Diario di domande sparse

La primavera dell’anima arriva a braccetto della primavera della natura? 

Qual è il gusto proibito dello zenzero?

Si può andare sugli arcobaleni come sugli scivoli? 

I baci echeggiano solo durante le notti buie e tempestose?

Ma le nuvole nel cielo di primavera sono fatte di panna montata? 

La montagna incantata si sveglia solo con un bacio?

Il lavoro dei sogni si realizza solo nel mondo dei sogni? 

Se il caffè non avesse il suo aroma, come mi sveglierei la mattina? 

Ma le stelle quante sono?

Se non sapessi scrivere cosa saprei fare?

L’ultima riga delle favole è sempre uguale? 

Di che colore è l’anima? 

Perché il Bianconiglio è sempre in ritardo?

Con i nostri occhi

<<Con i nostri occhi gonfi di speranza raccogliamo piccole parole, piccoli gesti, piccole cose che sembrano muoversi, che vogliono, in qualche modo, ricostruire. Abbiamo ancora qualcosa in tasca. Mettiamolo sul tavolo. Insieme. Per la prima volta forse. Guardare il mare con molti occhi significa raccogliere molta acqua e diversi colori. L’impegno è quello di non disperdere gli sguardi di nessuno. Per il nostro Paese, per i nostri eroi laici, per chi crede ancora in questo Stato. Come me.>>

[G. Cassitta]

Il telefonino

E’ una notte nera e piena di nuvole. Da lontano arrivano le allegre note di un’orchestrina jazz, ma subito il vento le trascina via per fare spazio ad un alone di silenzio che si posa leggero sulle mie spalle e sulla mia mente. E’ un silenzio pieno di ricordi per quello che è stato, di speranze per quello che sarà, di paure per quello che è. Tengo gli occhi chiusi, quasi a cercare nel silenzio una voce, quella voce che mi dia speranza, forza e soprattutto il coraggio che in qualche momento mi viene a mancare. Fra le mani stringo un telefonino cellulare e un piccolo rosario, come a voler mettermi disperatamente in contatto con quel Destino che ascolta, sa e può tutto. In un certo senso è come se cercassi la risposta a quello che sarà domani, per non fare scelte sbagliate oggi… E per non avere paura. Mi attacco alle mie speranze e ai sogni che coltivo naturalmente fin da bambina per ripetermi che devo avere fiducia, che c’è chi mi ascolta e non deluderà né i miei desideri né le mie aspettative. E’ strano come in un momento come questo io mi renda conto di non avere quella grande pazienza che tante volte mi accompagna nella vita… Ma è solo paura; una paura lenita dall’abbraccio di Colui che sa e può tutto e dai tanti abbracci di coloro che mi stanno accanto ogni giorno, da vicino e soprattutto da lontano, e che tenendomi per mano attraversano assieme a me il momento forse più duro della mia vita fino ad oggi. La paura di affrontare tutto questo e il forte desiderio di affrontarlo per poter finalmente trovare un po’ di serenità spaccano la mia anima attraverso una voragine che provo a colmare con la forza di volontà e con tanti pensieri positivi per quello che sarà il domani. In fondo questa è solo una delle piccole e grandi prove che la vita mi ha messo di fronte. Squilla il telefonino. … E’ la vita che mi chiama.

