolo! Nessun ripensamento dell’ultimo minuto! Spara!
Come? No, ti ho detto di no! Non voglio più sentirla tuonare dentro di me, non voglio sentirla mai più!
Ok… ok… Allora guardami! Guardami t’ho detto… guardami! Dimmi… Cosa sono io? Cosa?
Spara, accidenti, spara! Uccidimi questo cuore immondo e malato, finiscimi quest’anima incapace di tirare avanti! Non ne posso più!
No, ti prego, no… Non mettermi davanti quello specchio.. Ti prego, non farlo… Non toccarmi, non avvicinarti! No! Non è questa cicatrice quella che mi fa male, né questa, né quest’altra, né quest’altra ancora… Non sono queste cicatrici che vedi sul mio corpo sfatto quelle che mi fanno male… Non sforzarti, tu non la puoi vedere come non la posso vedere io… ma la sento… eccome se la sento… la sento sempre dentro di me, costantemente… ma tu non puoi… non potrai mai sentirla. Se non mi lasci morire, almeno fammi rinascere senz’anima… senza questo cuore cattivo… senza questo cuore irrispettoso della vita e dei sentimenti altrui che abitano al di fuori di questa mia massa di materia da buttare… senza un cuore che soffra per qualsiasi cosa… senza un cervello che riesca a ragionare e a capire le cose… Lo sai benissimo che se non riuscissi a ragionare con la testa e col cuore non soffrirei così tanto! Embeh? C’è qualcosa di strano a voler essere da qui in avanti un essere privo di vita, inanimato? Te lo ripeto per l’ennesima volta… se non avessi un cuore e un cervello, seppur mal funzionante come quello che ho, almeno non soffrirei così tanto! No, non voglio vegetare… anche i vegetali hanno una vita… io voglio mettermi proprio in stand-by e non sentire niente di niente.
Sono stanca di vivere nei ricordi del passato, nelle offese, negli insulti del passato… sono davvero troppo stanca. Cosa, scusa? Credere nel presente e nel futuro? Avere fiducia? Ma cosa vai dicendo!? Su… Dai… Dimmi… Che cos’è il mio presente? Cos’è? Ecco… vedi… ti ammutolisci se non altro! Te lo dico io cos’è… un fallimento. Sì, hai capito benissimo, un fallimento. Il fallimento di una persona che anagraficamente è una donna, ma continua ad avere la vita di un’adolescente, una donna che non trova il modo e il momento giusto per prendere in mano la sua vita e dire basta, voltare pagina, ricominciare… il fallimento di una persona che sa bene, inconsciamente o meno questo non lo so, come far sfumare qualsiasi rapporto reale o che sia divenuto tale nel tempo, o almeno questo è quello che succede giorno dopo giorno, e tu lo vedi, lo sai, non negarlo! E non parliamo poi di quella stessa donna che non sa cambiare lavoro per essere un po’ più tranquilla e pensare un po’ di più a se stessa, che non sa finire gli studi a trent’anni suonati da un pezzo, che dopo un crash si sente in dovere di rialzarsi e di prendere in mano immediatamente i cocci di quelle sue gambe di lamiera, vetro e gomma, senza fermarsi, senza dire “io sto male”… perché agli occhi di chi ti ha messo al mondo devi farti vedere forte, energica, di nuovo pronta a ripartire anche se l’unica cosa che vorresti è essere abbracciata e piangere a dirotto per ore per la paura presa. Che dire poi di quelle parole di primo mattino, quando mentre per pura curiosità guardi gli annunci di vendite immobiliari del giornale locale c’è chi fa due più due, accusandoti a gran voce – davanti alla tua adorata tazza di caffè fumante – che sei un’emerita scema a poter pensare di vivere per conto tuo, arrangiandoti in tutto e per tutto, se in alcune giornate nemmeno ti riordini la stanza… Basta questo a giudicarmi? Sì, se lo fa il sangue del mio sangue, credo che basti… Basta a farmi sentire la peggiore persona del mondo, una persona inutile, immeritevole, una persona che se anche non ci fosse nessuno se ne accorgerebbe… E il bello è che mi sto convincendo di questo… Allora spara, ti scongiuro, spara… Sparami sul cervello e sparami sull’anima… Almeno un po’ mi rassegnerò a quello che non riesco a cambiare, perché sono stanca di lottare senza ottenere mai nulla e stanca di sorridere quando non ne ho nessuna voglia. E’ come cercare continuamente di voler risalire uno scivolo, ma trovarsi impiastricciati nell’olio e cadere… cadere… cadere… come nelle sabbie mobili o nel vortice del mare.
Mi mancano le forze adesso… Ti prego, voglio un attimo di respiro, un attimo di pace… e se non posso provare gioia duratura, ma solo qualche raro momento di contentezza che poi ogni volta puntualmente mi fa precipitare nel vuoto, almeno mettimi in stand-by… E affrontare ogni giornata non sarà poi così dura… Mi rassegnerò e qualsiasi cosa bella sarà un dono del cielo… Anche se avrà sempre un inizio e una fine di lì a breve. Non mi accontento, ma lo accetto. Solo… non voglio soffrire più così. Perciò… Spara ti ho detto… spara! Bum-bum-bum… E tutto finirà!
Felice onomastico, Valeria… Puah!