Volere – dovere – potere

I soliti semplici gesti riempiono la fine della mia serata. Indosso il pigiama. Accendo il fuoco, metto il pentolino d’acqua sul fuoco acceso, verso la polvere di camomilla sulla tazza, acqua bollente, zucchero. Bevo con pochi sorsi tutta mia bevanda calda come se fossi irrimediabilmente in ritardo. Prendo lo spazzolino, lo riempio di dentifricio, mi lavo i denti. Mi infilo nel letto, mi rimbocco il lenzuolo come al solito fin sul naso. ……..zzzzzzzzzz………. Driiiiiiiiiiiiinnnnnnnnn!!! La sveglia… Comincia un’altra giornata.
Non c’è niente che non vada. No. Nulla.
Apparentemente.
Perché la verità è che non parlo più con me. E anche se percepisco la mia voce parlare con me la blocco, la soffoco con tutte le mie forze. Ma quali forze? Lunghissime ore. Lunghissime. Eterne. Eppure la forza la devo trovare… e la trovo. Ma non basta. Quello che do non basta mai. E mi sento sempre più inadeguata e inutile. Se oggi rendo otto, mi si chiede dieci… se domani riesco a rendere dieci, mi si chiede dodici… E non basta mai. Mai. Perché è sempre troppo poco tutto quello che riesco a fare. L’ansia sale e diventa mancanza di respiro, d’aria… diventa panico. Come se tutto il mio mondo fosse incentrato in un solo aspetto della mia vita. Ma non è così. O almeno non dovrebbe. Perché quest’aspetto della mia vita ha modificato il mio modo di vivere la giornata, la vita, gli affetti o almeno quel poco che di essi mi è rimasto. E anche se sento prepotentemente in me l’ansia e la voglia di costruire qualcosa che sia realmente e totalmente per me, per la mia vita e per il mio benessere emotivo ed affettivo, non ce la faccio… Sento di avere perso le forze e le speranze.
A un mese dal mio trentaquattresimo compleanno mi accade tutto quello che mi accade all’approssimarsi di ogni mio compleanno: bilanci, punti della situazione. Mi guardo allo specchio e mi passa davanti tutto quello che sono riuscita a fare in tutto questo tempo: attaccarmi alla vita oltre ogni aspettativa possibile, gli anni della depressione, le cure scelte e volute da me, la guarigione, il primo viaggio-studio in Inghilterra con un’amica contro il volere dei miei genitori, la scelta di fare l’università oltre ogni desiderio dei miei, le amicizie e gli amori vissute di cuore e di testa… con tanta testa e con immenso cuore… ma amori e amicizie perlopiù perdute.
Lo specchio riflette finalmente la mia immagine: l’immagine di me che vivo di riflesso alla felicità degli altri e in modo sicuramente e gioiosamente consapevole, ma pur sempre l’immagine di una persona che evita di ascoltare se stessa per non soffrire, che evita di chiedersi cosa vuole per rendersi conto di quello che non ha e del terrore di non averlo mai, di non essere capace o di non avere la forza di ottenerlo, una persona che assume la sua piena consapevolezza solo quando parla con pochi amici lontani e che per il resto è costretta a dimenticare ciò che è, cioè che sente e ciò che desidera essere, in funzione di quello che è costretta a fare.
Sono stanca. Sono veramente tanto stanca. Non so più come riprendere in mano le redini della mia vita e forse, per adesso, ho solo bisogno di una vacanza, una vera vacanza, una di quelle nelle quali parti e per un po’ dimentichi ciò che devi fare ed essere e provi a ritrovare te stessa, a costruire qualcosa a piccoli passi ma che sia per me, solo per me, dove io sia regista, protagonista, padrone e giudice supremo delle mie azioni, le azioni che voglio… non quelle che devo.
Sono davvero in crisi e non so veramente come uscirne.