Un sospiro lungo una Vita

Passano i minuti, le ore, i giorni. Un’atmosfera di attesa, un’attesa a volte più lieve altre più pesante, scandisce il mio tempo finché in un concitato pomeriggio di lavoro “la” telefonata arriva… Quella telefonata che sapevo di dover attendere e che per lunghi giorni ho atteso avvolta tra il desiderio e la paura che arrivasse. Nella giornata di venerdì 10 Ottobre, fra 6 giorni esatti mi sottoporrò alla colecistectomia. E’ tutto così strano… La Paura si è rintanata in un angoletto del mio cuore lasciando il posto al Coraggio e alla Speranza. Non so se dipenda da me e dalle mie potenzialità fisiche oppure dal naturale atteggiamento dei medici nei confronti dei loro pazienti, ma ho l’impressione che non sarà una passeggiata. Eppure… Eppure mi sento ogni giorno in più meno ansiosa e più serena, più tranquilla. Non so definire bene questa mia percezione, ma so per certo che dalla fine dello scorso Agosto, che è il momento nel quale tutto questo ha avuto inizio, mi sono fermata ad osservare e ad ascoltare persone che da più o meno tempo sfiorano in modo diverso la mia vita e da ognuno di essi ho tratto e traggo ogni giorno Forza, Speranza, Coraggio, Vita e sopratutto Amore. Non so davvero esprimere quanto sia importante per me questo sentimento in questo momento della mia vita, ma posso dire che in questi minuti, in queste ore, in questi giorni, d’Amore mi sento piena l’anima, e si tratta di un Amore nel senso più ampio del termine: l’Amore per la mia famiglia, per gli amici, per i colleghi, per la mia vita e per la Vita stessa qualunque siano il percorso e le difficoltà che per viverla dobbiamo superare. Più di tutto però ho scoperto, e ora nutro e coltivo, l’Amore per me e per la persona che più mi è accanto in questo momento, e grazie a lei ho ritrovato l’Amore di Dio, Colui che troppo spesso ho rinnegato e detestato per tutte le difficili prove a cui mi sottopone dal giorno della mia nascita e forse ancor prima. Non avevo capito che probabilmente Dio mi ha scelto in quanto persona dotata di una grande forza, capace di sopportare prove pesanti, e per questo degna di avere un giorno la possibilità di riconoscere e di vivere una Felicità semplice, fatta di piccole cose, ma assolutamente sincera e durevole. Sono settimane che mi attacco ancor più di prima alle cose, a una foto, a una frase, a un sms, a una telefonata, a un braccialetto, a un maglione, al rosario che qualche giorno fa mi ha regalato un collega di lavoro, ma mi rendo conto che non mi attacco materialmente ad esse bensì emotivamente, perché da queste cose e dai ricordi ed emozioni che mi trasmettono traggo quella forza, fiducia, speranza, gioia e amore che sento abbracciarmi forte ogni momento. Ho ritrovato così la forza di desiderare fortemente di continuare a vivere, ma solo nel modo in cui desidero veramente: essere quella che sono, senza nascondermi, senza limitarmi più. Con orgoglio. Nel bene e nel male, nella gioia e nelle difficoltà. Mi viene in mente una frase di Gil Rossellini, che ho sentito solo ieri in occasione della sua morte: un amico italiano gli fece notare che in Italia non ci sono tanti disabili quanti ne aveva visti in giro per le strade americane, e Rossellini candidamente gli rispose “Non è vero che in Italia non ci sono tanti disabili quanti qui in America… E’ solo che sono costretti a nascondersi dentro casa.” E checché se ne dica, ciò è molto vero. Ma io… Io non voglio più nascondermi. Voglio solo vivere, vivere pienamente questa vita che è la sola che mi è concesso di vivere.

“Sia il tuo Amore come la pioggerella, che è fine e leggera, ma può straripare i fiumi. “

(Anonimo)

