“Perché?”

E’ una serata buia e fredda. La pioggia cade a catinelle dal cielo mentre io, chiusa nella mia stanza, raccolgo i frammenti di me stessa che sono caduti a terra durante tutto l’arco della giornata. Oggi come ieri cerco di far combaciare fra loro i pezzi di questo piccolo puzzle che è la mia vita, ma inevitabilmente manca sempre qualche pezzo che cade e senza che io me ne accorga va a nascondersi negli angoli più bui di questa mia piccola stanza, affinché io non lo trovi. Mi stendo sul letto col profondo desiderio di un sonno ristoratore e di un risveglio che mi faccia dire che è tutto un incubo nato e morto nella mia testa, ma in cuor mio so già che non sarà così.
Stanotte sarà una notte piena di dolore per le spine che pungono il mio corpo in questo letto freddo. Sarà una notte senz’aria da poter respirare, col terrore nell’anima a causa degli intricatissimi rami della spettrale foresta nella quale mi ritrovo catapultata ogni notte; ogni ramo di quei neri arbusti senza foglie mi blocca le braccia, le gambe e il ventre, ed io, così inerme, non trovo nemmeno la forza di ribellarmi a tutto ciò.
Per un attimo la mia mente torna alla realtà e mi rendo conto che devo organizzare le ultime cose per il giorno successivo: la borsa è pronta, i vestiti sono in ordine sullo schienale della sedia, la sveglia è puntata.
Mi siedo davanti allo specchio per potermi togliere più facilmente quel filo di trucco che ho usato durante la giornata. Passo il batuffolo di cotone sulle palpebre, sulle labbra, sulle guance e man mano salgono lo smarrimento e la paura. Avvicino le ginocchia al petto per poterle avvolgere con le braccia e trovarmi così quasi in posizione fetale, una posizione che mi permette di abbracciarmi e consolarmi un po’, ma non appena abbasso il viso verso il pavimento il mio sguardo cade sulle cicatrici che deturpano le mie gambe ed il mio ventre. Un turbinio di pensieri assale la mia mente mentre le lacrime cominciano a scendere copiose sulle mie guance fino a quando una voce fino a poco prima sopita dentro la mia anima, ora urla un solitario, disperato e tagliente “Perché?” destinato a non trovare risposte.
Domani, fra poche ore, mi sveglierò con l’eco di quel “Perché?” nella testa, ma so già che non troverò né risposta né consolazione. Sarà, nuovamente, una lunga giornata da portare avanti in qualche modo, stringendo nella mano sinistra la luce fioca di un sorriso che ancora qualcosa, e qualcuno, sa disegnare sulle mie labbra.