Diario di domande sparse

La primavera dell’anima arriva a braccetto della primavera della natura? 

Qual è il gusto proibito dello zenzero?

Si può andare sugli arcobaleni come sugli scivoli? 

I baci echeggiano solo durante le notti buie e tempestose?

Ma le nuvole nel cielo di primavera sono fatte di panna montata? 

La montagna incantata si sveglia solo con un bacio?

Il lavoro dei sogni si realizza solo nel mondo dei sogni? 

Se il caffè non avesse il suo aroma, come mi sveglierei la mattina? 

Ma le stelle quante sono?

Se non sapessi scrivere cosa saprei fare?

L’ultima riga delle favole è sempre uguale? 

Di che colore è l’anima? 

Perché il Bianconiglio è sempre in ritardo?

Tra presente e futuro

Non scrivo più da diverso tempo, più o meno da tre mesi, né qui né su carta, a meno che non si tratti di social networks più immediati che riempio di piccoli pensieri quotidiani. In realtà è proprio l’urgenza del quotidiano quella che mi ha portato a non riflettere e quindi a non scrivere, bensì a vivere quotidianamente ogni singolo giorno, nell’immediatezza di quel singolo giorno.

In questi tre mesi ho visto smontare pezzo per pezzo ogni mia aspirazione futura, a volte con la lucidità che spesso a me manca, altre volte con infinita violenza. Eppure ho continuato a combattere. Ho combattuto tenendo bene a mente il traguardo che vorrei raggiungere, e non è stato facile. Ad ogni passo ho rischiato di cadere inciampando sui miei stessi passi. Ad ogni passo ho trovato un ostacolo più o meno prepotente su cui sono caduta, ma mi sono rialzata e ho continuato a camminare, spinta da una forza che ho sentito imperare dentro di me; e questa forza ha il nome e cognome di tutti coloro che in questi mesi hanno creduto in me nonostante tutto, e che mi hanno spinto e mi spingono a non mollare.

“Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai in una selva oscura…” diceva Dante nella sua Divina. Ebbene, nel mezzo del cammin della mia vita, un po’ più in là rispetto ai 35 anni a cui si riferiva il Sommo Poeta, mi sto per laureare perché manca una sola piccola prova d’appello e poi potrò anch’io indossare la corona d’alloro. Non sono mai stata abituata a pensare ai miei quattro (o due?) lettori quando scrivo in questo spazio, ma in questo momento ci sto pensando, e mi vien da dire che, sì, lo so, la maggiore età l’ho superata da un pezzo ed era anche ora che prendessi quel fatidico pezzo di carta… E sì, lo so, chiunque lo pensi ha ragione, ma so anche che bisogna esserci nella vita delle persone per poter capire cosa si prova ad essere giunti alla meta dopo tanta fatica e tanto sonno perso, e non scrivo certo qui nel mio spazio per giustificarmi bensì per affermare che, nonostante tutte le volte in cui non ho voluto mettermi sui libri perché troppo stanca dopo ore di lavoro, sono contenta di me. Forse sarebbe un vanto dire che sono orgogliosa, e quello che voglio non è vantarmi, perciò affermo che… Sono contenta di me. Punto.

Non so se tutti quelli che arrivano al punto in cui sono quasi arrivata percepiscono il mio stesso senso di smarrimento… Ci sono giorni in cui non faccio che camminare per casa come un leone in gabbia ripetendo a cantilena “E poi cosa farò?”. Ci sono invece altri giorni, ben più numerosi, in cui ho ben chiaro in testa quel che voglio diventare, quel che voglio essere ed esprimere di me, senza lasciare nulla di intentato e facendo in modo di trovare la via giusta per essere quella che voglio essere e che forse, dentro di me, in parte già sono. Ma qual è la via più giusta? Avrò io la possibilità di trovarla e di percorrerla in qualche modo come qualsiasi altra persona al mondo, pur non avendo le medesime possibilità?

Mi arrovello così nei miei sogni e nelle mie paure, sommersa da penne dei più vivi colori che mi facciano tornare il desiderio di esprimermi liberamente senza pensare al “dopo”. Scrivo poche righe di pensieri su fogli colorati sparsi qua e là sulla scrivania; fogli che poi puntualmente strappo perché quel che ci scrivo mi sembra sempre troppo stupido. Apro il pc portatile e provo a digitare sensazioni che si mescolano nell’anima e nella mente, ma poi cancello e richiudo. Insomma, continuo imperterrita a mentire a me stessa e ai miei desideri per il futuro, e visti i tempi verrebbe da chiedersi quale futuro.