In sordina

C’è silenzio intorno. Intorno e dentro me. Il battito del mio cuore disegna una linea piatta, la mia testa si sente intontita e si rifiuta di articolare anche il più piccolo e spontaneo pensiero.
Avrei voglia di tutto – ridere, scherzare, sorridere, sperare – eppure non ho voglia più di niente. Solo di stare chiusa qui, immersa in un cielo nero circondato da pareti nere, in assoluto silenzio, ma un silenzio di quelli che non mi fa percepire nemmeno quel che ancora percepisco del battito del mio cuore.
E’ che volevo dimenticarmi di ieri. Volevo far passare questo giorno come se niente fosse. Volevo che tutti se ne dimenticassero, per dimenticare che il tempo passsa e più passa più sono ferma e non cammino verso un fantomatico domani. Volevo… Volevo… Ma in fondo non volevo. Perché io a queste cose un po’ ci tengo, anche se affermo sempre il contrario. Affermo il contrario e faccio la dura con la speranza di soffrire meno, ma non è così. Soffro. Soffro e pago. Pago il prezzo di scelte sbagliate, fatte sull’onda dell’impulsività con la sola idea di essere più forte rispetto a cose più grandi di me che non riesco, non posso combattere e vincere, e rispetto alle quali sento di non poter coinvolgere nessuno al di fuori di me. Cose di cui parlo più o meno distrattamente, e comunque delle quali continuo a conservare la più pesante essenza dentro me, nelle radici della mia anima… Perché nessuno ha il mio corpo, nessuno ha il mio passato, nessuno ha il mio presente e nessuno ha il futuro che aspetta me… Nessuno, per fortuna.
Mi pare di sentire nelle orecchie la fatidica frase che si dice in questi casi: “C’è chi sta peggio!”. Sì, sicuramente c’è, ma questa non è vita. Non lo è questo automatico ripetersi delle azioni quotidiane, non lo è questa mancanza di un barlume di futuro sereno, non lo è dover lottare ancora ogni singolo giorno per far capire a chi è al di fuori di me che in me non c’è solo un corpo sfatto, ma anche una persona che desidera vivere, amare, sorridere, parlare, ascoltare ed essere ascoltata.
Arriva sera. Mi guardo allo specchio. La vista annebbiata mi restituisce l’immagine di una larva della persona che sono: un vaso rotto, un meccanismo inceppato, un novello gobbo di Notre Dame del terzo millennio. Chiudo gli occhi cercando di trovare un po’ di pace per il mio cuore, ma dopo qualche secondo squilla il telefono. E’ sera inoltrata ormai… Chi sarà? Una voce… Quella voce. Quella di chi ammette non riuscire a guardarmi negli occhi, di non riuscire a parlarmi. Quella che non dice mai se si vergogna di me per ciò che sono o di se stessa per aver dato forma a un corpo come il mio. Ed è dura. Lo è, me ne rendo conto. E’ dura dire certe cose, ma è molto più dura sentirle. Più scorrono le parole, più davanti a me si dipinge una voragine di cui non riesco a vedere il fondo, e più frana la terra più resto sola sopra questa zolla di terra che rischia di cadere da un momento all’altro. Le mie orecchie non sentono più nulla se non una continua litania che si annoda qui, dentro e intorno alla mia debole anima.
Non volevo niente ieri. Volevo solo un abbraccio frettoloso e un altrettanto frettoloso augurio di buon compleanno. Mi bastava solo questo. Me lo sarei fatto bastare.

Il piacere della lettura

Tralasciando il ricordo del forte temporale dell’alba di stamane, si può proprio dire che l’estate è arrivata. Con l’estate sembra essere tornata violentemente, oltre a un caldo torrido, anche la voglia di passare i pomeriggi del fine settimana a leggere in giardino, stesa su un immenso telo mare coi colori del tramonto e al riparo dagli sguardi dei passanti grazie a nuvole di oleandri e di magnolie in fiore.
Sorrido di piacere quando la sera, dopo una lunga e impegnativa giornata di lavoro, trovo vicino al telefono la mia posta: la seconda delle tre spedizioni dei 12 volumi di Saper Scrivere – Corso di scrittura; un pacchettino ben confezionato con all’interno il libretto di racconti L’Estate Romana (AA. VV.), speditomi direttamente dall’amico blogger Giuseppe che è anche autore di uno di questi racconti; infine due volumi da me ordinati tramite internet, Il mestiere di scrivere di Raymond Carver e Norwegian Wood di Haruki Murakami.
Saggio con le mani la consistenza di quel pacchetto che pochi attimi dopo diventa la scoperta e lo sfoglio di un tesoro nascosto, inimmaginabile e unico al mio sguardo. Catturo sulle alette del volume la biografia dell’autore e la trama dell’opera, e poi sfoglio pagina dopo pagina quel piccolo miracolo della fantasia. Il mio sguardo cade su frammenti di frasi lasciate qua e là che solo in futuro, dopo una lettura sistematica e attenta, otterranno il loro senso proprio. Sfoglio distrattamente pagina dopo pagina per lasciarmi avvolgere dal profumo d’antico e di passione di lettere d’inchiostro sapientemente intrecciate dalla penna dello scrittore. Mi lascio invadere dalle storie del protagonista e dalle esperienze dell’antagonista, cesellando dentro al mio pensiero un mondo finemente tratteggiato di particolari che danno vita a un perfetto microcosmo. E ripenso… Ripenso alle esperienze che ho vissuto e che ritrovo nelle pagine che sfoglio. E sogno… Sogno di essere altrove e altro-da-me, immaginando una vita diversa, la vita che vorrei.
Lungi da me il desiderio di prendere in mano la penna e di dar vita al mio personale microcosmo fantastico. Nulla di ciò che provo ad abbozzare mi sembra degno di assumere vita propria, allora strappo fogli su fogli di quaderno che cadono inevitabilmente ai miei piedi.
Passano le ore e il giardino si pennella dei colori del tramonto. Tutt’intorno, i rumori del quotidiano si fanno più deboli. Si accendono le luci delle case, le luci dei lampioni e raramente i fari delle automobili illuminano la strada a giorno.
Col libro sottobraccio, io e il mio fardello di sogni ci ritiriamo fra le nostre quattro mura: un bianco ghiaccio tutt’intorno che a volte, mio malgrado, riesce inevitabilmente a cancellare la voglia di lottare, di sperare e di sognare.
L’estate è arrivata ed io sfoglio riviste e siti internet in cerca di quel piccolo miracolo della fantasia che sappia restituirmi un sogno: il mio sogno… E un sorriso: il mio sorriso. Di miracoli ne ho trovati tanti, ma in realtà sto ancora cercando.

P. S. Ho fatto anche una pazzia oggi… Visto quanto mi piace leggere sotto il solleone ho creato un gruppo su aNobii chiamato “Libri sotto il solleone” nel quale segnalare romanzi per sognare, libri per pensare, libricini per ridere stando stesi sulla sdraio sotto le estive carezze di un sole cocente. Volete partecipare? Siete i benvenuti! Cliccate qui e segnalate, segnalate, segnalate!!

Stasera

Stasera ho voglia di sorridere, di abbracci stretti stretti, di un bacio rubato al tempo che passa e non torna più. Ho voglia di guidare quest’auto verso casa riempiendo di musica l’abitacolo e la mia anima. Ho voglia di ridere a crepapelle, di scherzare, di sperare e di sognare. Ho voglia di cantare a squarciagola una canzone divertente, inventata al momento, mentre sopra di me si staglia maestoso uno stupendo tramonto bicolore.
Ho voglia di passeggiare mano nella mano sulla spiaggia e osservare il mare e la sua immensità. Ho voglia di disinteressarmi al fatto che questa pioggia sta inzuppando i miei vestiti. Ho voglia di un arcobaleno colorato che dipinga il mio sguardo e i miei giorni di nuova allegria. Ho voglia di fermarmi in un minuscolo bar e di dividere a metà panino e coca-cola. Ho voglia di giocare a cuscinate saltando su e giù dal lettone per rincorrersi a perdifiato. Ho voglia di tremare d’emozione… L’emozione di carezze leggere che fanno vibrare corpo e anima. Ho voglia di scordarmi di mangiare e di dormire perché il pensiero di te è l’unico che veramente conti, l’unico che mi dà ancora la forza di andare avanti e di vivere.