… Perché in realtà quel che voglio fare da oggi in poi, fino al mio ultimo respiro, è scrivere. E’ esistere.

If you only

<<If you only walk on sunny days, you will never reach your destination.>>

E invece cammino e continuo a camminare, più o meno stancamente, nei giorni di sole come in quelli di pioggia. In quelli in cui la vita sembra avermi regalato tanto, tantissimo, come quelli in cui non mi fa sconti e mi devo guadagnare tutto. In quelli in cui il sole mi accarezza il volto coi suoi raggi, come in quelli in cui si nasconde dietro a tante nuvole nere pregne di pioggia.
Cammino e sento il rumore dei miei passi fra i sassi e il fogliame, ma non vedo la fine di questa strada, di questa lunga via che a tratti percorro con l’impazienza e il sorriso di chi è arrivato al traguardo e a tratti percorro ansimando, con le ginocchia dolenti, sbucciate, perché alcune tappe sembrano ormai sempre più irragiungibili.

Ho paura.

Ho paura perché questo sole che mi accarezza il volto in una vorticosa danza con la pioggia di lacrime che scendono dagli occhi mi acceca, non mi fa vedere oggettivamente la realtà per com’è veramente. Non so bene se siano suggestioni, allucinazioni, speranze o solo sogni, ma so bene che tutto questo fa male perché mi fa sperare in cose per le quali darei l’anima, ma forse sarebbe come venderla al diavolo.

<<Smettila di sognare e accetta la vita per com’è… Accettala con tutto quel che viene. Fallo e sarai più serena.>>
<<No, non posso… Devo ancora realizzare tutti i miei sogni! I miei sogni non possono, non devono svanire perché se uno di essi svanisce muore anche un po’ di me.>>

Tra le quinte…
Se c’è una sola persona al mondo alla quale va tutto bene, alzi la mano… Io no, non posso farlo.
… Però tra le tante cose, pur non volendo abbandonare il blog ho dovuto farlo mio malgrado, per dedicarmi a chiudere il capitolo “Università”. A quanto pare devo ridare l’ultimo esame e fra un anno conto di prendere l’agognato pezzo di carta.
Tra le tante altre cose che vorrei dire e non riesco… Beh… Ringrazio davvero di cuore chi mi è vicino in questo periodo, in primis con la mente e col cuore, visto che la vita oggi porta spesso tutti noi a star lontani l’uno dall’altro, dalle persone che amiamo e che ci amano. Grazie per sopportarmi… Perché mi rendo conto che forse sto diventando sempre più insopportabile. Grazie.

Parole silenziose

Riuscirai a capire le mie parole solo quando riuscirai a capire i miei silenzi. Quando entrerai nella mia anima in punta di piedi, bussando pian piano sul mio cuore. Quando ti siederai lievemente sulle curve del mio cuore e pazientemente attenderai che il fiume di emozioni che mi gonfia l’anima sgorghi impetuoso fino a inondare le mie vene.

Riuscirai a capire le mie parole solo quando riuscirai a comprendere realmente quello che ho vissuto, il dolore che ho provato, quelle piccole gioie che hanno disegnato il sorriso sul mio volto…  Anche quando e anche se si trattava di stupidaggini. Forse lo erano, ma per te. Non per me.

Riuscirai a capirle quando ti siederai accanto a me e mi prenderai per mano, accompagnandomi sulla strada della vita almeno per un po’. Quando mi porgerai il tuo braccio perché io possa reggermi a te e camminare meglio nello spazio intorno a me. Quando mi lascerai allontanare se te lo chiederò, ben conscio che presto, molto presto, ritornerò al porto sicuro dal quale ora mi allontano.

Sarai lì a guardarmi, ad osservarmi, ed io mi sentirò indifesa di fronte a te. La mia anima si sentirà spogliata di tutte le sue difese, ma so che prima o poi ammetterà di fidarsi di te.

Ecco. Allora, solo allora, ti accorgerai che i miei lunghi e a volte opprimenti silenzi sono pieni di parole. Parole per te. Parole per chi vuole e sa ascoltare.