“Non so dove trovarti… Non so come cercarti… Ma sento una voce che nel vento parla di te…
Quest’ anima senza cuore aspetta te… Adagio…
Le notti senza pelle… I sogni senza stelle… Immagini del tuo viso che passano all’improvviso mi fanno sperare ancora che ti troverò… Adagio…
Chiudo gli occhi e vedo te… Trovo il cammino che mi porta via dall’agonia…
Sento battere in me questa musica che ho inventato per te…
Se sai come trovarmi… Se sai dove cercarmi… Abbracciami con la mente…
Il sole mi sembra spento… Accendi il tuo nome in cielo… Dimmi che ci sei… Quello che vorrei vivere in te…
Il sole mi sembra spento… Abbracciami con la mente smarrita senza di te…
Dimmi chi sei e ci crederò…
Musica sei…
Adagio…”

Stasera forse ho solo voglia di innamorarmi.

Note: Un video di questa canzone è sul mio spazio Youtube, colonna a destra! :o)

Libri di vita

…Che poi mi chiedo sempre perché certi pensieri diventano più insistenti durante i periodi festivi, anche se in realtà da tempo non mi mollano mai in nessun momento della mia giornata.
Come sempre accade nei periodi di relax, prendo fra le mani un nuovo libro con la chiara intenzione di portarne a termine la lettura in breve tempo. Oggi tocca a “La verità del ghiaccio” di Dan Brown. Sfoglio pagina dopo pagina, leggo riga dopo riga e mi immergo in un altro mondo… Un mondo nuovo, non mio… Un mondo che appartiene alla mente e alla fantasia altrui. Poi mi fermo. Richiudo il libro. Non posso lasciarmi andare a letture di piacere quando mi aspetta ancora un’enorme pila di libri da studiare per preparare gli ultimi esami all’università. Decido allora di fare un po’ d’ordine fra i ricordi dei libri che ho letto in passato e quelli che vorrei leggere in futuro, un futuro non tanto lontano. Do così nuova vita al mio nuovo spazio virtuale su aNobii: libri iniziati e abbandonati, libri acquistati e non ancora letti, pochi libri letti che mi hanno lasciato ben poco, molti libri letti e che mi hanno cambiato veramente dentro. Fatto sta che in ognuno dei libri che ho letto ho trovato un modo per capire la realtà, per vederla sotto un’ottica diversa dalla mia o per sognare una realtà che non è questa. Tra un clic e l’altro per aggiungere nuovi libri sulla mia nuova pagina virtuale, il mondo parla: il mio nipotino di dieci mesi fa mille e più versetti perché ormai riesce a riconoscere la sua voce e deve piacergli molto, alla tv non si fa che parlare di elezioni e da entrambi gli schieramenti non viene spesa nemmeno una parola in merito all’integrazione e all’autonomia delle persone con disabilità. Povera illusa che sono… Io che mi faccio ottanta chilometri al giorno per andare al lavoro… Io che non ho la possibilità finanziaria di prendermi – neanche in parte – un appartamento da sola e che non ho davvero il coraggio di chiederlo ai miei. Io che passo almeno undici ore al giorno fuori casa e una volta all’interno delle mura domestiche, pur volendo aiutare i miei, riesco a fare ben poco a causa della stanchezza, anche perché in fin dei conti loro sono padroni di casa loro… La casa dove io ormai mi sento un’ospite e dove in qualche modo loro mi accolgono con piacere, dove mi accudiscono un po’ per aiutarmi e un po’ per sentirsi utili a me, ma dove io mi sento come un pesce fuori dal frigo… Che dopo tre giorni puzza.
Mi assale il dolore di non essere una donna matura e pienamente autonoma, pur potendo esserlo in qualche modo, e di non poterlo essere in futuro, probabilmente, perché il futuro che vedevo per me è oggi, non domani. Riempio questa stanza di bolle di sapone che istantaneamente si distruggono a terra, scoppiando. E’ troppo breve il momento nel quale le vedo volteggiare in aria assumendo tutti i colori dell’arcobaleno. E’ troppo breve la serenità di questo istante per potermi guarire il cuore.
E allora mi rifugio nei cieli azzurri solcati dal gabbiano Jonathan Livingstone, nelle avventure di Marcovaldo, nelle storie d’amore del Guardiano del Faro e di Un ponte sull’eternità. E sogno. Sogno quello che non sono e quello che però mi sento dentro e che vorrei aver vissuto e vivere almeno un po’. Povera scema, povera illusa che sono! Sogno un amore da vivere pienamente… che non ho, sogno amicizie salde e continuative… che non ho, sogno un po’ di serenità di vita… che non ho. Sogno, ma cosa sogno? Sogno una vita normale, una vita serena, una vita mia e non una vita fatta di briciole… Perché le briciole non mi bastano più. E sono stanca di scriverlo in questo spazio, oltre che stanca di dirlo, stanca di provare a cambiare le cose, e stanca di non riuscirci. Stanca di vedermi trattare ancora come una “figlia di un dio minore” in questo mondo che si vanta di essere moderno e aperto all’integrazione. Stanca di essere abbattuta e demotivata, e di non trovare motivazione in niente… Perché la vita per me si è fermata da troppo… Troppo tempo.
E se poi mi azzardo a dire che mi sento triste e sola, arriva uno splendido sms a dirmi che…
… mi lamento sempre…
Ok, non mi lamento più. Passo e chiudo.

… E qualcuno li chiamò “bamboccioni”…

Treni vecchi e nuovi

Giorni di intensa tensione si snocciolano in una serie di azioni svolte al fine di riempirmi l’anima di cose belle e allontanare da me qualsiasi pensiero pessimista. Lunghe telefonate agli amici più diversi; telefonate che mi fanno sorridere, emozionare, commuovere, ridere, crescere. Ore di giochi e di coccole al bimbo di casa che dal mio punto di vista mostra chiaramente di essere legato a me in maniera particolare, differente rispetto a quanto sia legato agli altri familiari. Momenti di una semplice serenità culminano oggi pomeriggio in quei pochi minuti che decretano ancora una volta la possibilità di essere padrona della mia indipendenza per altri cinque anni, i prossimi cinque anni a venire, che mi vedranno ancora scorrazzare per strade e autostrade con la mia quattroruote metallizzata. Una sensazione meravigliosa di indipendenza e di piena autonomia duramente conquistata si rinnova ancora una volta in me, anche se il tarlo di un piccolo incidente avvenuto meno di un anno fa torna spesso a farsi sentire dentro al mio cuore scuotendo tutte le mie sicurezze come una breve scossa di terremoto può far tremare case e palazzi.
Eppure il mezzo di trasporto che più sento nelle mie corde è e resterà sempre e comunque il treno.
“Si informano i gentili passeggeri che il treno Eurostar Italia da Venezia per Roma è in partenza al binario 6. Stazioni intermedie: Padova, Rovigo, Ferrara, Bologna Centrale, Firenze Santa Maria Novella, Roma Termini”
C’è un sapore d’antico, di voglia di casa, di abbracci che si mescola fra le persone che occupano anche il più moderno treno ad alta velocità.
Raggiungo con calma il mio posto singolo e mi sistemo nel miglior modo possibile, cercando di trovare posto per me e per i miei bagagli, ma lasciando ampio spazio di movimento a chi viaggia accanto a me. Mi accomodo nella poltrona sempre troppo scomoda per riposare, mi lascio rapire dalla vista del panorama al di fuori del finestrino e ogni volta la sensazione è diversa. Dipende dalla persona che mi aspetta dall’altro capo delle lunghe rotaie o dalla persona che ho appena lasciato alla pensilina della stazione dalla quale sono partita. E ogni volta ciascun viaggio comincia con un sussulto del cuore e un nodo alla gola che si acuisce nel momento in cui realizzo se la direzione in cui mi trovo a sedere è uguale o contraria rispetto a quella verso la quale il treno si dirige. Capita allora che la gioia di raggiungere un amico lontano si amplifichi nel momento in cui mi rendo conto che il treno viene con me, accompagnandomi nella mia stessa direzione; oppure capita che il dolore di lasciare un amico alla pensilina si faccia ancora più grave nel momento in cui realizzo che, seduta nella mia poltroncina, dò le spalle a chi sta fermo lì fra la folla al di fuori di questo treno. E se poi il treno va in direzione contraria rispetto a quella nella quale mi trovo accomodata, il dolore di partire e di tornare diventano quasi insostenibili.
C’è un sapore di sentimenti autentici, immediati, di gioia forte e sincera o di indicibile dolore, che si mescola a quel cuore di metallo che acquista immediatamente nuova vita, una vita diversa, rinnovata a ogni nuovo viaggio che mi aspetta. Ed è sempre una nuova vita da vivere, che mi trovi piena di energia o ridotta in mille pezzi per le difficoltà che incontro in ogni singolo giorno della mia esistenza.
E’ da un po’ che cambio spesso stazione e provo a salire in nuovi treni, piena di speranza, di caparbietà e di buone intenzioni per il mio futuro più immediato e anche per quello più lontano. Prima o poi spero di trovare quello giusto… Quello giusto per me e per quel poco che cerco per la mia serenità.