[in sottofondo "Eppure sentire (un senso di te)" di Elisa]

Mi trema la terra sotto i piedi

Mi trema la terra sotto i piedi. Proprio adesso, qui ed ora, a due esami dalla laurea e con un nuovo corso di traduzione in partenza. Mi trema la terra sotto i piedi di fronte a una vita fatta di pochissime certezze, di fronte a un presente pieno di interrogativi e ad un’idea di futuro nebuloso, incerto e per lunghi tratti solitario e buio… Forse per tutta la vita. Mi trema la terra sotto i piedi se penso che potrei non riuscire mai a realizzare i miei sogni di una nuova realtà lavorativa, più vivace e multicolore di quella attuale e soprattutto maggiormente basata sulle mie grandi passioni: le lingue straniere, la scrittura, la letteratura, l’editoria e simili. Mi rende triste pensare di non riuscire a reinventare la mia vita, potendo un giorno fare quello che realmente voglio fare per quel che concerne la mia attività lavorativa. Quel che è più triste, però, è che mi trema la terra sotto i piedi quando penso a quello che ho costruito emotivamente ed affettivamente nella mia vita, a quello che ho già perso in questi ultimi mesi e a quello che potrei ancor più perdere in futuro, lasciandomi sola con una clessidra tra le mani ad osservare il tempo che passa e non torna, quando la vita si fa ricordo, quando le emozioni e le sensazioni passate si ibernano dentro fino ad anestetizzarti l’anima, fino a farti vivere una vita trascinata avanti con fatica, senza poter lottare per il futuro, ma nel rimpianto di quel che poteva essere e non è stato, di quel che si poteva fare e non si è fatto, ma soprattutto senza più un’emozione da sentir scorrere violentemente nelle vene. Temo di perdere le persone che ci sono state, che ci sono, che ci saranno e che ci potevano essere, sapendo che perdendo loro perderò anche me.

 Ho paura.

Ho paura che questa terra che mi trema sotto i piedi si trasformi in terremoto, in uno tsunami insopportabile e… Non-sono-pronta… No! Non-sono-pronta. [E intanto ogni tanto mi chiudo come in un bozzolo, ma il mondo sembra non accorgersene.]

Il potere delle parole

Dal mio punto di vista l’uomo si differenzia da qualsiasi tipo di essere vivente in primis per il dono della parola, ed è bellissimo quando un cucciolo d’uomo pronuncia la sua prima parola “Mam-ma!”, così come se volesse dirci “Ci sono anch’io! Anch’io esisto!”. Crescendo, poi, le parole assumono nuovi significati e nuove sfumature. Una parola o una frase scritta, che materialmente hanno uno o pochi altri significati, a voce possono assumere una quantità infinita di sfumature date dalla situazione, dallo stato d’animo, dal tono di voce, da quel che si vuole esprimere rispetto a quello che si pensa. Ed ecco che allora si scopre che le parole diventano messaggeri d’amore, di speranza, d’amicizia, di stima, di comprensione, di condivisione di stati d’animo. Ancor più spesso e ancor di più le parole finiscono per ferire, annientare, umiliare, denigrare, offendere o deridere, solo che spesso e volentieri le parole dette a tal fine non vengono mai recepite allo stesso modo dalla persona alla quale sono dirette. Forse questo dipende dallo stato d’animo o forse dal carattere e dalla sensibilità delle persone, ma a mio avviso ci sono parole pronunciate (o sarebbe meglio dire urlate?) sull’onda della foga del momento del cui significato non ci rendiamo mai ben conto, e soprattutto non siamo mai abbastanza consapevoli che le nostre parole possono essere recepite e, per così dire, digerite in modo diverso da chi ci ascolta, a seconda della persona alla quale sono dirette, del suo stato d’animo, della sua sensibilità, del suo vissuto personale.

Checché se ne dica, secondo me nella loro accezione negativa le parole feriscono molto più di tanti fatti – anche se non dubito assolutamente che anche i fatti feriscano infinitamente – ma posso anche affermare che, secondo la mia piccola esperienza di vita, vi sono fatti che contano più delle parole dette nella loro accezione più positiva, e nonostante questo una parola positiva detta davvero col cuore porta con sé tutta una serie di emozioni e di sensazioni davvero impagabili e irripetibili.

La coperta

Esco fuori in terrazzo, nel buio della notte, per prendere un po’ d’aria.
Il cielo blu scuro è pieno di nuvole che annunciano un’alba con la pioggia. Fa freddo; talmente tanto freddo che questa coperta di pile così fuori stagione non sembra che un velo d’organza sulle mie spalle. Ascolto in lontananza il tintinnio metallico del vento che si insinua fra i tetti, fra gli attrezzi dei contadini abbandonati sui campi, e più da vicino il debole rumore di una bicicletta portata faticosamente avanti dalle gambe stanche di un uomo vestito di nero.
Il treno passeggeri che corre velocemente davanti ai miei occhi mi fa pensare alla mia vita che scorre via velocemente, senza che io possa esprimere quel che veramente vorrei per me e per le persone che amo. Un’unica, terribile sensazione di soffocamento di pervade, come se qualcuno mi avesse preso di soppiatto alle spalle per stringere le sue nodose mani sul
mio collo, ma in realtà dietro di me non c’è nessuno. Solo un vento freddo che soffia, scompigliandomi i capelli e pungendomi le guance.
Mi stringo ancor di più nella coperta. Dovrei rientrare, ma desidero star fuori ancora un po’ per osservare le nuvole che riempiono la metà del mio cielo, e non faccio che chiedermi se anche l’altra metà è così tanto coperta di nuvole. Il tenue bagliore dei fari di un’auto che passa (stranamente) a bassa velocità illumina la strada.
Alla radio trasmettono una canzone di Jovanotti:

“A te che sei l’unica al mondo, l’unica ragione
per arrivare fino in fondo ad ogni mio respiro,
quando ti guardo dopo un giorno pieno di parole
senza che tu mi dica niente tutto si fa chiaro”

Soffoco una smorfia solo perché so che in qualche modo devo mio malgrado essere forte, ma in realtà il mio cuore si stringe, così come mi stringo io in questa coperta che ora pare così pesante.  Mi stringo senza trovare pace.

“Perché?”

E’ una serata buia e fredda. La pioggia cade a catinelle dal cielo mentre io, chiusa nella mia stanza, raccolgo i frammenti di me stessa che sono caduti a terra durante tutto l’arco della giornata. Oggi come ieri cerco di far combaciare fra loro i pezzi di questo piccolo puzzle che è la mia vita, ma inevitabilmente manca sempre qualche pezzo che cade e senza che io me ne accorga va a nascondersi negli angoli più bui di questa mia piccola stanza, affinché io non lo trovi. Mi stendo sul letto col profondo desiderio di un sonno ristoratore e di un risveglio che mi faccia dire che è tutto un incubo nato e morto nella mia testa, ma in cuor mio so già che non sarà così.
Stanotte sarà una notte piena di dolore per le spine che pungono il mio corpo in questo letto freddo. Sarà una notte senz’aria da poter respirare, col terrore nell’anima a causa degli intricatissimi rami della spettrale foresta nella quale mi ritrovo catapultata ogni notte; ogni ramo di quei neri arbusti senza foglie mi blocca le braccia, le gambe e il ventre, ed io, così inerme, non trovo nemmeno la forza di ribellarmi a tutto ciò.
Per un attimo la mia mente torna alla realtà e mi rendo conto che devo organizzare le ultime cose per il giorno successivo: la borsa è pronta, i vestiti sono in ordine sullo schienale della sedia, la sveglia è puntata.
Mi siedo davanti allo specchio per potermi togliere più facilmente quel filo di trucco che ho usato durante la giornata. Passo il batuffolo di cotone sulle palpebre, sulle labbra, sulle guance e man mano salgono lo smarrimento e la paura. Avvicino le ginocchia al petto per poterle avvolgere con le braccia e trovarmi così quasi in posizione fetale, una posizione che mi permette di abbracciarmi e consolarmi un po’, ma non appena abbasso il viso verso il pavimento il mio sguardo cade sulle cicatrici che deturpano le mie gambe ed il mio ventre. Un turbinio di pensieri assale la mia mente mentre le lacrime cominciano a scendere copiose sulle mie guance fino a quando una voce fino a poco prima sopita dentro la mia anima, ora urla un solitario, disperato e tagliente “Perché?” destinato a non trovare risposte.
Domani, fra poche ore, mi sveglierò con l’eco di quel “Perché?” nella testa, ma so già che non troverò né risposta né consolazione. Sarà, nuovamente, una lunga giornata da portare avanti in qualche modo, stringendo nella mano sinistra la luce fioca di un sorriso che ancora qualcosa, e qualcuno, sa disegnare sulle mie labbra.

Bloggando la vita, vivendo il blog

Premessa: post sconnesso, scritto di getto poche ore prima di affrontare un esame universitario, e così com’è stato scritto è stato anche copiato sul blog.

Domani – fra poche ore – mi aspetta una prova importante e, forse per scaramanzia o forse per allentare la tensione, invece di dormire mi ritrovo qui a scrivere sul mio affezionato blog. Sì, affezionato! Non voglio dire trascurato perché in realtà non l’ho mai trascurato: due o tre volte a settimana passo sempre a vedere se ci sono nuovi commenti, se qualcuno mi cerca o se mi viene l’ispirazione a scrivere qualcosa, ma puntualmente qualcosa mi blocca. Il bello è che io so benissimo di che si tratta! E’ l’incapacità di esprimere a parole le emozioni, le speranze, le lotte all’ultimo sangue fra la mia anima e il mio cervello, fra la mia voglia di vivere le emozioni fino in fondo e la paura di buttarmi a capofitto sulle cose per timore di rimanere delusa per un desiderio che potrebbe non diventare mai realtà. Tante, troppe volte, ho preso la penna fra le dita o ho posizionato la tastiera del pc fra le mie ginocchia tentando di…