La mia mano

Mi sveglio di soprassalto nel cuore della notte. Un dolore lancinante assale i tendini della mia mano destra appena aperta come se volesse tenere qualcosa di leggero fra pollice, indice e medio, ma come se non riuscisse ad afferrarlo e a trattenerlo fra le dita. Forse è solo indolenzita. No, no, no… Capita troppe volte, troppe notti, troppo spesso ormai. Con la mano sinistra provo ad alzare leggermente il gomito destro per far circolare meglio un po’ di linfa in quella mano che sembra totalmente priva di vita. Pian piano la mia mente vaga in un’altra dimensione. Passo lentamente in rassegna i tanti momenti nei quali la mia mano mi è indispensabile: al mattino per reggere la mia tazzona di caffè fumante, poco dopo per mettere in moto l’automobile, durante la giornata per poter utilizzare il mouse del computer e digitare sulla tastiera, la sera per… la sera per… per trattenere una penna fra le dita e scrivere su un foglio di carta immacolato.
Tremo.
Tremo e sento dentro di me una paura che si fa sempre più forte e invadente, forse ancor più forte del dolore che sento fra le dita.
E se… E se io non potessi più continuare a scrivere?
Istantaneamente m’inghiotte il pensiero di decine di pagine virtuali riempite in questi anni, della vita che ho vissuto, delle esperienze fatte, delle gioie e dei dolori vissuti fin nel profondo della loro essenza e la voglia di buttarli fuori, di appuntarli in questo remoto angolo dell’etere, lontana dal timore di essere giudicata in bene o in male per quel che scrivo… O forse non mi è mai importato tanto di essere giudicata; in bene o in male che sia, quando scrivo lo faccio per me, solo per me stessa e poi, ma solo dopo, per chi ha piacere di leggere la persona sgangherata che sono.
Pensieri, ricordi e paure si rincorrono in un turbinio di forze distruttrici che mi scavano l’anima e riducono in poltiglia il mio stomaco. Mi assale il ricordo di una diagnosi medica di qualche anno fa – artrite – e la paura aumenta in modo indicibile. A seguire, i ricordi delle notti passate a scrivere, a correggere e a limare emozioni per renderle più comprensibili a me stessa in un futuro, quando avrò il coraggio di rileggermi, e il terrore di non poter sperare e provare a realizzare il mio sogno di scrivere su carta i miei pensieri e la mia fantasia.
Tante emozioni si mescolano in questa notte silenziosa nella quale la mia mano alzata al soffitto di questa stanza fa da protagonista, e i miei occhi che la stanno a guardare non sono altro che impotenti spettatori di questo piccolo dramma notturno.
Se non potessi più continuare a scrivere so che in fondo al cuore morirei un po’.