scrivere

scrivere

scrivere

ma poi non ho fatto altro che…

cancellare

cancellare

cancellare

senza però mai cancellare le emozioni dalla mia anima. Sono ancora lì, vivide, indelebili, forti. A volte fanno bene, altre fanno male, ma – e questo è certo – non riescono ad uscire al di fuori di me, o forse in realtà non vogliono. Credo che, in verità, sia un po’ anche “colpa” delle mie mani che sentono di poter tenere fra di esse qualcosa di importante, qualcosa di intimo, di veramente mio e che non può essere che mio poiché lottato fino in fondo, sofferto fino in fondo, gioito fino in fondo, vissuto fino in fondo; ma questo qualcosa è talmente fragile che condividerlo potrebbe voler dire rompere quell’equilibrio e soprattutto quella serenità che assai faticosamente sta prendendo casa dentro di me.

Non riesco a scrivere. O forse a me pare di non riuscire a farlo, di non riuscire a fare un discorso che sia in qualche modo compiuto e logico. Mi avvicino alla libreria per prendere il mio candido block notes, ma la penna mi cade e si annebbia lo sguardo. La sola cosa che riesco a fare è cercare spasmodicamente i libri che mi sono stati regalati negli ultimi mesi per trovarvi frasi da leggere, emozioni da vivere, dolore da sfogare, gioia da sentire. Leggo poche parole altrui e ritrovo appieno le mie paure, le mie lotte e le mie speranze. Ritrovo me stessa, e al momento non serve nient’altro; non spesso almeno, perché non ci sono più solo parole da scrivere ed emozioni da raccontare. C’è una vita da vivere, una vita che vorrei riuscire a vivere come davvero desidero, e ci sono emozioni da sentire pienamente dentro l’anima, emozioni da centellinare con chi veramente conosce e ha cura della mia anima.

Oggi, adesso, non ho bisogno che di questo. Almeno per un po’.

Quello che ho perso e quello che ho trovato

Chissà perché ogni anno mi avvicino alla data del mio compleanno con l’animo di chi deve, volente o nolente, fare un bilancio della propria vita…
Ancora intorpidita dal sonno resto lì, fra le lenzuola, abbracciata al mio cuscino, avvolta dal silenzio del primo mattino quando tutto il mondo ancor riposa, e penso. Penso a quanto la vita sia beffarda. A volte ti toglie, altre volte di dà, ma sempre secondo la sua volubilità e mai secondo i tuoi desideri.
Nella vita, a causa della mia disabilità, ho perduto la possibilità di vivere la mia infanzia serenamente come qualsiasi altra bambina, ma ho trovato la capacità di sorprendermi e di emozionarmi per le piccole cose: l’alba, il tramonto, un campo pieno di papaveri in fiore, l’abbraccio ad una persona cara.
Ho perduto la possibilità di giocare con le bambole perché ho dovuto badare ben presto ai miei fratelli mentre i miei genitori erano al lavoro, ma ho trovato, oggi, un legame molto forte, oserei dire indissolubile, coi miei fratelli, anche se i piccoli diverbi quotidiani condiscono spesso il rapporto che c’è fra di noi.
Nella vita ho perduto, o per meglio dire non ho mai avuto, la possibilità di usare le mie gambe come tutti gli altri, in modo scaltro, veloce, attivo, ma ho trovato la possibilità di usare il mio cervello e la mia anima per creare ogni giorno qualcosa di nuovo per me, qualcosa che arricchisca, sorprenda e faccia gioire me stessa prima che le persone a me care.
Nella vita ho perduto il rispetto degli altri per me, il rispetto di persone che erano convinte che non fossi in grado di capire, di ragionare, di soffrire per i loro insulti. Poi però, con un po’ di freddezza, di egoismo e di autostima, ho trovato me stessa e la capacità di rispettarmi, amarmi e apprezzarmi per quella che sono: una persona non più disposta ad accettare le angherie, le offese gratuite, i voltagabbana.
Nella vita ho trovato un male che ha messo a dura prova la mia persona, la mia anima, la mia femminilità, e per questo ho solo perso. Ho combattuto… L’ho combattuto strenuamente e ho vinto la battaglia, ma ho come l’impressione di aver perso un sogno, il mio sogno più grande, e non ho ancora capito se l’ho perso per sempre.
Forse è solo questione di tempo.